Zlatan Ibrahimovic e con David Lagercrantz.
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Io, Ibra.
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Parte 1.
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Titolo originale dell'opera: JAG R ZLATAN. 2011.
Traduzione dallo svedese di: Carmen Giorgetti Cima.
2011. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Da bambino la madre picchiava il piccolo Zlatan con un cucchiaio di legno, rompendoglielo in testa. Lui si consolava rubando biciclette e lasciando a bocca aperta i ragazzi pi grandi con il pallone tra i piedi. All'Ajax lo accusarono di aver causato di proposito l'infortunio di un compagno che gli toglieva spazio. Nell'agosto del 2006 scandalizz l'Italia lasciando la Juventus per l'Inter in piena Calciopoli. Tre anni e altrettanti scudetti dopo vol verso la squadra dei suoi sogni, il Barcellona, ma con Guardiola il rapporto non decoll. Dietro l'angolo c'era l'ennesimo colpo di teatro e il ritorno a Milano, stavolta con la maglia rossonera... In "Solo Dio pu giudicarmi" - dichiarazione tatuata sul suo fianco sinistro - Zlatan Ibrahimovic racconta per la prima volta i suoi numeri fuori e dentro il campo, gioie e follie di una vita sempre sopra le righe. 
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PERSONAGGI E INTERPRETI.
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CO ADRIAANSE Il mio primo allenatore all'Ajax.
ALEKSANDAR, detto KEKI Mio fratello minore, nato nel 1986.
MASSIMO AMBROSINI Centrocampista. Capitano del Milan. 
MICKE ANDERSSON Il mio allenatore al Malm, in Seconda e poi in Prima Divisione.
ROLAND ANDERSSON Ex giocatore della Nazionale svedese. Mio allenatore dei primi tempi al Malm.
MARIO BALOTELLI Attaccante. Giovane talento dell'Inter passato al Manchester City nel 2010.
MARCO VAN BASTEN Attaccante, stella del Milan. Eletto Fifa World Player nel 1992.
LEO BEENHAKKER Boss del calcio, allenatore del Real Madrid e poi direttore sportivo durante il mio primo periodo all'Ajax.
TXIKI BEGIRISTAIN Direttore sportivo del Barcellona durante la mia permanenza al club. Ha lasciato la carica nel 2010.
SILVIO BERLUSCONI Proprietario del Milan e tycoon dell'informazione. L'uomo pi potente d'Italia.
HASSE BORG Ex giocatore e difensore della Nazionale svedese. Direttore sportivo del Malm durante la mia permanenza al club.
FABIO CANNAVARO Difensore. Passato alla Juventus contemporaneamente a me. Campione del Mondo, Pallone d'Oro e Fifa World Player nel 2006.
FABIO CAPELLO Il mio allenatore alla Juventus, in seguito CT della Nazionale inglese.
ANTONIO CASSANO Attaccante del Milan. Pilastro della Nazionale italiana.
TONY FLYGARE Amico d'infanzia. Giovane talento del Malm.
LOUIS VAN GAAL Boss del calcio. Allenatore e direttore tecnico durante il mio ultimo periodo all'Ajax.
ITALO GALBIATI Braccio destro di Capello alla Juventus.
ADRIANO GALLIANI Boss del calcio, vicepresidente del Milan.
GENNARO GATTUSO Centrocampista del Milan. Un guerriero. Campione del Mondo nel 2006.
PEP GUARDIOLA Ex centrocampista del Barcellona. Il mio allenatore in quel club.
HELENA La mia compagna. La madre dei miei figli.
THIERRY HENRY Francese. Mio amico al Barcellona. Stella del calcio, miglior realizzatore della storia dell'Arsenal. Vincitore dei Mondiali '98 e degli Europei 2000.
ANDRS INIESTA Fantastico centrocampista del Barcellona. Vincitore degli Europei 2008 e dei Mondiali 2010 con la Spagna.
FILIPPO INZAGHI Straordinario attaccante, stella del Milan. A Torino abitavo nel suo appartamento. Campione del Mondo nel 2006. 
JURKA Mia madre, croata di nascita. Faceva la donna delle pulizie.
KAK Brasiliano, centrocampista offensivo, stella del calcio mondiale. Pallone d'Oro e Fifa World Player 2007. Passato dal Milan al Real Madrid nel 2009.
RONALD KOEMAN Mio allenatore all'Ajax.
JOAN LAPORTA Presidente del Barcellona durante gran parte della mia permanenza al club.
HENKE LARSSON Leggendario attaccante svedese. Ha militato nel Celtic e nel Barcellona. Scarpa d'Oro d'Europa nel 2001. Un mentore per me agli inizi della carriera.
BENGT MADSEN Presidente del Malm durante la mia permanenza al club.
ROBERTO MANCINI Mio allenatore nei primi due anni all'Inter.
MARCO MATERAZZI Durissimo difensore che si prese la testata da Zidane nella finale dei Mondiali 2006 poi vinta dall'Italia. Mio compagno di squadra all'Inter.
HASSE MATTISSON Capitano del Malm durante il mio periodo al club.
MAXIMILIAN Il mio primogenito, nato nel 2006.
MAXWELL Brasiliano. Difensore estremamente elegante. Mio amico fin dai primi giorni all'Ajax e compagno di squadra anche all'Inter e al Barcellona.
OLOF MELLBERG Amico, giocatore della Nazionale svedese, difensore. Tra le squadre in cui ha giocato ci sono Aston Villa e Juventus.
LIONEL MESSI Stella di fama mondiale. Jolly d'attacco del Barcellona. Arrivato al club all'et di tredici anni. Pallone d'Oro 2009 e 2010.
MIDO Attaccante. Egiziano. Un buon amico all'Ajax.
LUCIANO MOGGI Boss del calcio, leggendario direttore sportivo della Juventus durante il mio periodo al club.
MASSIMO MORATTI Un pezzo da novanta. Petroliere, proprietario dell'Inter.
JOS MOURINHO Una leggenda. Mio allenatore all'Inter. Passato al Real Madrid nel 2010.
PAVEL NEDVED Centrocampista, mio compagno alla Juventus. Pallone d'Oro 2003.
ALESSANDRO NESTA Leggendario difensore del Milan. Campione del Mondo nel 2006.
ALEXANDRE PATO Giovane e brillante attaccante del Milan. Brasiliano.
ANDREA PIRLO Centrocampista del Milan, poi ceduto alla Juventus. Campione del Mondo nel 2006.
MINO RAIOLA Mio agente, mio amico, mio consigliere.
ROBINHO Supertalento brasiliano. Attaccante del Milan, ex Real Madrid e Manchester City.
RONALDINHO Brasiliano. Superstar. Fifa World Player 2004 e 2005. Mio compagno al Milan.
RONALDO Brasiliano, attaccante. Uno dei pi grandi giocatori di tutti i tempi. Fifa World Player 1996, 1997 e 2002. Il mio pi grande idolo da bambino.
CRISTIANO RONALDO Attaccante, star mondiale. Pallone d'Oro e Fifa World Player 2008. Ha giocato nel Manchester United prima di passare al Real Madrid nel 2009 per cifre da capogiro. (Nel libro chiamato spesso semplicemente Cristiano per distinguerlo da quello che per me  il vero Ronaldo.)
SANDRO ROSELL Il successore di Joan Laporta alla presidenza del Barcellona.
SANELA Mia sorella maggiore, nata nel 1979.
SAPKO Mio fratello maggiore, nato nel 1973 nella ex Jugoslavia.
EFIK Mio padre. Originario della Bosnia. Ha lavorato come muratore e addetto alla manutenzione di condomini.
THOMAS SJBERG Vecchio giocatore svedese della Nazionale. Allenatore in seconda durante il mio primo periodo al Malm.
THIJS SLEGERS Giornalista olandese e amico.
RUNE SMITH Giornalista. Scrisse il primo grande articolo su di me.
JOHN STEEN-OLSEN L'uomo che mi scopr nel Malm e mi fece acquistare dall'Ajax. Oggi uno dei miei amici.
LILIAN THURAM Difensore. Mio compagno alla Juventus. Ha vinto i Mondiali '98 e gli Europei 2000 con la Francia.
DAVID TREZEGUET Francese, grande attaccante, stella del calcio. Mio compagno alla Juventus. Campione del Mondo e d'Europa con la Francia. 
RAFAEL VAN DER VAART Attaccante durante il mio periodo all'Ajax.
PATRICK VIEIRA Centrocampista, mio compagno di squadra alla Juventus e all'Inter. Superstar. Amico. Mentalit da vincitore. Campione del Mondo e d'Europa con la Francia.
VINCENT Il mio secondogenito, nato nel 2008.
CHRISTIAN WILHELMSSON, detto CHIPPEN Centrocampista, giocatore della Nazionale svedese, amico.
XAVI Grande centrocampista del Barcellona. Arrivato al club a undici anni. Ha vinto gli Europei 2008 e i Mondiali 2010 con la Spagna.
GIANLUCA ZAMBROTTA Difensore. Leggendario. Mio compagno di squadra sia alla Juventus sia al Milan. Campione del Mondo nel 2006.
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Questo libro  dedicato alla mia famiglia e ai miei amici, a tutti coloro che mi hanno seguito e sono stati al mio fianco nei giorni fortunati e in quelli difficili. Voglio dedicare un pensiero anche a tutti i bambini, soprattutto a quelli che si sentono un po' strani e diversi, che non vengono accettati fino in fondo, e che si fanno notare per i motivi sbagliati. Non essere uguali agli altri  ok. Continuate a credere in voi stessi, come insegna la mia storia alla fine malgrado tutto ciascuno pu trovare la sua strada.
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1.
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Pep Guardiola - l'allenatore del Barcellona, quello con i completi grigi e l'aria pensierosa - venne verso di me, e sembrava imbarazzato.
A quell'epoca pensavo che fosse ok, non esattamente un Mourinho o un Capello, ma un tipo a posto. Questo molto prima che cominciassimo a farci la guerra. Ma era l'autunno del 2009 e io stavo vivendo il mio sogno. Giocavo nella squadra migliore del mondo e pochi mesi prima ero stato accolto da settantamila tifosi al Camp Nou. Camminavo sulle nuvole; be', forse non proprio del tutto: sui giornali si leggevano anche un bel po' di stronzate, che ero un bad boy e via dicendo. Insomma, un tipo difficile. A ogni modo, ero qui. Mia moglie Helena e i bambini si trovavano bene. Avevamo una bella casa a Esplugues de Llobregat e io mi sentivo carico. Che cosa poteva mai andare storto? 
Senti disse Guardiola. Qui al Bara teniamo i piedi per terra.
Ottimo dissi io. Bene!
Perci qui non veniamo agli allenamenti in Ferrari o in Porsche.
Annuii, lasciando da parte qualsiasi atteggiamento arrogante del tipo: che c'entri tu con le mie macchine? In realt pensai: Che cosa vuole? Che tipo di messaggio mi sta mandando?. Credetemi, non ho pi bisogno di mettermi in mostra guidando qualche macchina strafica e parcheggiando sul marciapiede, tipo. Non  quello. Ma io adoro le automobili. Sono la mia passione e soprattutto intuivo qualcos'altro dietro quelle parole. Una cosa del genere: non credere di essere chiss chi!
Allora avevo gi capito che il Barcellona era un po' come una scuola, un collegio. I giocatori erano fantastici, niente che non andasse riguardo a loro, e poi l c'era Maxwell, il mio vecchio compagno dell'Ajax e dell'Inter. Ma nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano l a inchinarsi, e io non ci capivo niente. Era ridicolo. Se in Italia un allenatore dice salta, i campioni si domandano: embe', perch dovremmo saltare? Qui saltavano tutti al minimo cenno, come fossero cagnolini ammaestrati. Io non mi ci ritrovavo, proprio per niente. Ma pensavo: Fatti piacere la situazione! Non confermare i loro pregiudizi!. Perci cominciai ad adeguarmi. Diventai docile come un agnellino. Era pazzesco. Mino Raiola, il mio agente, il mio amico, mi diceva: Ma che cavolo ti succede Zlatan? Non ti riconosco pi.
Nessuno mi riconosceva pi, proprio nessuno. Diventavo sempre pi mogio, e allora dovete sapere che fin dai tempi del Malm io ho avuto una filosofia: quella di seguire il mio stile. Me ne frego di quello che pensa la gente e non sono mai stato a mio agio fra i tipi perbenino. A me piacciono i ragazzi che passano col rosso, se capite cosa intendo. Ma adesso, cazzo, non dicevo quello che volevo. Dicevo quello che credevo si dovesse dire. Era assolutamente folle. 
Guidavo la Audi del club e annuivo a testa bassa come quando andavo a scuola, o meglio, come avrei dovuto fare quando andavo a scuola. Non mi incazzavo nemmeno quasi pi con i miei compagni di squadra. Ero diventato noioso. Zlatan non era pi Zlatan, e questo non succedeva dai tempi in cui avevo messo piede alla Borgarskolan e per la prima volta, vedendo le ragazze con le felpe Ralph Lauren, me la facevo quasi addosso quando dovevo invitarle a uscire. Eppure avevo iniziato la stagione in modo brillante. Segnavo gol su gol. Avevamo vinto la Supercoppa Europea. Io brillavo. Io dominavo. Ma ero comunque un altro. Qualcosa era successo, niente di serio, non ancora, ma in ogni caso... Mi ero messo un tappo sulla bocca e questo  pericoloso, anzi pericolosissimo, potete credermi. Io devo essere arrabbiato per giocare bene. Devo urlare e fare casino. Adesso invece mi tenevo tutto dentro. Forse aveva a che fare con la pressione che avevo addosso, non so.
Ero stato il secondo trasferimento pi costoso di tutti i tempi; i giornali scrivevano che ero stato un bambino difficile e che avevo problemi caratteriali, ogni genere di cazzate insomma, e forse io sentivo il peso di tutto questo Qui al Bara non ci mettiamo in mostra, ecco, e suppongo volessi dimostrare che anch'io ne ero capace. La cosa pi stupida che abbia mai fatto. In campo ero ancora forte, ma non mi divertivo pi.
Valutai perfino di abbandonare il calcio: non che pensassi di rompere il mio contratto, sono un professionista, ma avevo perso il gusto. Poi arriv la pausa natalizia. Ce ne andammo ad re e io presi a nolo una motoslitta. Appena la vita ristagna, io voglio azione. Guido sempre come un pazzo. Ho bruciato i trecentoventicinque con la mia Porsche Turbo, seminando pure gli sbirri. Ho fatto cos tante follie che non voglio quasi pensarci, e in quella vacanza, lass fra le montagne, ci diedi dentro con la motoslitta, beccandomi lesioni da congelamento e divertendomi un sacco.
Finalmente un po' di adrenalina! Finalmente il vecchio Zlatan, e cos pensai: perch dovrei continuare? I soldi non mi mancano. Non ho bisogno di farmi il culo per quell'imbecille d'un allenatore. Posso divertirmi invece, e occuparmi della mia famiglia. Fu un bel periodo, ma non dur a lungo. Quando ritornammo in Spagna arriv la catastrofe. Forse non immediatamente, s'insinu a poco a poco, ma era gi nell'aria. 
C'era una tempesta di neve assurda. Era come se gli spagnoli non avessero mai visto la neve prima, e da noi in collina c'erano macchine di traverso dappertutto, e Mino, quel ciccione idiota - quel meraviglioso ciccione idiota devo aggiungere, nel caso qualcuno dovesse fraintendere cosa penso del mio agente - moriva di freddo con le sue scarpe basse e la giacca leggera e mi convinse a prendere l'Audi. Rischi di finire a puttane: sulla discesa perdemmo il controllo, andammo a sbattere contro un muro di cemento e distruggemmo completamente l'asse destro della macchina.
Molti della squadra avevano avuto incidenti con quel tempaccio, ma nessuno cos spettacolare come il mio. Vinsi anche quella competizione, insomma, e ci facemmo su un sacco di risate: in effetti ogni tanto ero ancora me stesso, non ero del tutto a terra. Ma poi Messi cominci a blaterare. Lionel Messi  forte. Un giocatore incredibile. Non lo conosco granch, siamo completamente diversi.  arrivato al Bara che aveva tredici anni.  stato cresciuto in quella cultura e non ha nessun problema con quella merda di collegio. Nella squadra il gioco gira intorno a lui, in modo del tutto naturale.  un grande, ma adesso ero arrivato io, e segnavo pi di lui. And da Guardiola e disse: Non voglio pi giocare laterale destro. Voglio giocare al centro.
Al centro c'ero gi io. Ma Guardiola se ne infischi e cambi modulo. Dal 4-3-3 pass al 4-5-1 con me punta e Messi subito dietro, e io finii nell'ombra. Le palle passavano tutte da Messi e io non potevo pi fare il mio gioco. In campo ho bisogno di essere libero come un uccello. Io sono quello che vuol fare la differenza a tutti i livelli, ma Guardiola scelse di sacrificarmi. Questa  la verit. Mi chiuse lass in alto. Ok, posso anche capire la sua situazione, Messi era la stella, il golden boy, Guardiola era obbligato a dargli ascolto. Ma andiamo! Avevo segnato gol su gol al Bara, ero stato fantastico anch'io. Lui non pu adeguare la squadra a un solo giocatore. Voglio dire: perch diavolo mi aveva acquistato, allora? Nessuno paga tutti quei soldi per strangolarmi come giocatore. Guardiola doveva pensare a entrambi, ed  ovvio, l'atmosfera nella dirigenza si fece nervosa. Io ero il pi grande investimento che avessero mai fatto, e non mi sentivo a mio agio nei nuovi schemi. Ma uno cos costoso non si deve sentire a disagio. Txiki Begiristain, il direttore sportivo, insisteva che dovevo parlarne con l'allenatore.
Chiarisci la cosa!
Non mi piaceva, io sono un giocatore che accetta la situazione, ma va bene, ok, lo feci. Uno dei miei amici mi disse: Zlatan,  come se il Bara avesse comperato una Ferrari e la guidasse come una Cinquecento e io pensai ok,  una buona argomentazione. Guardiola mi ha trasformato in un giocatore pi normale, e peggiore. Ci ha perso tutta la squadra.
Cos andai a parlargli. Successe in campo, durante l'allenamento, e mi ero ripromesso una cosa: non avrei attaccato briga. Glielo dissi.
Non voglio litigare. Non cerco la guerra. Voglio solamente discutere, e lui annu.
Ma pareva comunque un tantino intimorito, per cui glielo ripetei.
Se credi che voglio piantare un casino, me ne vado anche subito. Voglio solo parlare.
Bene! A me piace parlare con i giocatori.
Ascolta continuai, voi non state sfruttando le mie capacit. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e gi in profondit tutto il tempo. Io peso novantotto chili. Non ho quel genere di fisico.
Lui rimuginava. Dio, rimuginava sempre.
Io credo che tu possa farcela.
No, allora  meglio che mi mettiate in panchina. Con tutto il rispetto, io ti capisco, ma tu sacrifichi me per altri giocatori. Cos non va.  come se aveste comprato una Ferrari e la guidaste come una Cinquecento.
Lui rimugin ancora un po'.
Ok, forse  stato un errore. Questo  un problema mio. Vedr di risolverlo.
Ero contento. Avrebbe sistemato le cose. Me ne andai a passo pi leggero, ma poi arriv il gelo: ai suoi occhi diventai quasi invisibile. Ma io non sono il tipo che rimugina su cose del genere, no davvero, e nonostante la mia nuova posizione in campo continuai a essere brillante. Feci altri gol, ma non belli come quelli che facevo in Italia. Ero troppo isolato al centro. Non ero pi esattamente Ibracadabra, ma comunque...
A marzo giocammo in Champions League contro l'Arsenal, su nel nuovo Emirates Stadium. C'era un'atmosfera di fuoco. I primi venti minuti del secondo tempo furono assolutamente incredibili, io segnai entrambe le nostre reti, e pensai: Vaffanculo Guardiola! Io vado avanti cos e basta!. Ma poi fui sostituito e allora l'Arsenal, dopo aver accorciato, segn il pareggio, un disastro, e mi venne pure un fastidio a un polpaccio. Normalmente gli allenatori si preoccupano di queste cose. Uno Zlatan infortunato  una faccenda seria per qualsiasi squadra. Ma Guardiola fu gelido. Non disse una sillaba. Rimasi lontano dal campo tre settimane, e non una sola volta che quello fosse venuto a informarsi: Come stai, Zlatan? Pensi di poter giocare la prossima partita?.
Non diceva nemmeno buongiorno. Non una parola. Evitava il mio sguardo. Se entravo in una stanza, lui usciva. Di cosa si tratter? pensavo. Gli ho forse fatto qualcosa? Saranno i capelli? Parlo strano? Cominciava a farmi male la testa. Non riuscivo a dormire.
Ci pensavo sempre e di continuo. Non che avessi esattamente bisogno dell'amore di Guardiola. Prego, che mi odiasse pure. Odio e rivincita mi stimolano. Ma adesso non riuscivo pi a mettere a fuoco la questione, e ne parlai con i compagni. Nessuno ci capiva niente. Chiesi a Thierry Henry, che allora stava in panchina. Thierry Henry, il miglior realizzatore nella storia della Nazionale francese.  un grande. Ed era ancora incredibile.
Guardiola non mi saluta nemmeno. Non mi guarda negli occhi. Che cosa pu essere successo?
Non ne ho idea disse lui.
Cominciammo a scherzarci su, tipo: Ehi Zlatan, ricevuto qualche occhiatina oggi?. Naaaa, per ho visto la sua schiena! Congratulazioni, si fanno progressi! Cazzate del genere, che un po' aiutavano. Ma la cosa cominciava veramente a darmi sui nervi, e ogni giorno, ogni ora mi domandavo: Ma cos'ho fatto? Che cosa c' che non va?. Non trovavo nessuna risposta, niente. A parte forse la constatazione che il gelo doveva aver avuto a che fare con il discorso sulla mia posizione. Altra spiegazione non c'era. Ma in tal caso sarebbe stato assolutamente folle. Mi stava facendo una guerra psicologica per una chiacchierata sulla mia posizione in campo? Cercai di affrontarlo, di andargli incontro e di incrociare il suo sguardo. Lui svicolava. Sembrava impaurito. S, certo, avrei potuto fissare un appuntamento e domandargli: Cos' questa storia? ma neanche morto. Avevo gi strisciato abbastanza davanti ai suoi piedi.
Era un problema suo, ma non sapevo quale fosse. Ancora non lo so, o forse s... credo che quel tipo non riesca a reggere le personalit forti. Lui vuole trovarsi di fronte degli scolaretti, anzi addirittura fugge dai suoi problemi. Non ce la fa a guardarli negli occhi, e questo peggiora solo le cose.
E le cose in effetti peggiorarono.
Arriv la nube del vulcano islandese. In Europa tutti i voli furono sospesi e noi dovevamo incontrare l'Inter a San Siro. Partimmo per Milano in pullman. Qualche aquila al Bara pens che fosse una buona idea. Io a quel punto mi ero ristabilito del tutto, ma il viaggio fu una vera catastrofe. Ci vollero sedici ore, e arrivammo a Milano sfiniti. Era l'incontro pi importante della stagione fino a quel momento, la semifinale di Champions League, e io ero preparato ai fischi che mi avrebbero accolto nel mio vecchio stadio ma non mi facevo problemi, al contrario,  il genere di cosa che mi carica. Ma per il resto la situazione era da schifo, e credo che Guardiola soffrisse di qualche complesso d'inferiorit nei confronti di Mourinho.
Jos Mourinho  la star. Aveva gi vinto la Champions con il Porto, era stato il mio allenatore all'Inter.  un grande. La prima volta che incontr Helena le si avvicin alle spalle e le sussurr all'orecchio: Helena, tu hai una sola missione con Zlatan. Dagli da mangiare, lascialo dormire e fallo contento!. Quell'uomo dice quello che vuole. Mi piace. Lui  il re, il condottiero dell'esercito, ma s'interessa anche, si preoccupa. Quando ero all'Inter non faceva che domandarmi come stavo. Lui  l'esatto opposto di Guardiola. Se Mourinho illumina una stanza, Guardiola  quello che abbassa le tende, ed era facile intuire che adesso Guardiola volesse cercare di misurarsi con lui.
Non  Mourinho che dobbiamo incontrare.  l'Inter ci disse, manco fossimo convinti di dover fare a pallonate con Jos, e poi attacc con i suoi pistolotti filosofici.
Io non ascoltavo quasi. Perch avrei dovuto? Erano le solite cazzate a base di sangue, sudore e lacrime e via di questo passo. Mai sentito un allenatore parlare a quel modo! Cazzate pure e semplici! Ma adesso finalmente eccolo venire da me. Successe durante l'allenamento a San Siro, mentre il pubblico era l che mi scrutava, tipo: Ibra  tornato!.
Te la senti di giocare dall'inizio? mi chiese Guardiola. 
Assolutamente s risposi. Sono carico.
Ma ti senti anche pronto?
Senz'altro.  tutto a posto.
Ma sei sicuro di essere pronto? 
Ripeteva sempre lo stesso concetto e io avvertii delle brutte vibrazioni.
Ascolta,  stato un viaggio da dimenticare ma io sono in forma. L'infortunio  superato. Dar il massimo.
Guardiola sembrava dubitarne. La cosa mi puzzava, e chiamai subito Mino Raiola. Io telefono a Mino in continuazione. I giornalisti svedesi dicono che lui ha una pessima influenza per la mia immagine. Devo dire come la penso? Mino  un genio. Gli chiesi: Ma cos'ha in testa quel tipo?.
Nessuno di noi lo capiva. Cominciavano a girarci. Ma io scesi in campo dall'inizio e andammo sull'uno a zero. Poi le cose cambiarono. Al 60' fui sostituito e alla fine perdemmo tre a uno. Ero furibondo.
A inizio carriera, tipo quando stavo all'Ajax, mi capitava di rimuginare su una sconfitta per settimane. Adesso ho Helena e i bambini, mi aiutano a dimenticare e ad andare avanti, e quindi mi concentrai sulla partita di ritorno al Camp Nou. Quel giorno c'era un'atmosfera spaventosa. Tutti odiavano Mourinho. I giornalisti scrissero un sacco di stronzate sul fatto che lui e l'arbitro della precedente partita erano amici e avevano anche un ristorante insieme e che avevamo perso per quel motivo: era tutto pazzesco, persino i muri sembravano fare il tifo, e noi dovevamo vincere nettamente per poter andare avanti.
Ma poi... non voglio nemmeno pensarci. Anzi s, voglio, perch da allora sono un uomo pi forte. Vincemmo uno a zero, ma non bast. Eravamo stati eliminati dalla Champions League, Guardiola mi squadrava come se fosse tutta colpa mia, e io pensavo: Siamo al capolinea.  finita. Dopo quella partita ebbi come la sensazione di non essere pi il benvenuto nel club e stavo male quando mi mettevo al volante della loro Audi. Stavo da schifo quando ero seduto negli spogliatoi, e Guardiola mi guardava in cagnesco come se fossi un elemento di disturbo, un estraneo. Era come un muro, un muro di pietra: da lui non ricevevo nessun segno di vita, e ogni minuto che trascorrevo con la squadra desideravo essere altrove. Non ne facevo pi parte.
Quando andammo in trasferta contro il Villarreal, Guardiola mi fece giocare cinque minuti. Ribollivo letteralmente di rabbia, e non perch stessi in panchina. Quello posso anche accettarlo se l'allenatore  sufficientemente uomo da dire: Tu non sei bravo abbastanza, Zlatan. Non sei all'altezza!.
Ma Guardiola non diceva una parola, niente di niente, e la misura era colma. Me lo sentivo in tutto il corpo, e se fossi stato in lui avrei avuto paura. Non che io sia uno che cerca lo scontro! Ho fatto stronzate di ogni genere,  vero, ma difficilmente comincio io, anche se in campo qualche testata mi  capitato di darla. Per quando mi arrabbio, lo ammetto, non ci vedo pi ed  meglio starmi alla larga.
A raccontarla giusta, quando tornai negli spogliatoi dopo la partita non avevo esattamente pianificato di uscire di testa. Di certo non sprizzavo di gioia, questo si pu dire tranquillamente, ed ecco che mi trovavo di fronte il mio nemico che si grattava la pelata. Per il resto non c'era molta altra gente, c'erano Tour, forse qualcun altro, soprattutto c'era un armadietto di metallo, e io continuavo a fissarlo. Poi gli tirai un calcio. Credo sia volato tipo tre metri pi in l, ma non avevo ancora finito. Non ci pensavo neanche. Urlai: Tu non hai le palle! e di sicuro anche cose peggiori, e poi aggiunsi: Te la fai addosso di fronte a Mourinho. Ma va' all'inferno!.
Ero completamente fuori di me, e forse ci si sarebbe potuto aspettare che Guardiola dicesse un paio di parole in replica, qualcosa del tipo: Calmati adesso, non si parla cos al proprio allenatore!. Ma lui non  quel genere di persona. Lui  un vigliacco totale. Si limit a raccogliere da terra l'armadietto, da bravo omino ordinato, poi usc, e non accenn pi alla cosa, anzi non ne parl in generale. Ma ovviamente il pettegolezzo si diffuse. Sul pullman erano tutti impazziti: Cos' successo, cos' successo?.
Niente pensavo. Ho detto solo una parte della verit. Ma non avevo la forza di parlarne. Ero troppo imbestialito.
Settimana dopo settimana il mio allenatore e capo mi aveva boicottato senza spiegarmi perch. Era assurdo. Avevo avuto scontri epocali in precedenza, ma il giorno dopo avevamo sempre sistemato le cose e tutto era tornato nuovamente a posto. Adesso continuavano solo il silenzio e la guerra psicologica e io pensavo: Ho ventotto anni. Sono forte. Ho fatto ventidue reti e quindici assist solo qui al Bara, eppure vengo trattato come se non esistessi. Devo subire ancora? Devo continuare ad adeguarmi? Nemmeno per sogno!.
Quando ero in panchina contro l'Almera, mi ero ricordato di quel famoso Qui a Barcellona non veniamo agli allenamenti in Ferrari oppure in Porsche!. Che stronzate! Io prendo la macchina che mi pare, soprattutto se serve a provocare gli idioti. Cos presi la mia Enzo e la parcheggiai davanti al centro sportivo. Ovviamente scoppi un gran casino. I giornali scrissero che quella macchina costava come tutti i giocatori dell'Almera messi insieme. Ma io non me ne curai. Le chiacchiere dei media valevano niente, al punto a cui eravamo arrivati. Avevo deciso di restituire il colpo. Avrei cominciato a lottare sul serio ed  un gioco che conosco molto bene. Un tempo ero un duro, credetemi. Ma per sicurezza non dovevo trascurare nessun particolare: perci ne parlai ovviamente con Mino - pianifichiamo sempre le varie mosse insieme - e poi telefonai ai vecchi amici.
Volevo vedere la cosa da diverse angolazioni e mi arrivarono tutti i consigli possibili e immaginabili. I ragazzi di Rosengrd volevano venire gi e spaccare tutto; da parte loro era molto carino, ma non mi sembrava esattamente la strategia giusta allo stato delle cose. E naturalmente ne parlai con Helena. Lei viene da un altro mondo.  in gamba. Sa anche essere tosta, ma allora prefer usare l'incoraggiamento: In ogni caso sei diventato un pap migliore. Quando non hai una squadra dove ti trovi bene, la squadra la fai qui a casa con noi disse, e io ne fui felice.
Giocavo un bel po' a pallone con i bambini e cercavo di far s che tutti stessero bene, e ovviamente mi dedicavo ai miei videogiochi.  un po' una malattia per me, mi lascio totalmente assorbire. Ma dopo gli anni all'Inter, in cui ero capace di stare alzato a giocare fino alle quattro o alle cinque del mattino e andavo all'allenamento con solo due o tre ore di sonno in corpo, mi sono dato un po' di regole: niente Xbox o PlayStation dopo le dieci di sera.
Non mi piace buttare via il tempo, e in quelle settimane cercai di dedicarmi seriamente alla famiglia e di sbollire la rabbia rilassandomi nel nostro giardino e facendomi perfino una Corona ogni tanto. Quello era il mio lato buono. Ma di notte, quando non riuscivo a dormire, o all'allenamento, quando vedevo Guardiola, allora si risvegliava l'altro mio lato. La rabbia mi martellava le tempie, stringevo i pugni e progettavo le mie contromosse e la mia rivincita. No, mi era sempre pi chiaro, ormai non c'era pi possibilit di ritorno. Era tempo di rialzarmi e tornare a essere me stesso.
Perch ricordate: si pu togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo!
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Quand'ero bambino mio fratello mi regal una bici da acrobazie, una BMX. La chiamavo Fido Dido. Fido era il piccolo eroe di una serie a fumetti, un personaggio con i capelli tutti in piedi. Io lo trovavo fortissimo. La mia Fido Dido fu rubata fuori della piscina di Rosengrd e pap si precipit l con la camicia aperta sul petto e le maniche arrotolate. Lui, sapete,  uno di quei tipi che guai se qualcuno osa toccare i suoi figli o si azzarda a prendere le loro cose! Ma nemmeno un duro come lui pot farci niente. Fido Dido era sparita, e io ero semplicemente disperato.
Dopo quell'episodio cominciai a fregare biciclette anch'io. Aprivo i lucchetti. Ero diventato un maestro. Bang, bang, bang e la bici era mia. Un ladro di biciclette, fu la mia prima identit. Era una cosa piuttosto innocente, ma ogni tanto passavo un po' i limiti. Una volta mi vestii tutto di nero e uscii nel buio come una specie di Rambo per fregare una bici militare con un enorme tronchese. Quant'era bella, quella bici! La adoravo. Ma, in tutta sincerit, a spingermi era il brivido dell'avventura pi che la bici in s. Aggirarmi nel buio mi dava la carica, ma mi piaceva anche tirare uova contro i vetri delle finestre e fare altre cose del genere. Solo una volta ogni tanto mi beccavano.
Ricordo per esempio un fatto piuttosto imbarazzante che successe ai grandi magazzini Wessels nei dintorni di Jgersro: io e un mio amico avevamo addosso dei piumini in piena estate, una vera idiozia, e sotto nascondevamo quattro racchette da ping-pong e altre cose che avevamo rubato. Allora, con cosa la pagate, questa roba? disse la guardia quando ci ferm all'uscita. Io tirai fuori di tasca sei monetine da dieci centesimi: Con queste, tipo. Ma il tizio non aveva molto senso dell'umorismo e io decisi che da quel momento sarei stato un po' pi professionale: alla fine diventai un ladruncolo piuttosto in gamba.
Non ci crederete, ma ero basso. Avevo gi un gran naso e un forte difetto di pronuncia, cos a scuola mi assegnarono una logopedista, una signora che veniva da me e mi insegnava a dire la s. Io lo trovavo umiliante, di certo non era una cosa che mi rendeva figo. Inoltre ero irrequieto, non ero capace di stare seduto fermo neanche un secondo ed ero continuamente in giro. Era come se, correndo sempre, non potesse succedermi niente di male.
Abitavamo a Rosengrd, un sobborgo di Malm che era pieno di somali, turchi, jugoslavi, polacchi e ogni genere di immigrati, pi qualche svedese. Noi ragazzi facevamo tutti i duri, ci infiammavamo per niente, e anche a casa non si pu dire che le cose filassero lisce.
Abitavamo al quarto piano al numero 5c di Cronmans vg a quei tempi, e da noi non si viaggiava ad abbracci ed effusioni. Nessuno mi domandava: Com' andata oggi Zlatan, tesoro?, no, niente del genere. Nessun adulto dava una mano con i compiti o chiedeva se avevi dei problemi. Ti dovevi arrangiare da solo e non era il caso di lagnarsi se qualcuno ti aveva fatto uno sgarbo. Bisognava stringere i denti, c'era sempre casino e volavano mazzate, quando uno ogni tanto avrebbe sperato anche in un po' di calore umano. Un giorno, per esempio, caddi dal tetto dell'asilo. Mi feci un gran livido e corsi a casa piangendo, aspettandomi una carezza sulla testa o almeno qualche parola di consolazione. Mi arriv uno schiaffone.
Che cosa ci facevi sul tetto, eh?
Niente Povero piccolo Zlatan, ma Razza d'idiota, arrampicarti su un tetto, beccati questo!. Rimasi totalmente scioccato, mi ritirai in disparte o me ne andai fuori, non ricordo. 
Mia madre non aveva tempo per consolarmi, no di certo. Lavorava come donna delle pulizie e sgobbava per mantenerci, era davvero una tipa tosta, ma non le rimaneva energia per molto altro. In casa mia ci ritrovavamo tutti quanti un carattere tremendo, non si viaggiava esattamente a suon di frasette educate del tipo: Tesoro, potresti essere cos gentile da passarmi il burro?, era qualcosa di pi simile a: Muovi il culo e va' a prendere il latte, stronzo. C'erano porte che sbattevano e i pianti della mamma. Piangeva spesso. A lei va tutto il mio amore. Ha dovuto faticare parecchio nella vita. Faceva le pulizie anche quattordici ore al giorno, ogni tanto io e i miei fratelli l'accompagnavamo e portavamo fuori i sacchi della spazzatura per guadagnare qualche spicciolo.
Ma quando mamma perdeva la pazienza era meglio non essere in zona: ci picchiava con i cucchiai di legno. A volte capitava che il mestolo si rompesse, e allora dovevo filare a comprarne uno nuovo, come se fosse stata colpa mia che era andata gi cos pesante. Ricordo che una volta all'asilo avevo tirato un mattone che in qualche modo era rimbalzato e aveva rotto il vetro di una finestra. Quando mamma l'aveva saputo, era impazzita di rabbia, tutto ci che ci costringeva a spendere soldi la mandava fuori di testa. Mi picchi con il mestolo, bang, bum! faceva male, e forse si spezz anche il mestolo. In casa non c'erano cucchiai di legno di riserva, e allora lei mi rincorse armata di mattarello. Ma quella volta riuscii a farla franca, e ne parlai con Sanela. Sanela  la mia unica sorella sia di padre che di madre. Ha due anni pi di me.  un tipo tosto, e pens che avremmo dovuto prendere un po' in giro la mamma. Cos andammo all'Ica, il supermercato, comprammo una confezione di cucchiaioni di legno, tipo tre per dieci corone, e li regalammo alla mamma per Natale. Ma non credo che apprezz l'ironia, non aveva tempo per gli scherzi: a tavola doveva esserci da mangiare per tutti, le sue forze erano indirizzate verso quell'unico obiettivo. Eravamo in tanti a casa: le mie sorellastre, che pi avanti scomparvero dalla famiglia rompendo con tutti noi, e poi Aleksandar detto Keki, il mio fratellino, e i soldi non bastavano mai. I pi grandi si occupavano dei pi piccoli, non ce la saremmo cavata altrimenti, e si mangiava della gran pasta con il ketchup oppure si andava a casa dei compagni o di mia zia Hanife, la sorella di mio padre, che abitava al piano di sotto e che era stata la prima di tutti a trasferirsi in Svezia.
Non avevo neanche due anni quando mamma e pap si separarono, non ricordo niente di quella storia e forse  anche meglio cos. Non era mai stato un matrimonio felice, questo  certo. Litigavano di continuo e si erano sposati principalmente perch pap potesse ottenere il permesso di soggiorno. 
Dopo la separazione finimmo tutti con mamma, ma io avevo nostalgia di pap: si era sistemato meglio e intorno a lui succedevano cose pi divertenti. Nei primi tempi io e Sanela lo vedevamo a domeniche alterne, lui arrivava spesso sulla sua vecchia Opel Kadett blu, ci portava al parco di Pildamm o all'isola di Limhamn e ci comprava hamburger e gelato. Una volta esager e ci regal un paio di Nike Air Max ciascuno, quelle scarpe da ginnastica cool che costavano tipo mille corone. Le mie erano verdi, quelle di Sanela rosa. A Rosengrd nessuno le aveva e noi ci sentivamo strafighi. Stavamo bene con pap, capitava perfino di ricevere una paghetta da cinquanta corone, ben oltre il necessario per una pizza e una Coca. Era un pap della domenica molto divertente. 
Ma la situazione s'incasin. Sanela era molto brava a correre. Nei sessanta metri era la pi veloce della Scania nella sua categoria; pap era fiero come un pavone e l'accompagnava in auto agli allenamenti. Bene, Sanela. Ma sai fare di meglio diceva. Era il suo ritornello, Meglio, meglio, non accontentarti, e quella volta in macchina c'ero anch'io. Qualcosa non andava. Sanela era taciturna. Si sforzava per non piangere.
Cos' successo? le chiese pap.
Niente rispose mia sorella, e allora lui ripet la domanda e alla fine lei raccont tutto. 
Erano successe un sacco di cose nuove, non  necessario entrare nei dettagli, sono affari di Sanela. Ma mio padre  come un leone: se accade qualcosa ai suoi figli diventa una furia, specialmente quando si tratta di Sanela, l'unica femmina. Cos scoppi un gran casino con interrogatori e inchieste dei servizi sociali e conflitti sulla nostra tutela e orrori del genere. Io non ci capivo granch. Avr avuto circa nove anni.
Era l'autunno del 1990. Anche se tutti cercavano di tenermi fuori da queste cose, io ovviamente intuivo. In casa c'era molta agitazione, anche se non era la prima volta: mia sorella maggiore faceva uso di droghe, roba pesante, nascondeva tutto in casa e c'era spesso casino intorno a lei, personaggi loschi che telefonavano e una gran paura che succedesse qualcosa di grave. Un'altra volta la mamma era stata fermata per ricettazione. Qualche conoscente le aveva detto: Puoi tenermi questa collana? e lei lo aveva fatto, ovviamente in buona fede. Ma poi venne fuori che si trattava di merce rubata, un giorno la polizia fece irruzione da noi e arrest la mamma. Ho un ricordo vago, come una strana sensazione, tipo: Dov' la mamma? Perch non c' pi?.
Arrivavano sempre nuovi dispiaceri, e io cercavo di starne alla larga. Andavo fuori a correre, o a giocare a calcio. Non che fossi il ragazzino pi equilibrato del quartiere, o la pi grande promessa: ero solo uno dei tanti ragazzini che tiravano calci a un pallone, anzi peggio, perch avevo degli scatti di rabbia spaventosi, davo testate alla gente e litigavo con i compagni di squadra. Ma avevo il calcio. Era roba mia e giocavo tutto il tempo, in cortile, al campetto e a scuola durante l'intervallo. 
Andavamo alla Vrner Rydn allora, Sanela in quinta e io in terza, e non c'erano dubbi su chi fosse pi bravo! Sanela era stata costretta a crescere molto in fretta, per fare da seconda mamma a Keki e occuparsi della famiglia quando le sorelle maggiori erano andate via. Si era presa una responsabilit incredibile. E rigava dritto. Non era certo il tipo di ragazzina che veniva convocata in presidenza per una strigliata, e perci, quando il preside ci chiam entrambi, mi preoccupai molto. Se avessero convocato me soltanto sarebbe stato tutto normale, semplice routine, ma stavolta la cosa riguardava tutti e due. Era morto qualcuno? Di che cosa poteva trattarsi?
Mi venne il mal di pancia, e ci avviammo lungo il corridoio della scuola. Ero irrequieto. Ma quando entrammo, pap era seduto l in compagnia del preside, o di chi diavolo era, e allora mi rasserenai. Pap di solito significava cose piacevoli, ma l di piacevole non c'era niente. L'atmosfera era tesa e solenne: cominciai a tremare, non ci capivo molto, solo che si trattava di mamma e pap. Ma adesso so. Adesso, nel mettere insieme questo libro, i frammenti del puzzle sono andati al loro posto.
L'11 novembre 1990 i servizi sociali avevano completato la loro indagine, e pap aveva ottenuto sia l'affidamento di Sanela sia il mio. L'ambiente, a casa di mamma, era stato ritenuto inadatto, anche se non era lei la causa principale. Mamma piangeva e piangeva, certo, e ci picchiava con i mestoli di legno e non ci ascoltava molto, e aveva avuto sfortuna con gli uomini e niente andava per il verso giusto... Ma amava i suoi figli. Soltanto era cresciuta in un certo modo, e credo che pap questo lo capisse. 
And da lei quello stesso pomeriggio: Non volevo che tu arrivassi a perderli, Jurka.
Ma pretendeva un giro di vite, e con pap non si scherza in questo genere di situazioni. Le sue furono certamente parole dure - Se le cose non migliorano, non vedrai pi i bambini eccetera - e cosa poi accadde di preciso non so. So che Sanela and a stare da lui per qualche settimana, mentre io restai ancora da mamma, nonostante tutto. Ma nemmeno quella era una buona soluzione. Sanela non stava bene, da pap. Lei e io lo trovavamo spesso addormentato sul pavimento, e sul tavolo c'erano lattine di birra e bottiglie. Pap, svegliati, svegliati! Ma lui andava avanti a dormire.  una cosa strana pensavo. Perch mai far cos? Volevamo essere d'aiuto ma non sapevamo che pesci prendere. Magari aveva freddo? Lo coprivamo con asciugamani e coperte perch stesse caldo, per il resto non ci capivo granch. Probabilmente Sanela ne sapeva un po' di pi. Si era accorta dell'umore ballerino di pap e di come s'infiammasse facilmente e urlasse come un demonio, e credo che questa cosa la spaventasse. Inoltre sentiva la mancanza del suo fratellino Zlatan. Cos lei voleva tornare da mamma, mentre per me era tutto l'opposto: io avevo nostalgia di pap. Una di quelle sere gli telefonai e forse dovetti sembrargli disperato. Senza Sanela mi sentivo solo.
Non voglio rimanere qui. Voglio stare da te.
Vieni disse. Ti mando un taxi.
Ci furono nuove indagini dei servizi sociali, e, nel marzo del 1991, mamma ebbe l'affidamento di Sanela e pap il mio. Alla fine io e mia sorella fummo separati, ma siamo sempre rimasti uniti, nonostante negli anni ci siano stati alti e bassi. Ma siamo terribilmente legati. Sanela oggi fa la parrucchiera. Certe volte la gente va nel suo salone e dice: Accidenti, quanto somigli a Zlatan! e allora lei risponde sempre: Stronzate,  lui che somiglia a me.  un tipo tosto. N io n lei abbiamo avuto la vita facile. 
Mio padre, efik, si era trasferito nel 1999 da Hrds vg, a Rosengrd, a Vrnhemstorget, a Malm. Ha un cuore grande, come avrete gi capito, era pronto a morire per noi, ma con lui le cose non andarono esattamente come mi ero aspettato. Lo conoscevo solo come il pap della domenica, quello degli hamburger e del gelato, mentre adesso dovevamo condividere la vita quotidiana. Io me ne accorsi subito, c'era come un vuoto a casa di pap. Mancava qualcosa, qualcuno, una donna forse. C'erano un televisore, un divano, una libreria, due letti, ma niente di pi, niente che rendesse l'atmosfera accogliente; c'erano lattine di birra sui tavoli e sporcizia sul pavimento, e quando a volte gli veniva un guizzo e si metteva a tappezzare faceva una parete e poi piantava l: Il resto lo faccio domani. Ma non finiva mai. Cambiavamo casa di frequente e non riuscivamo mai a raggiungere una certa normalit. E poi il vuoto non era solo fisico.
Pap si occupava della manutenzione di condomini ed era reperibile a tutte le ore. Quando tornava a casa nella sua tuta da lavoro, con tutte quelle tasche piene di cacciaviti e arnesi, si sedeva accanto al telefono o davanti alla tv e non voleva essere disturbato. Era come sprofondato in se stesso, e spesso infilava gli auricolari e ascoltava musica popolare jugoslava. Va matto per la musica popolare della sua terra, ha anche inciso lui stesso qualche disco. Quando  dell'umore,  uno showman. Ma allora stava quasi sempre immerso nel suo mondo e, se capitava che si facesse vivo qualche mio amico al telefono, gli sibilava: Non devi chiamare qui!.
Non potevo portare a casa i miei amici e, se per caso erano stati loro a cercarmi, non riuscivo neppure a venirlo a sapere. Non potevo toccare il telefono, e non avevo nessuno con cui parlare. Sapevo per che, se un problema si faceva serio, pap era l per me. Allora avrebbe fatto qualsiasi cosa, si sarebbe fiondato in citt e avrebbe cercato di sistemare tutto. 
Aveva un modo di camminare che faceva sobbalzare la gente. E quello chi diamine ? Ma delle cose normali, tipo di quello che era successo la mattina a scuola o sul campo di calcio o con gli amici, non gliene fregava niente: se non mi accontentavo di parlare allo specchio mi toccava uscire.  vero che nei primi tempi viveva con noi anche Sapko, il mio fratellastro, quindi certe volte parlavo con lui, che all'epoca aveva circa diciassette anni... ma non ho grandi ricordi, e non molto tempo dopo pap lo butt fuori di casa. Avevano avuto dei litigi mostruosi, anche questa  una faccenda triste, chiaro, e cos rimanemmo soltanto io e pap. Eravamo soli, ognuno nel proprio angolino, visto che nemmeno lui si portava a casa degli amici. Stava seduto per conto suo e beveva. Non c'era compagnia per nessuno. Ma soprattutto non c'era niente da mangiare.
Io stavo fuori tutto il tempo a giocare a calcio e a pedalare su bici rubate, e spesso tornavo a casa affamato come un lupo, spalancavo lo sportello del frigorifero e pensavo: Ti prego, ti prego, fa' che ci sia dentro qualcosa!. Ma no, niente, sempre il solito: latte, burro, pane e, nel migliore dei casi, del succo di frutta, Multivitamine, confezione da quattro litri, comperato al negozio arabo perch costava meno. E poi birra, ovviamente: Pripps Bl e Carlsberg, confezione da sei con la plastica intorno, a volte non c'era nient'altro, solamente birra, e il mio stomaco urlava. C'era una sofferenza in quei momenti che non dimenticher mai. Domandate a Helena! Il nostro frigorifero dev'essere pieno zeppo, lo ripeto in continuazione. Qualche tempo fa mio figlio Vincent piangeva perch voleva la pasta e i maccheroni erano sul fuoco. Strillava perch il cibo non era ancora pronto, e io avrei voluto urlare: Se solo sapessi quanto sei fortunato!.
Ero capace di frugare in tutti i cassetti, in ogni minimo angolo, a caccia di una polpettina di carne. Mi saziavo a fette di pane tostato, ero capace di divorare un intero filone. Oppure correvo a casa da mamma, anche se non sempre venivo accolto a braccia aperte. Era piuttosto un: Che diavolo, perch deve venire qui anche Zlatan? efik non gli d da mangiare?, e certe volte mi prendevo una strigliata: Credi che i soldi crescano sugli alberi? Vuoi mangiarci anche la casa?!. Per, alla fine, ci aiutavamo a vicenda. 
Intanto, da pap, cominciai a condurre una piccola guerra contro la birra: vuotavo nel lavandino qualche lattina, chiaramente non tutte perch se ne sarebbe accorto subito. Succedeva di rado che mi beccasse. C'era birra dappertutto, sui tavoli e sugli scaffali, e spesso raccoglievo le lattine in grandi sacchi neri della spazzatura e andavo a portare i vuoti alla raccolta differenziata. Mi davano cinquanta centesimi a lattina, e a volte riuscivo a racimolare cinquanta o anche cento corone. Le lattine erano tante e io ero felice dei soldi, ma  ovvio, non era una faccenda divertente.
Come tutti i ragazzini in quella situazione, imparai a capire con precisione di che umore fosse pap. Sapevo esattamente quando non era il caso di parlargli. Il giorno dopo che aveva bevuto, per esempio, era abbastanza tranquillo; il secondo giorno andava peggio. In certe circostanze era capace di infiammarsi in un lampo, altre volte era incredibilmente generoso e magari mi dava cinquecento corone cos, per niente. A quei tempi facevo raccolta di figurine dei calciatori. Dentro ogni pacchetto c'erano un chewingum e tre figurine. Ohi ohi, chiss chi trover? mi chiedevo. Maradona? Il pi delle volte rimanevo deluso, soprattutto quando erano solo noiose stelle svedesi di cui non me ne fregava niente. Ma un giorno pap mi fece una delle sue sorprese e torn a casa con uno scatolone intero pieno di pacchetti di figurine. Fu una vera festa, io li aprii e trovai tutti i giocatori brasiliani pi fighi...  un bellissimo ricordo. 
Ogni tanto io e pap guardavamo la tv insieme e chiacchieravamo, e tutto andava a gonfie vele. Ma altri giorni lui era ubriaco fradicio. Ho ancora davanti agli occhi immagini semplicemente spaventose, e quando diventai un po' pi grande accettai di scontrarmi con lui anche duramente. Non mi tiravo indietro come mio fratello. Gli dicevo: Tu bevi troppo, pap, e avevamo dei litigi pazzeschi, scontri totalmente insensati. Ero capace di tenergli testa anche quando gli leggevo in faccia che mi avrebbe urlato: Ti sbatto fuori di casa e cose del genere. Volevo dimostrare che sapevo dire la mia, e di tanto in tanto succedeva un gran casino. Ma lui non mi toccava mai, neanche con un dito. Anzi s, una volta mi alz in aria due metri e poi mi moll sul letto, ma questo solo perch ero stato cattivo con Sanela, che era la luce dei suoi occhi. Fondamentalmente era la persona pi buona del mondo, e io adesso capisco che non aveva una vita facile. Lui beve per annegare i suoi dispiaceri diceva mio fratello, e forse non era tutta la verit. Ma di certo la guerra nell'ex Jugoslavia l'aveva colpito molto duramente. 
Della guerra non ho mai capito un granch. Non mi raccontavano mai niente. Mi proteggevano, tutti si sforzavano tantissimo in questo senso, e io non capii nemmeno perch mamma e le mie sorelle a un certo punto iniziarono a vestirsi di nero. Lo fecero perch la mia nonna materna era morta sotto un bombardamento in Croazia: la piangevano tutti, tranne me che non dovevo sapere, e non dovevo curarmi del fatto che le persone fossero serbe o bosniache o chiss cos'altro. 
Ma quello che soffriva di pi era pap. Veniva da Bijeljina, in Bosnia. Era stato muratore laggi, e tutta la sua famiglia e i vecchi amici abitavano ancora in quella citt che adesso, all'improvviso, era diventata un inferno. Bijeljina fu praticamente violentata, e non  poi cos strano che pap riprese a definirsi musulmano, niente affatto. I serbi invasero la citt e giustiziarono centinaia di musulmani, credo che lui conoscesse molti di loro. Tutta la sua famiglia fu costretta alla fuga. L'intera popolazione di Bijeljina fu sostituita dai serbi, che presero possesso delle case vuote e anche della vecchia stamberga di pap. Qualcuno semplicemente entrava e si appropriava della tua casa. Ecco perch pap, dopo il lavoro, non aveva mai tempo per s: aspettava tutte le sere i notiziari alla tv o qualche telefonata dal suo Paese. La guerra lo divorava, e seguirne gli sviluppi divenne per lui un'ossessione. Stava seduto l da solo e beveva e soffriva, e ascoltava la sua musica e io stavo ben attento a tenermi fuori casa o me ne andavo dalla mamma.
Da pap c'eravamo solo io e lui. C'era del vuoto, come ho detto. Invece a casa di mamma era un casino totale. Gente che andava e veniva, urla, baccano. Mamma si era trasferita al quinto piano di un condominio nella stessa strada della vecchia casa, al 5a di Cronmans vg: abitava sopra zia Hanife, o Hanna, come la chiamavo io. Anche a casa di mamma c'erano un bel po' di cose che non andavano. Una delle mie sorellastre sprofond sempre pi nella droga e mamma era arrivata al punto di sussultare ogni volta che suonava il telefono o che bussavano alla porta: Non ne abbiamo avute a sufficienza, di disgrazie? Che c' adesso?. Tutte quelle preoccupazioni l'hanno fatta invecchiare prima del tempo e resa ultrasospettosa verso tutto ci che passa per casa. Non molto tempo fa mi ha chiamato sconvolta: Zlatan, c' della droga nel frigo!. Io sono scattato come una molla e ho telefonato subito a Keki: Ma che cazzo, c' della droga nel frigo di mamma?!. Lui non ci capiva niente, ma poi si  accesa una lampadina: quello di cui parlava mamma era tabacco da masticare. L'avevo procurato io a mio fratello.
Tranquilla, mamma,  soltanto tabacco.
Stessa porcheria.
 rimasta veramente segnata dagli anni della nostra giovinezza, e avremmo certamente dovuto essere un po' pi educati. Ma l'educazione era qualcosa che non avevamo mai imparato. Conoscevamo solo la durezza. Mi ricordo una volta che, da ragazzo, ero su da mia sorella, quella delle droghe. Se n'era andata molto presto di casa e faceva dentro e fuori dai centri di recupero, ma ricascava sempre nel vizio e alla fine mamma ruppe i ponti con lei, oppure fu mia sorella stessa a farlo, non importa. Non conosco con precisione i retroscena. In ogni caso fu una faccenda molto pesante, ma noi abbiamo questa tendenza in famiglia: siamo vendicativi e drastici, diciamo: Non vogliamo vederti mai pi e cose del genere.
Quella volta dunque ero da mia sorella nel suo piccolo appartamento. Forse era il mio compleanno, ricordo che lei aveva comperato dei regali ed era anche gentile, a suo modo. Ma poi io ebbi bisogno di andare in bagno e allora lei mi blocc, in preda al panico. No, no gridava, e corse l dentro a trafficare. Capii che qualcosa non andava, e poi vidi che c'erano in giro un bel po' di quei maledetti aggeggi. Ma, come ho gi detto, cercavano di tenermene lontano, e io avevo i miei interessi, le mie bici e il mio calcio, e poi i miei sogni su Bruce Lee e Muhammad Ali. Io volevo diventare come loro.
Pap aveva un fratello maggiore di nome Sabahudin nella ex Jugoslavia. Era nato nel 1944 e lo chiamavano Sapko, mio fratello maggiore ha preso il nome da lui. Sabahudin faceva il pugile, ed era un vero talento. Gareggiava per il BK Radnicki nella citt di Kragujevac e divent campione jugoslavo con il suo club e membro della Nazionale. Ma un giorno, nel 1967, novello sposo e a soli ventitr anni, and a fare il bagno nel fiume Neretva: c'erano delle forti correnti e credo anche che lui avesse un qualche difetto al cuore o ai polmoni. Sta di fatto che fu trascinato sul fondo e anneg... Fu un duro colpo per la famiglia, e dopo quell'episodio mio padre divent un po' un fanatico della boxe. Aveva tutti i grandi incontri di pugilato registrati e su quei vecchi nastri, oltre a Sabahudin, c'erano Ali, Foreman e Tyson, e poi tutti i film di Bruce Lee e Jackie Chan.
Era questo quello che guardavamo quando ci facevamo compagnia davanti alla tv. La televisione svedese era come se non esistesse, noi vivevamo in un mondo completamente diverso. Sono dovuto arrivare a vent'anni, prima di vedere il mio primo film svedese, e non avevo la minima conoscenza degli eroi o dei campioni sportivi svedesi, tipo Ingemar Stenmark o i grandi tennisti. Ma Ali, lui s che lo conoscevo! Che leggenda! Lui seguiva il suo stile a prescindere da cosa dicesse la gente. Non chiedeva mai scusa e questo per me era grandioso. Andava per la sua strada. Sempre. Cos bisognava essere, e io gli presi in prestito certi modi di dire, Sono il pi grande, cose cos. C'era bisogno di tenere un atteggiamento da duro a Rosengrd, e se ti arrivava all'orecchio qualche insulto - la cosa peggiore era essere chiamato checca -, be', non ti potevi tirare indietro.
Il pi delle volte, comunque, non litigavamo fra di noi. Non si caga nel proprio letto, come usavamo dire. Eravamo piuttosto noi di Rosengrd contro tutti gli altri. Una volta, al festival di Malm, vidi un sacco di ragazzi di Rosengrd, tipo duecento, che inseguivano un tipo da solo. Non sembrava esattamente uno scontro alla pari, detto in tutta onest. Ma siccome erano ragazzi del mio quartiere, cominciai a correre con loro, e non credo che quel tipo sia stato cos bene, dopo. Eravamo arroganti e sfrenati. Facevamo i duri, ma certe volte non era cos facile. 
Quando io e pap abitavamo dalle parti della Stenkulaskolan, facevo spesso tardi dalla mamma e allora ero costretto a ritornare a casa attraverso un tunnel buio che passa sotto Amiralsgatan e che sbuca di fronte al tunnel di Annelund. Una volta, molti anni prima, pap era stato rapinato e malmenato brutalmente proprio in quel punto ed era finito all'ospedale con un polmone perforato. Finivo per pensarci spesso, anche se ovviamente cercavo con tutte le forze di evitare: ma pi cercavo di ricacciare quel pensiero, pi ritornava a galla. In quel quartiere correvano anche i binari di una ferrovia, l, su in alto, e una strada; c'erano poi un orribile vicoletto, alcuni cespugli e due lampioni, uno proprio davanti al tunnel e un altro all'estremit opposta. Per il resto era buio, e faceva paura. Perci i lampioni erano diventati i miei punti di riferimento. Correvo dall'uno all'altro come un matto, con il cuore che scoppiava, e per tutto il tempo pensavo: Di sicuro l dentro  in agguato qualche bastardo, come quelli che hanno aggredito pap, e poi pensavo in modo totalmente maniacale: Se riesco a correre davvero veloce sono al sicuro, e ritornavo a casa con il fiatone, altro che Muhammad Ali!
Un'altra volta pap port me e Sanela a fare il bagno ad Arlv e dopo io andai a casa di un amico; proprio quando arriv il momento di tornare attacc a piovere. Diluviava e io pedalai sotto l'acqua come un idiota, e una volta arrivato entrai in casa barcollando, bagnato fradicio. Abitavamo in Zenithgatan allora, abbastanza lontano da Rosengrd, ed ero totalmente esausto. Tremavo e avevo mal di pancia, un male assurdo. Non riuscivo a muovermi. Stavo raggomitolato nel letto, vomitavo, avevo le convulsioni. A un certo punto deliravo, e pap entr in camera e s, certo, lui  quello che , i suoi frigoriferi erano vuoti e beveva troppo. M quando  veramente necessario non c' nessuno come lui: chiam un taxi, mi prese in braccio in quell'unica posizione in cui riuscivo a stare, tipo gamberetto, e poi mi port gi alla macchina che aspettava. Ero leggero come una piuma, allora. Pap era grande e grosso e fuori di s, era come un leone in gabbia, e grid alla tassista: Questo  mio figlio. Se ne sbatta delle regole del traffico, pago io le multe, tra cinque minuti voglio essere all'entrata dell'ospedale. La donna fece come le aveva detto, pass un paio di volte col rosso e poco dopo arrivammo al reparto pediatrico dell'ospedale di Malm. La situazione era ormai critica, da quello che avevo capito. Dovevano farmi un'iniezione nella schiena. Pap aveva sentito dire qualche storia di gente che era rimasta paralizzata e immagino che sbrait una sfilza di insulti e minacce. 
Avrebbe messo sottosopra l'intera citt se qualcosa fosse andato storto. Ma poi si calm. Finalmente mi fecero quell'iniezione nel midollo spinale: io ero steso sulla pancia e singhiozzavo. Venne fuori che avevo la meningite. L'infermiera abbass le tapparelle e spense tutte le luci, doveva esserci buio totale intorno a me. Poi mi imbottirono di medicine, mentre pap rimase a vegliarmi. Ma alle cinque del mattino dopo aprii gli occhi: la crisi era passata, e ancora oggi non so che cosa avesse potuto provocarla. Forse all'epoca mi trascuravo troppo, non seguivo esattamente una dieta equilibrata.
Ero piccolo di statura e piuttosto gracile a quei tempi, eppure dentro di me avevo trovato la forza per combattere quella battaglia.
Dimenticai in fretta quella storiaccia e, invece di restarmene in casa a rimuginare, mi misi in cerca di stimoli. Avevo un fuoco dentro, e, proprio come pap, mi infiammavo facilmente. Erano anni difficili, adesso l'ho capito. Pap aveva alti e bassi, spesso era del tutto assente oppure improvvisamente rabbioso: Stai a casa ogni tanto!, Non puoi pensare solo ai fatti tuoi!. Per come la vedeva lui, se ti capitava qualche casino, dovevi rialzarti e comportarti da uomo, non da ragazzino. Non c'erano alibi che reggessero. Nessun: Oggi ho mal di pancia. Sono un po' gi. Niente del genere! Imparai a restituire sempre il colpo e ad andare avanti, ma anche, non bisogna dimenticarlo, a fare sacrifici. Quando acquistammo un nuovo letto per me, all'Ikea, pap non poteva permettersi le spese di trasporto. La consegna a domicilio costava un buon cinquecento corone extra o qualcosa del genere, perci che cosa dovevamo fare? Semplice. Pap si trasform in Superman: port il letto sulla schiena per tutta la strada dall'Ikea a casa, un'autentica follia, chilometro dopo chilometro, e io lo seguivo con le testate. Non pesavano niente al confronto. Eppure non riuscivo a stargli dietro. Fai con calma, pap. Fermati, ogni tanto. Ma lui procedeva come un carro armato. Aveva quello stile macho, e dovevate vederlo quando compariva con il suo fare da cowboy alle riunioni dei genitori a scuola. Tutti si chiedevano: Ma chi  quello l?. La gente lo notava. Incuteva rispetto, e gli insegnanti di sicuro non osavano lamentarsi di me tanto quanto avrebbero voluto: Con quel tipo dobbiamo andarci un po' cauti!.
Mi hanno chiesto spesso, ovviamente, che cosa avrei fatto se non fossi diventato un calciatore. Non ne ho la pi pallida idea. Forse sarei diventato un criminale. Io e i miei amici del quartiere combinavamo parecchie cazzate. Non che ce ne andassimo in giro a rubare per professione, ma succedevano comunque un bel po' di cose in maniera del tutto spontanea, e non solo con le biciclette. C'era un bel viavai anche dai grandi magazzini, e spesso era l'azione stessa a eccitarmi. I furtarelli mi stimolavano, e devo essere grato che pap non lo venne mai a sapere. Pap beveva,  vero, ma le sue regole erano ferree: bisognava fare il proprio dovere e cos via... Sicuramente non rubare era in cima alla lista, questo  garantito. Se mi avesse scoperto sarebbe stato il finimondo.
Quella volta che ci beccarono ai grandi magazzini Wessels con le nostre giacche a vento imbottite, ebbi un culo pazzesco. Avevamo rubato merce per un valore di millequattrocento corone, non si trattava delle solite caramelle. Ma venne a prenderci il pap del mio amico, e quando da noi arriv una lettera della polizia, Zlatan Ibrahimovic  stato sorpreso a rubare, bla bla bla, feci in tempo a stracciarla prima che pap la vedesse. Mi and bene e continuai a rubacchiare, perci insomma, l'avete capito, sarei potuto finire male.
Ma una cosa posso dire con sicurezza: non avrei mai fatto cazzate con la droga. Per motivi naturali ero totalmente contro. Non buttavo via solo la birra di pap, gettavo anche le sigarette della mamma. Odiavo la droga e qualsiasi genere di schifezze e sono dovuto arrivare a diciassette o diciotto anni prima di ubriacarmi per la prima volta e vomitare nell'androne del palazzo come un adolescente qualsiasi: dopo quella volta non ci sono state molte sbronze, soltanto un collasso nella vasca da bagno dopo il primo scudetto con la Juventus. Ci voleva Trezeguet, quel serpente, a sfidarmi con i suoi shottini! Io e Sanela andavamo gi duro anche con Keki, se lo avessimo beccato a fumare o a bere gli avremmo spezzato le ossa, tipo. 
Era una faccenda un po' speciale, questa del fratellino. Ci prendevamo cura di lui. Per le questioni sentimentali andava da Sanela, per quelle un po' pi toste veniva da me. Io mi impegnavo, cercavo di tenerlo d'occhio, ma per il resto non ero esattamente un santo, e non ero sempre cos gentile verso amici e compagni di squadra. Anzi, spesso facevo cose aggressive. Quel genere di cose che oggi mi mandano in bestia se qualcuno osa farle ai miei figli. Questo non va dimenticato. Avevo una specie di doppia personalit gi allora.
Ero al tempo stesso disciplinato e turbolento, e su questa base costruii la mia filosofia, decisi il mio stile: accompagnare sempre le chiacchiere a grandi prestazioni. Quindi non mi piaceva chi diceva parole a vuoto del tipo: Io sono il migliore, e tu chi sei?, ovviamente no, non c' niente di pi idiota, ma neppure chi faceva grandi imprese per poi limitarsi a balbettare quattro stupidate come le stelle dello sport svedese. Io sarei diventato il migliore, ma me ne sarei anche vantato. Non che fossi convinto di diventare una stella, venivo pur sempre da Rosengrd! Ma forse sono diventato quello che sono anche per questa stramba filosofia.
Ero disordinato, ero matto, ma avevo anche carattere. A scuola arrivavo sempre in orario. Facevo fatica ad alzarmi la mattina, mi succede tutt'ora, ma facevo sempre i miei compiti... vabbe', quasi sempre. Con la matematica non avevo la minima difficolt. Bam bam, ed ecco che vedevo la risposta corretta. Era un po' come sul campo di calcio. Immagini e soluzioni mi apparivano improvvisamente. Ma non ero bravo a scrivere bene tutti i passaggi e l'insegnante credeva che copiassi. Non ero esattamente il ragazzo dal quale la gente si aspettava buoni risultati scolastici, ero piuttosto il tipo che mandavano fuori a calci dalla scuola dell'obbligo. Eppure studiavo veramente, recuperavo il tempo perso in vista delle verifiche per poi naturalmente dimenticare tutto quanto il giorno dopo. Non ero proprio una bestia, ecco, solo avevo difficolt incredibili a stare seduto fermo, tiravo gomme ai compagni durante le lezioni e cazzate del genere. 
Erano anni inquieti. Cambiavamo casa di continuo, non so esattamente perch: restavamo di rado pi di un anno nello stesso posto, e gli insegnanti sfruttavano questa informazione a loro vantaggio. Devi andare alla scuola della tua zona dicevano, non per pignoleria burocratica ma perch vedevano una possibilit di liberarsi di me. Passando di scuola in scuola avevo difficolt a farmi degli amici, mentre a casa pap era preso tra il suo lavoro massacrante e la sua guerra, e il suo bere, e un fischio nelle orecchie che non gli dava tregua. Aveva come uno scampanellio che gli tormentava continuamente la testa.
Perci sempre pi spesso dovevo badare a me stesso da solo e cercavo di non curarmi di tutto il caos che regnava nella mia famiglia. C'era sempre qualcosa che non andava come doveva.
Sapete, noi dei Balcani siamo gente dura. Mia sorella, quella delle droghe, aveva rotto definitivamente con la mamma e con noi, e forse c'era da aspettarselo, dopo tutti i casini con la tossicodipendenza e i centri di recupero. Ma anche l'altra mia sorellastra fu radiata dalla famiglia. La mamma semplicemente la cancell, e io non so neanche di preciso per quale motivo. Era per via di qualche bega che aveva a che fare con un fidanzato, un ragazzo jugoslavo. Lui e mia sorella avevano litigato e mia madre, per qualche ragione, aveva preso le parti del ragazzo. Cos mia sorella aveva dato di matto e lei e la mamma si erano urlate cose tremende e non era stato certo un bel momento. Ma dai, non poteva essere la fine del mondo! Non era certo la prima volta che si litigava, nella nostra famiglia. Ma la mamma  orgogliosa, davvero troppo orgogliosa, e di sicuro sia lei sia mia sorella svilupparono una qualche forma di blocco.  qualcosa che riconosco. Anch'io non riesco a dimenticare, sono capace di ricordarmi dell'entrataccia di un avversario per anni. Mi restano in mente le bastardate ai miei danni, e so essere incredibilmente vendicativo. Ma quella volta si superarono i limiti.
Eravamo stati in cinque fratelli a casa di mamma, e all'improvviso ci ritrovavamo in tre: io, Sanela e Keki, e non c'era nulla che potessimo fare. Era come scolpito nella pietra: la sorellastra non faceva pi parte della famiglia, e gli anni passarono.
Ma quindici anni pi tardi suo figlio telefon a mia madre. La mia sorellastra aveva dunque avuto un bambino, un nipote della mamma, in altre parole.
Ciao nonna aveva detto, tipo, ma mamma non ne volle sapere di lui.
Mi spiace gli disse soltanto, e mise gi.
Quando lo seppi non volevo crederci. Sentii un groppo in gola. Non posso descriverlo. Avrei voluto sprofondare. Non si fa cos! Per nessuna ragione! Ma c' cos tanto orgoglio nella mia famiglia che rende ogni cosa difficile, e io posso solo ringraziare Dio di aver avuto il calcio.
3
A Rosengrd avevamo diversi campetti tutti pi o meno decenti, anzi, no, quello che chiamavamo campetto degli zingari era piuttosto disastrato. Non  che gli albanesi oppure i turchi stessero tutti in un posto: non era il Paese dal quale venivano i tuoi genitori che contava, ma il campetto in cui andavi a giocare. Ognuno stava nel suo, e il nostro, quello del palazzo dove abitava la mamma, si chiamava Trnrosen. C'erano un'altalena, un'area giochi, un palo da bandiera e un campo da calcio dove giocavamo tutti i giorni.
Certe volte gli altri non mi volevano in squadra, dicevano che ero troppo piccolo. Allora m'infiammavo all'istante.
Detestavo essere escluso. E odiavo perdere. Ma la cosa pi importante non era vincere, erano le finte e il bel gioco. Erano quelle grida di stupore: Oh, oh! Wow! Guarda quello che combina!. Si trattava di fare impressione sugli altri ragazzi con giochetti sempre nuovi, e bisognava esercitarsi ed esercitarsi fino a conoscerli meglio di tutti. A un certo punto le madri gridavano dalle finestre.
 tardi, la cena  pronta. A casa, su.
Subito, subito rispondevamo noi, e intanto andavamo avanti a giocare, e poteva pure arrivare il buio o piovere o succedere qualsiasi cosa.
Eravamo davvero instancabili.
In quel campetto lo spazio era limitato, bisognava essere rapidi a vedere il gioco e con i piedi. 
Per me in particolare, che ero piccolo ed esile, era una necessit: ero spesso vittima di tackle molto duri ed ero praticamente costretto a inventarmi sempre nuovi numeri per portare a casa le caviglie, e anche per sentire quelle grida di meraviglia che mi piacevano tanto. Spesso andavo a dormire con il pallone e pensavo a come migliorare le mie giocate: a occhi chiusi, vedevo il film della partita del giorno dopo.
Il mio primo club si chiamava MBI, Malm Boll och Idrottsfrening - Associazione calcistica e sportiva di Malm. Avevo solo sei anni quando cominciai, giocavamo su un campo sterrato dietro alcune baracche verdi. Io andavo agli allenamenti in sella a bici rubate, e non dovevo essere un tipo facile. Gli allenatori ogni tanto mi rimandavano a casa per qualche cazzata e io gi rispondevo per le rime e mi sentivo ripetere: Sta' attento, Zlatan!. Mi indispettiva, e mi sentivo confuso. Nell'MBI c'erano sia stranieri sia svedesi. I loro genitori si lamentavano per tutti quei trucchi da circo che avevo imparato al campetto, a un certo punto li mandai all'inferno una volta per tutte e cambiai qualche altra squadra prima di sbarcare all'FBF Balkan. L s che tirava tutt'altra aria!
All'MBI i paparini svedesi gridavano: Su avanti, ragazzi, datevi una mossa. Ben fatto!. Al Balkan si sentiva piuttosto: In culo a tua madre!. C'erano slavi pazzi che fumavano come ciminiere e lanciavano scarpe. Pensavo: Magnifico, proprio come a casa! Qui s che mi ci ritrovo!. L'allenatore veniva dalla Bosnia: aveva giocato ad alto livello in Jugoslavia, e per noi divent un po' come un padre. Certe volte ci accompagnava a casa in macchina, e ogni tanto mi allungava qualche corona per un gelato o per placare la mia fame atavica. 
Per un certo periodo giocai in porta, non so esattamente perch. Facile che fossi andato a dire al portiere titolare qualcosa del tipo: Non vali niente, io so fare di meglio, e poi mio pap  pi forte del tuo!. Ma durante una partita mi infilarono un sacco di gol e allora diedi di matto. Sbraitai che erano tutti una massa di stronzi. Che il calcio era una merda. Che il mondo intero era pazzo, e che avrei cominciato con l'hockey, piuttosto: L'hockey s che  uno sport, razza di idioti! Io diventer un giocatore professionista! Andate a farvi fottere!.
Poi per andai a controllare questa cosa dell'hockey e... accidenti, quanta roba occorreva! Una vera e propria armatura! Che naturalmente costava una cifra. Perci non restava che abbandonare in fretta l'idea e continuare con quello sport di merda, il calcio. Almeno smisi di giocare in porta e passai a fare l'attaccante, e diventai veramente forte.
Un giorno dovevamo giocare una partita importante, io non ero ancora arrivato al campo ed erano tutti tesi: Dov' Zlatan? Dov' Zlatan?. Mancava solo qualche minuto al fischio d'inizio, l'allenatore e i miei compagni di sicuro avrebbero voluto strozzarmi. Dove si sar cacciato? Come diavolo pu non venire a una partita tanto importante? Poi videro all'orizzonte un ragazzino che pedalava come un disperato in sella a una bicicletta rubata e che stava puntando dritto sull'allenatore. Non vorr mica investirlo? No, frenai bruscamente nella ghiaia proprio davanti al suo naso e mi precipitai direttamente in campo. Gli fin della sabbia negli occhi, lo coprii di polvere dalla testa ai piedi: era furioso. Ma mi lasci giocare e mi sembra di ricordare che vincemmo.
Eravamo un bel gruppetto. Una volta passai il primo tempo di una partita in panchina per punizione, avevo fatto qualche altra bravata delle mie. Eravamo sotto quattro a zero contro una squadra di fighetti, il Vellinge: praticamente era un match tra noi immigrati, le blatte, contro i figli di pap, c'era un sacco di tensione nell'aria e io ero talmente furioso che quasi scoppiavo. Come poteva tenermi in panchina quell'idiota?
Ma che ti salta in mente? dissi all'allenatore.
Calma, calma. Tra un po' ti metto.
Entrai nel secondo tempo e feci otto gol. Vincemmo otto a cinque e prendemmo per il culo i fighetti. S, ero davvero bravo: ero tecnico, e avevo gi una buona visione di gioco. Nel campetto vicino a casa di mamma, ero diventato un piccolo maestro nell'inventarmi dei numeri pazzeschi in piccoli spazi. Eppure sono stufo di tutti quei pappagalli che adesso vanno in giro a ripetere: Avevo visto subito che Zlatan sarebbe diventato qualcosa di speciale, bla bla bla. Gli ho insegnato tutto io, praticamente. Lui era il mio migliore amico. Tutte stronzate.
Nessuno vide nulla. O almeno, non videro tutto quello che hanno detto di aver visto dopo. Non arriv nessun grande club a bussare alla mia porta, ero solo un moccioso. Non c'era nessun: Ah, quel piccolo talento dobbiamo tenercelo stretto! ma piuttosto: Chi ha fatto entrare la blatta? e gi allora ero piuttosto discontinuo: ero capace di farne otto in una partita, e poi di andare totalmente fuori forma per settimane. 
Stavo anche parecchio in compagnia di un ragazzo che si chiamava Tony Flygare, avevamo lo stesso insegnante di svedese. Anche suo padre e sua madre venivano dai Balcani e anche lui era un po' un duro. Non abitava a Rosengrd ma subito fuori, in Vitemllegatan. Eravamo dello stesso anno, lui era nato a gennaio e io a ottobre, e questo aveva il suo peso: lui era pi grande e robusto e veniva visto come un talento pi promettente di me. Era tutto un Tony di qui, Tony di l, e Guardalo, che giocatore! e io finii un po' nella sua ombra. Ma forse fu un bene, che ne so. Imparai a stringere i denti, e a battermi da una posizione di svantaggio. E poi, come si diceva, a quei tempi non  che fossi proprio una grande promessa. Ero un selvaggio, un mezzo matto, incapace di tenere a freno gli sbalzi d'umore. Continuavo a criticare aspramente giocatori e arbitri, e cambiavo un club dopo l'altro. Giocai nel Balkan, ritornai all'MBI e poi di nuovo al Balkan e poi al BK Flagg. 
Era un casino, non c'era nessuno che mi accompagnasse agli allenamenti, e certe volte mi capitava di lanciare un'occhiata ai genitori degli altri che stavano a bordo campo. 
Mio padre non c'era mai l: n in mezzo agli jugoslavi n agli svedesi, e io non ricordo di preciso che cosa pensassi. Era cos e basta. Me la cavavo da solo. Ero abituato. Ma forse mi bruciava comunque. Non saprei. Alla propria vita si finisce per fare l'abitudine, e io tenevo tutto questo genere di cose a una certa distanza. Pap era quello che era: fantastico, ma aveva i suoi alti e bassi. Non facevo conto su di lui come gli altri facevano conto sui loro genitori, per di sicuro ogni tanto mi dicevo: Diavolo, pensa se avesse visto questo numero da brasiliano.... 
Pap attraversava anche momenti in cui si fissava con dei progetti per me assurdi. A un certo punto voleva che diventassi avvocato. Non  che io ci credessi molto. Nel mio ambiente non si diventava giuristi di fama. Si facevano cose pazze e si sognava di diventare dei duri. Non si aveva nessun sostegno da parte dei genitori, nessun Vuoi che ti aiuti con i compiti? o Devo spiegarti un po' di storia svedese?. No, niente del genere. Erano lattine di birra e musica popolare jugoslava e frigoriferi vuoti e la guerra dei Balcani. 
Eppure, certe volte pap trovava qualche momento per parlare di calcio con me, e io ne ero sempre felice. Un giorno mi disse, non lo dimenticher mai, c'era qualcosa di solenne nell'aria: Zlatan,  ora che cominci a giocare in un grande club.
Come, un grande club? Cos' un grande club?
Una buona squadra, Zlatan. Una squadra al vertice, tipo il Malm! 
Cosa c'era di tanto speciale nel Malm? Non sapevo niente di queste faccende, di quello che era ok oppure no. Ma conoscevo il club, ci avevo giocato contro. L'avevo incontrato con il Balkan, e pensai: Perch no? Se lo dice pap.... Non avevo idea di dove fosse il loro stadio, come non conoscevo in generale niente della citt. Malm era vicina, forse, ma era un altro mondo. Dovevo arrivare a diciassette anni prima di mettere piede in centro, non sapevo niente di quella vita. Imparai il tragitto per arrivare al centro sportivo, e lo raggiungevo pedalando per tipo mezz'ora con il cambio dentro un sacchetto di plastica del supermercato. Chiaro, ero nervoso. Nel Malm si faceva sul serio, non era il solito Vieni che tiriamo quattro calci al pallone, ragazzo!. Qui bisognava fare provini e dimostrare di avere talento. Io mi accorsi subito di non essere come gli altri e mi preparai a fare armi e bagagli e tornarmene a casa. Ma gi il secondo giorno mi sentii dire da un allenatore che si chiamava Nils: Sei il benvenuto in squadra.
Sta dicendo sul serio?
Allora avevo tredici anni e c'erano gi un paio di altri stranieri, fra cui il mio vecchio amico Tony Flygare. Per il resto c'erano solo svedesi doc, tipi da quartieri alti del genere Limhamn. Io mi sentivo un marziano. Non solo perch pap non aveva una villa lussuosa e non veniva mai alle partite, ma anche perch io parlavo in maniera diversa. Io dribblavo. Mi infiammavo come una miccia, e attaccavo briga in campo. Una volta mi diedero il rosso perch stavo urlando contro i miei compagni di squadra.
Non puoi fare cos! disse l'arbitro.
Ma vaffanculo pure tu, sbraitai, e lasciai il campo.
Fra gli svedesi doc cominciava a covare il malumore. I loro genitori mi volevano fuori di l al pi presto, e io pensai per la millesima volta: Me ne fotto di loro. Cambio di nuovo squadra. Oppure punto sul taekwondo.  pi figo. Il calcio  merda. Qualche padre imbecille nella squadra fece addirittura girare una petizione: Zlatan deve andarsene dal club, c'era scritto, tipo, e un sacco di genitori sottoscrissero quella richiesta. Andavano in giro a passarsela di nascosto: Zlatan  fuori posto qui, se ne deve andare! Firmate qua sotto, bla bla bla. 
Era assurdo! Ok, avevo fatto a botte con il figlio di quel pap da cui era partita la petizione. Avevo subito una serie di brutti tackle e non ci avevo visto pi. Gli avevo dato una testata, a essere sinceri. Ma dopo mi ero pentito, ero corso in bicicletta all'ospedale per chiedergli scusa. Era stato un comportamento idiota,  vero, ma una raccolta firme! Andiamo! Quando arriv all'allenatore, ke Kallenberg, lui si limit a fissare quel foglio: E questo cosa sarebbe?.
E lo stracci. Era in gamba, ke. Be', insomma, in gamba! Mi lasci in panchina quasi un anno intero negli juniores, e come tutti gli altri pensava che dribblassi un po' troppo e strigliassi un po' troppo i compagni di squadra, che avessi l'atteggiamento sbagliato eccetera. Ma imparai una cosa importante in quegli anni: per essere rispettato, un ragazzo come me deve essere cinque volte meglio di tutti i Leffe Persson o come diavolo si chiamavano. Deve allenarsi dieci volte pi duramente. Altrimenti non ha nemmeno una chance. Da nessuna parte! Specialmente se  un ladro di biciclette. 
Dopo quella storiaccia della testata dovevo stare molto attento a come mi muovevo. La disciplina non era un problema, non ero un caso disperato. Ma il campo d'allenamento del Malm era a sette chilometri da casa e spesso dovevo farmela a piedi: qualche volta la tentazione era troppo grande, soprattutto se mi capitava di vedere una bella bici. Una volta ne adocchiai una gialla con su un sacco di scatole e pensai: Perch no?. Cos la presi. Ma dopo un po' cominciai a farmi delle domande, tipo c' qualcosa di strano in queste scatole, e allora capii: era la bicicletta di un postino, stavo andando in giro con la posta del quartiere! Cos saltai gi e lasciai la bici poco lontano. Mica volevo rubare anche le lettere della gente!
Un'altra volta mi portarono via l'ultima bicicletta che avevo rubato, chi la fa l'aspetti, e io stavo impalato l fuori dal campo a pensare al da farsi: la strada verso casa era lunga e io ero affamato e impaziente, per cui fregai una bici nuova che era l fuori dagli spogliatoi. Ruppi il lucchetto come al solito, e ricordo che quella bici mi piacque. Era una buona bicicletta e io stavo sempre attento a parcheggiarla un po' lontano da dove l'avevo presa, in modo che il vecchio proprietario non ci capitasse davanti; conoscevo tutti i trucchi del mestiere. Ma tre giorni pi tardi tutta la squadra fu convocata per una riunione. Io avevo gi allora il complesso per certe cose, dato che le riunioni di solito significano guai e strigliate e io cominciai subito a cercare qualche modo astuto di discolparmi: Non sono stato io, tipo.  stato mio fratello. Effettivamente la riunione riguardava il furto della bicicletta dell'allenatore in seconda.
C' qualcuno che l'ha vista?
Nessuno l'aveva vista. Nemmeno io! Voglio dire, in quella situazione tieni la bocca chiusa.  cos che funziona! Fai il finto tonto: Oh, che peccato, poverino, anche a me hanno fregato la bici una volta....
Ma subito mi venne l'angoscia: l'avevo fatta grossa! La bici dell'allenatore in seconda! Gli allenatori vanno rispettati pensavo. O, pi esattamente, intendevo che bisogna ascoltarli e imparare le loro cose, gioco a zona, tattica, tutto il pacchetto, ma al tempo stesso non ascoltare. E andare avanti comunque con i dribbling e lo show. Ascolta, non ascoltare! Era la mia filosofia. Ma rubare le loro bici? Non mi pareva che rientrasse nel concetto. Diventai nervoso e mi avvicinai al viceallenatore: Ecco,  successo questo dissi. Ho preso in prestito io la tua bici un momento. Era un po' un'emergenza. Non succeder pi! Tranquillo, domani te la riporto.
Misi insieme il sorriso pi mesto e credo che in qualche modo and a segno. Il mio sorriso mi aiut parecchio in quegli anni ed ero capace di tirare fuori anche una battuta scherzosa in caso di estrema necessit. Ma non era facile: io non ero soltanto la pecora nera (per cui se spariva qualche tuta davano la colpa a me, peraltro giustamente), ero anche il pezzente. Mentre gli altri fin dall'inizio avevano avuto le ultime scarpette dell'Adidas o della Puma, con inserti in pelle di canguro e robe del genere, io avevo comperato le mie prime all'Ekohallen per cinquantanove corone e novanta centesimi: erano un paio di scarpe che stavano proprio a fianco ai pomodori e alle verdure, e con quelle andavo avanti. Non avevo mai niente per cui pavoneggiarmi in quel senso.
Quando andavamo all'estero con la squadra, molti altri ragazzi di Limhamn avevano con s duemila cocuzze come spiccioli per le piccole spese. Io ne avevo tipo venti, eppure pap qualche volta aveva persino rinunciato a pagare l'affitto del mese per mandare anche me. Preferiva essere sbattuto fuori piuttosto che vedermi costretto a rimanere a casa. Erano bei gesti da parte sua, ma non potevo comunque reggere il confronto con gli altri.
Vieni, Zlatan, andiamo a prendere una pizza o un hamburger, andiamo a comprare questo e quest'altro.
Naaa, magari pi tardi. Adesso non ho fame! Preferisco rilassarmi un attimo, invece.
Cercavo di evitare le spese extra e di essere figo comunque. Non funzionava granch. Entrai in un periodo d'insicurezza. Non  che me ne fregasse di essere come gli altri... O forse un po' s! Volevo imparare i loro modi, come l'etichetta e roba del genere. Ma pi che altro seguivo il mio, di stile; era la mia arma, in un certo senso. Li vedevo i compagni che venivano dal mio genere di sobborghi e che cercavano di scimmiottare i ricchi. Non ce la facevano mai, per quanto si sforzassero, e io pensavo: Far il contrario, ci andr gi ancora pi pesante con il mio stile. Invece di dire: Ho solo venti corone, cominciai a dire: Non ho neanche un centesimo. Era pi figo. Pi borderline. Io ero un duro di Rosengrd. Io ero diverso. Quella divent la mia identit, mi ci trovavo sempre meglio e non me ne fregava niente di non conoscere neppure di nome gli idoli dei ragazzi.
Qualche volta facevamo i raccattapalle alle partite della prima squadra. Una volta il Malm incontr il Gteborg, un big match, e i miei compagni andarono completamente fuori di testa: volevano gli autografi di tutte le grandi stelle biancobl, soprattutto di un tale che si chiamava Thomas Ravelli e che era l'eroe degli eroi per aver parato alcuni calci di rigore a Usa '94. Personalmente non avevo mai sentito parlare di lui, ma mi guardai bene dal dire qualcosa. Non volevo fare brutta figura, e poi ovviamente i Mondiali li avevo visti anch'io. Ma venivo da Rosengrd! Me ne fottevo altamente degli svedesi, io avevo fatto il tifo per i brasiliani, per Romrio e per Bebeto e cos via, e l'unica cosa che mi interessava di quel Ravelli erano i suoi calzoncini. Cercavo di capire dove avrei potuto rubarne un paio uguali.
Dovevamo vendere i biglietti di una lotteria per raccogliere fondi per il club, e io non avevo la pi pallida idea di che cosa diamine fosse questa lotteria. Non avevo mai sentito parlare di gente come quel Loket della tv?* Comunque cominciai ad andare in giro per il quartiere a bussare alle porte: Salve, mi chiamo Zlatan. Scusate se disturbo. Non volete per caso comprare un biglietto della lotteria del Malm?.
Non funzion neanche un po'. Vendetti pi o meno un biglietto, ma and peggio con i calendari dell'Avvento. Di quelli ne vendetti tipo zero, e alla fine pap fu costretto a comprare tutto lui per non farmi fare brutta figura. Non era giusto. Non ce lo potevamo permettere, noi, non avevamo bisogno di altre cianfrusaglie in casa, e io non fui neanche particolarmente felice di poter aprire tutte le finestrelle di tutti i calendari gi a novembre. Era un'autentica stronzata, e non capisco come si possano mandare in giro dei ragazzi a mendicare a quel modo.
Noi giocavamo a calcio ed eravamo un'annata di gente tosta. C'erano Tony Flygare, Gudmunder Mete, Matias Concha, Jimmy Tamandi, Markus Rosenberg, c'ero io... Tutti ragazzi in gamba. Io miglioravo in continuazione, eppure le lamentele continuavano. Erano soprattutto i genitori a non volersi arrendere: Ecco che ricomincia. Ecco che dribbla di nuovo! Lui non  adatto alla squadra! 
Mi mandavano in bestia. Chi diavolo erano per stare l a giudicarmi? Si  scritto anche troppo sul fatto che io meditavo di abbandonare il calcio: quello non  vero, ma a un certo punto stavo veramente per cambiare club. Non avevo nessun paparino nelle vicinanze che mi difendesse, o che mi comprasse i vestiti pi costosi. Io dovevo arrangiarmi da solo, e dappertutto c'erano quei distintissimi pap svedesi e i loro pargoli snob a spiegare perch ero sbagliato. Chiaro che mi incazzavo! Inoltre ero inquieto. Io volevo avere azione, azione! Avevo sempre bisogno di qualcosa di nuovo.
Johnny Gyllensj, l'allenatore della squadra giovanile, lo venne a sapere e affront l'argomento con il club. Avanti disse, mica tutti possono essere biondi e pettinati... Stiamo per perdere un grande talento. E cos prepararono un contratto che pap sottoscrisse. Mi davano millecinquecento corone al mese, un bello stimolo si capisce, e io mi sforzavo sempre di pi ma ancora non brillavo pi di tanto.
Era ancora soprattutto Tony a spiccare, e io cercavo di imparare tutto quello che potevo per diventare almeno altrettanto bravo. Tutta la mia generazione conosceva i giochetti dei brasiliani e quei numeri fantastici, e su questo ci pungolavamo a vicenda. C'era qualcosa del campetto di casa anche al Malm, e quando avevamo a disposizione dei computer scaricavamo i video delle giocate di Ronaldo, Romrio e degli altri brasiliani. Li guardavamo e li riguardavamo, finch non capivamo perfettamente i movimenti: com' che fanno? Com' che funziona quella finta?
Poi ci esercitavamo sul campo, ancora e ancora, e alla fine ripetevamo quelle giocate in partita. Eravamo in molti a farlo, ma io andavo un passo oltre. Approfondivo. Ero pi meticoloso con i dettagli. Divent quasi un'ossessione.
Quei numeri a effetto erano sempre stati il mio modo per mettermi in mostra, e continuavo a dribblare, per quanto i pap e gli allenatori si lamentassero. Volevo imparare la tecnica, perci non mi adeguavo totalmente alle richieste. Io volevo essere diverso. Volevo seguire anche gli allenatori, ed ero migliorato in questo, ma non era sempre facile: sicuramente ero influenzato dalla situazione che avevo a casa. C'erano molte tensioni che avevo bisogno di scaricare.
Alla Sorgenfriskolan avevano messo un'insegnante di sostegno solo per me. Mi arrabbiai moltissimo. Ok, ero disordinato. Forse ero anche il peggiore di tutti. Ma un'insegnante di sostegno... Andiamo! Avevo cinque, ossia il massimo del punteggio, in educazione artistica e quattro in inglese, chimica e fisica. Quindi non ero esattamente un giovane tossico. Avevo a malapena tirato una boccata da una normale sigaretta. Ero solo irrequieto e facevo un sacco di cazzate. Eppure si parlava addirittura di mettermi in una scuola speciale. Dentro di me cominciavo a ticchettare come una bomba. C' bisogno di dire che ero bravo anche in educazione fisica? Forse in classe ero un tantino distratto e avevo difficolt a stare seduto fermo davanti ai libri, ok. Ma ero anche capace di concentrarmi, se parliamo di tirare un pallone o delle uova. Un giorno ci fecero giocare a hockey e quella famosa insegnante di sostegno venne a guardarci. A ogni minima mossa che facevo eccola l, come a voler porre rimedio. A un certo punto andai in bestia: tirai una cannonata e la centrai dritto in testa. Lei rimase completamente scioccata, e continuava a fissarmi incredula; dopo telefonarono a pap per parlare di aiuto psichiatrico e scuola speciale e tutto quel genere di cose, e certamente capite che non erano gli argomenti giusti di cui discutere con lui. Nessuno pu parlare male dei suoi figli, tantomeno insegnanti che li perseguitano. And su tutte le furie e marci sulla scuola con il suo mitico stile da cowboy: Chi cazzo siete voi, eh? Venire a parlare di aiuto psichiatrico? Ci finirete di sicuro tutti quanti voi al manicomio, ma mio figlio non ha nessun problema, lui  il ragazzo migliore che c', andate all'inferno!.
Era il prototipo dello slavo pazzo, e non molto tempo dopo quella famosa insegnante smise di venire. Le cose migliorarono un po' e mi ritorn la fiducia in me stesso. Ma la faccenda in s! Un'insegnante speciale solo per me!  una cosa che ancora adesso mi fa impazzire. Certo, magari non ero un bravo bambino ordinato, ma non si possono selezionare i ragazzi a quel modo! Non  giusto!
Se oggi qualcuno dovesse trattare Maxi e Vincent come se fossero diversi, mi incazzerei a morte. Garantito. Diventerei peggio di pap quel giorno! Quella storia del trattamento speciale mi  rimasta dentro, mi fece proprio star male. Ok, forse sul lungo periodo mi rese pi forte, non so, ma sul breve mi rovin l'esistenza. 
Sapete, un giorno avevo un appuntamento con una ragazza, e non ero particolarmente sicuro con le ragazze a quei tempi. Il tipo con l'insegnante di sostegno alle calcagna, pensa che figo! Solo chiederle il numero di telefono mi lasciava in un bagno di sudore! Ai miei occhi era una tipa fantastica, e riuscii giusto a spiccicare: Ti va di vederci qualche volta dopo la scuola?.
Certo, senz'altro rispose.
Che ne diresti di Gustav alla tal ora?
Gustav  la piazza Gustav Adolf che si trova fra il Triangolo e la piazza Grande in centro a Malm, e a lei sembr andare bene. Ma quando poi io arrivai e di lei non c'era ombra cominciai a essere terribilmente nervoso. Non era la mia zona, mi sentivo insicuro. Perch non arriva? Forse non le piaccio pi? Passarono un minuto, poi due, tre, dieci minuti, e alla fine non ce la feci. Era la pi tremenda delle umiliazioni. Di sicuro mi ha tirato il bidone pensavo. Chi mai vorrebbe avere un appuntamento con me? E cos me ne andai. Chi se ne frega di quella. Io diventer comunque una stella del calcio.
Ma in realt avevo fatto la cosa pi stupida. L'autobus era solo un po' in ritardo, e lei arriv l subito dopo che ero andato via e ci rimase male tanto quanto me.
* Leif Loket Olsson ha condotto per anni il popolarissimo show svedese Bingolotto.
4
Ero stato ammesso per le superiori alla Borgarskolan, corso socioeconomico con speciale indirizzo calcistico, e avevo grandi aspettative. Mi dicevo: Adesso cambier tutto! Adesso diventer veramente figo!. Ma in realt fu un vero shock. Ok, un po' ero preparato.
Avevo pur sempre i miei ragazzi perbenino di Limhamn in squadra, ma ora in giro per scuola c'erano anche le ragazze e altri tipi di ragazzi, soggetti tutti azzimati che se ne stavano negli angoli a fumare. Da dove venivo io ci si vestiva in tuta e scarpe da ginnastica, con tanto di marchi Adidas o Nike bene in vista. Erano le cose pi cool, si pensava, e io andavo sempre in giro cos. Quello che non capivo era che equivaleva ad andare in giro con su scritto in fronte: Rosengrd! Era come un marchio. Come se avessi ancora alle calcagna quella famosa insegnante di sostegno.
Alla Borgarskolan vedevo le felpe firmate Ralph Lauren, le Timberland e la camicia, e basta! Io non avevo quasi mai visto un ragazzo con la camicia prima, e mi resi subito conto che urgevano provvedimenti. C'era una quantit assurda di ragazze molto carine, ma non era pensabile avvicinarle con l'aria del peggior buzzurro di periferia. Ne parlai con pap e ne nacque la litigata del secolo. Esisteva qualcosa che si chiamava contributo per gli studi. Erano settecentonovantacinque corone al mese e per pap era ovvio che se le sarebbe intascate lui, dal momento che sosteneva il costo del mio mantenimento, come amava ripetere. Io gliela posi in un'altra prospettiva: Non posso mica essere l'ultimo degli imbecilli a scuola!.
In qualche modo accett il ragionamento. Ottenni il mio contributo per gli studi, un conto in banca e una di quelle carte di credito prepagate. Il contributo arrivava il venti di ogni mese, e molti dei miei amici erano gi l davanti al bancomat alle 23,59 del giorno prima ad aspettare, matti d'impazienza. Non sar mezzanotte fra poco, tipo? Dieci, nove, otto... Io ero un tantino pi rilassato, ma il mattino dopo avevo comunque gi prelevato una buona parte del contributo ed ero corso a comprare un paio di jeans Davis. Erano i meno cari, costavano duecentonovantanove corone, e forse ci aggiunsi anche qualche polo in piquet, tre per novantanove corone. 
Provai stili diversi ma nessuno funzionava: avevo sempre Rosengrd scritto in faccia. I vestiti nuovi non mi stavano bene, o almeno questa era la mia impressione. Ero stato piccolo per tutta la vita ma quell'estate crebbi in maniera spropositata, tredici centimetri in qualche mese, e dovevo avere un'aria piuttosto stranita. Avevo bisogno di farmi valere, molto semplicemente, e per la prima volta in vita mia cominciai veramente a frequentare il centro, cazzeggiando al Burger King, al Triangolo, e in Lilla Torg.
Facevo anche cose un po' pi brutte, e non soltanto per il gusto del brivido. Oltre ai vestiti mi occorrevano gli accessori giusti, altrimenti non avevo nessuna chance nel cortile della scuola. Cos per esempio fregai a un ragazzo il suo Minidisc Sony. Avevamo degli armadietti fuori dalle aule con piccole serrature con il codice, e da un amico avevo saputo il numero segreto di uno di quei famosi fighetti. In un momento in cui non c'era andai all'armadietto e... cinque a destra, tre a sinistra e via in sella alla bici con il Minidisc ad ascoltare le sue canzoni e a sentirmi superfigo. Ma evidentemente non bastava. Ancora non avevo granch da offrire, restavo sempre un ragazzo di periferia. Un mio amico, anche lui di Rosengrd, era stato pi dritto: si era messo con una ragazza di buona famiglia e si era fatto amico suo fratello, cos da prendere in prestito i suoi vestiti. Un bel trucco, senz'altro, anche se non funzionava fino in fondo. Noi dei sobborghi non riuscivamo mai a integrarci davvero, eravamo diversi. Comunque il mio amico adesso girava con addosso le marche pi fighe e costose, aveva una tipa cool e si dava un sacco di arie. Io mi sentivo uno zero. Dovevo accontentarmi di andare avanti con il calcio.
Ma non girava per il verso giusto nemmeno su quel fronte. Al Malm ero riuscito a entrare negli juniores e giocavo con ragazzi che avevano un anno pi di me, e gi quella era stata un'impresa. Eravamo un gruppo fantastico, una delle squadre migliori del Paese nella nostra categoria, ma io stavo quasi sempre in panchina. Cos aveva deciso ke Kallenberg. Un allenatore pu ovviamente far giocare chi vuole, ma sono convinto che non si trattasse solo di una scelta tecnica. Quando davo il cambio a qualcuno facevo spesso gol. Non ero male. Ma ero sbagliato per altri versi, questo pensavano.
Si diceva che non contribuivo abbastanza al gioco di squadra. I tuoi dribbling non portano avanti il gioco! Sentivo questo genere di commento centinaia di volte, e sentivo anche mormorare: Quello Zlatan, per esempio! Non  un mezzo squilibrato?. Non si trattava pi di raccolte di firme ma poco ci mancava, ed  vero: io avevo spesso da ridire con i compagni di squadra; urlavo e parlavo troppo in campo; arrivavo a mandare affanculo anche gli spettatori. Non che si trattasse di cose gravi, ma avevo il mio carattere e il mio stile. Ero un tipo di giocatore diverso da quello che loro volevano e mi incazzavo. Non ero del tutto a mio agio nel Malm, erano in tanti a vederla cos.
Ricordo che ci qualificammo per la finale del campionato, e ovviamente eravamo su di giri. Ma ke Kallenberg non mi mise in campo. Anzi, non mi port neppure in panchina.
Zlatan  infortunato disse davanti a tutti, e io sobbalzai. Come, infortunato? Che razza di sciocchezza era? Glielo andai a dire. Ma cosa stai facendo? Come puoi dire una cosa del genere?
Tu sei infortunato ripet, e io non volevo crederci. Perch tirava fuori una storia di questo tipo proprio ora che dovevamo giocare la finale?
Lo dici soltanto perch non vuoi farmi giocare.
Ma niente, lui mi considerava infortunato e io ci diventai matto. Era tutto un segreto, nessuno diceva come stavano le cose, nessuno aveva le palle per farlo. Comunque il Malm vinse la finale senza di me e non fu esattamente un bene per la mia autostima. Certo, s, io avevo detto un sacco di cose arroganti in quei mesi, come quando il mio insegnante d'italiano mi sbatt fuori dall'aula e io risposi: Chi se ne frega. Imparer comunque la lingua quando diventer un calciatore professionista in Italia, e la cosa forse suona divertente sapendo poi come  andata a finire.
Ma allora le mie erano solo parole di sfida, non  che ci credessi veramente. Come avrei potuto, quando non ero nemmeno titolare nella squadra juniores?
Il Malm  tipo la squadra pi bella del Paese. Quando pap era arrivato in Svezia, negli anni Settanta, dominava il campionato, era perfino arrivata a una finale di Champions League (o Coppa dei Campioni, come si chiamava allora) e quasi nessuno degli juniores riusciva a entrarci, la dirigenza preferiva prendere giocatori da altri club importanti. Ma quell'anno la situazione era cambiata. Senza che nessuno capisse veramente perch, le cose andavano male e la squadra, che era sempre stata ai vertici del campionato, rischiava di retrocedere. Giocavano male. La situazione economica era disastrosa, non c'erano soldi per acquistare giocatori e cos, finalmente, diversi giovani del vivaio si vedevano offrire una chance in prima squadra. Potete immaginare quanto parlare si facesse fra noi juniores! Chi prenderanno? Lui oppure lui?
Tocc a Tony Flygare, ovviamente, e poi a Gudmunder Mete e a Jimmy Tamandi. Quanto a me, non mi prendevano nemmeno in considerazione: ero l'ultimo che poteva essere scelto. Almeno cos credevo. Perfino l'allenatore degli juniores mi teneva in panchina, perch la prima squadra avrebbe dovuto chiamarmi? Non dovevo neppure sperarci, anche se non ero meno bravo di Tony, Mete e Jimmy e l'avevo dimostrato tutte le volte che ero entrato in campo. Dove stava il problema, eh? Che cos'avevano in mente? Tutti questi pensieri mi ronzavano in testa, e mi convinsi sempre pi che dietro c'era un sacco di politica.
Forse faceva figo essere diverso e un po' pi arrogante degli altri, ma alla lunga si rivelava uno svantaggio. Quando si arriva al dunque, non si vogliono stranieri squilibrati, teste matte fissate con i giochetti brasiliani. Il Malm era pur sempre il pi orgoglioso club svedese. All'epoca del massimo splendore tutti i giocatori erano biondi e diligenti e avevano nomi tipo Bosse Larsson e dicevano solo cose carine e gentili, dopodich non avevano preso in squadra molta gente di origine straniera. Ok, c'era stato Yksel Osmanovski, che allora giocava nel Bari. Anche lui veniva da Rosengrd, ma era un tipo tranquillo. Io avevo il mio contratto da dilettante e dovevo accontentarmi di quello e dell'Under 20.
L'Under 20 era una squadra che avevano creato in concomitanza con il liceo del calcio alla Borgarskolan. Negli juniores si arrivava fino ai diciotto anni, nell'Under 20 il limite d'et era appunto venti. Non eravamo stati presi in tanti, non abbastanza per formare una squadra, ma l'idea era di impedirci di lasciare il club, e spesso giocavamo con i ragazzi della seconda squadra, facevamo amichevoli contro squadre di Terza Divisione e cos via. Non era niente di straordinario, ma io avevo un'ulteriore possibilit di mettermi in mostra.
A volte ci allenavamo con la prima squadra, e allora rifiutavo di adeguarmi a certe regole non scritte. Normalmente uno junior non si mette a fare dei dribbling del cazzo in tali circostanze, evita di entrare duro e non si mette a gridare cose tipo: Idiota! a qualche stella della prima squadra. Ma io pensavo: Perch no? Non ho niente da perdere. Davo tutto. Ci andavo gi duro e s, me ne accorgevo che parlavano di me, Chi si crede di essere e bla bla bla, e io rispondevo: Andate all'inferno! e tiravo dritto. Facevo il mio gioco. Mettevo su la mia aria spavalda e certe volte mi sentivo addosso anche lo sguardo di Roland Andersson, l'allenatore della prima squadra. 
All'inizio si accesero in me grandi speranze, ma poi furono soffocate da tutto lo schifo che accadeva intorno. Dopo un po' iniziai a dirmi: Di sicuro avr sentito qualche lamentela sul mio conto e mi sentivo sempre pi deluso. Non avevo molto successo neanche altrove, tantomeno a scuola: ero ancora timido e insicuro e spesso in pausa pranzo mi avventavo sui piatti senza scambiare due parole con nessuno. Mangiavo come un lupo, in mensa, anche perch non sapevo mai a casa come fosse la situazione sul fronte del cibo. Delle altre cose pi o meno me ne sbattevo: studiavo sempre meno e a casa c'erano un sacco di casini. 
Era come un campo minato, io mi facevo in disparte e mi dedicavo ai miei numeri brasiliani al campetto e agli allenamenti, a scuola stavo molto davanti al computer, e nella mia stanza appendevo foto di Ronaldo. Lui era il migliore. Non solo per le finte e per i gol ai Mondiali, Ronaldo era fantastico a tutti i livelli. Era esattamente il tipo che volevo diventare: un ragazzo che faceva la differenza. I giocatori della Nazionale svedese che sfigati erano? Non c'era nessuna superstar, nessuno di cui si parlasse in giro per il mondo. Ronaldo invece era il mio eroe, lo studiavo su Internet e cercavo di imparare i suoi movimenti, e credo che diventai piuttosto bravo. Avanzavo danzando con il pallone.
Ma che cosa ci ricavavo? Niente, pensavo allora. Ero convinto che il mondo fosse ingiusto, che ragazzi come me non avevano alcuna possibilit e che non sarei mai diventato un campione, qualsiasi qualit potessi avere. Ecco qual era la situazione. Ero tagliato fuori. Ero sbagliato e dovevo trovare altre strade, ma non avevo la forza di impegnarmici seriamente. Andai solo avanti a giocare, e uno di quei giorni avevo un incontro con l'Under 20 sul campo numero uno, che adesso non esiste pi, ma era un campo in erba e si trovava proprio accanto al Malm Stadion. Dopo la partita, non mi ricordo pi contro chi giocavamo, venni a sapere che Roland Andersson, il mister della prima squadra, voleva parlarmi. Fui preso dal panico.
Cos'ho combinato stavolta? Ho rubato una bici? Ho dato una testata a qualcuno o portato via troppe tute? Ripassai mentalmente tutte le cazzate che avevo fatto, e non erano poche, ma non capivo come qualcuna di queste potesse essere arrivata fino a lui, e cominciai a pensare a mille giustificazioni. Ecco, Roland  un tipo chiassoso, con un vocione profondo.  simpatico, ma piuttosto severo. Uno che domina la scena, insomma, e credo che il mio cuore andasse a mille. Roland Andersson, avevo sentito dire che aveva giocato il Mondiale '78 in Argentina: non era soltanto una delle vecchie glorie del Malm, aveva giocato anche in Nazionale! Un tipo di tutto rispetto, insomma, e adesso era seduto alla sua scrivania, senza l'ombra di un sorriso. Aveva l'aria molto seria, e pensai tipo: Ecco, adesso mi ribalta.
Salve Roland. Come va? Mi cercavi?
Cercavo sempre di fare un po' il disinvolto, un po' il duro. Era una cosa che mi portavo dietro fin dall'infanzia: mai farsi vedere deboli o colpevoli.
Siediti.
Ok, non ti scaldare. Non ho ucciso nessuno, giuro.
Zlatan,  ora che smetti di giocare con i mocciosi.
Con i mocciosi? Ma di che sta parlando? pensai. E cosa ho fatto adesso ai ragazzini?
Cosa, cosa? dissi. Ti riferisci a qualcosa di speciale?
 ora che cominci a giocare con i grandi.
Io continuavo a non capire.
Eh?
Benvenuto in prima squadra, ragazzo continu lui, e quella sensazione francamente non la posso descrivere, non ci riuscir mai. Era come se mi avessero sollevato a dieci metri da terra, e ci scommetto che, una volta fuori, fregai un'altra bici e mi sentii il ragazzo pi figo della citt.
5
Al Malm avevamo una cosa che si chiamava il Miglio.
Il Miglio era un maledetto, lunghissimo percorso. Partivamo di corsa dallo stadio in direzione della torre del serbatoio idrico, poi gi lungo Limhamnsvgen, passando davanti a tutte quelle case care come il fuoco e con la pi spettacolare vista sul mare. Ce n'era una in particolare, ricordo, che era rosa e magnifica e noi pensavamo tipo: Wow, chiss chi  che ci abita l dentro... Quanto devono essere ricchi sfondati?.
Poi continuavamo verso Kungsparken, passavamo sotto un tunnel e quindi arrivavamo alla Borgarskolan, in posizione perfetta per essere visti da tutte le ragazze e dai fighetti figli di pap. Quanta forza mi dava questa cosa! Era la mia rivincita. Eccomi l, il buzzurro di Rosengrd che quasi non aveva il coraggio di parlare con una ragazza, a correre con campioni del Malm come Mats Lilienberg eccetera. Era una sensazione incredibile, e io cercai di sfruttarla un po'.
All'inizio ci davo dentro. Ero nuovo in prima squadra e volevo dimostrare quanto valevo. Ma poi colsi il punto focale della faccenda: certo, bisognava allenarsi con seriet e tutto, ma l'importante ovviamente era far colpo sulle ragazze. Per questo io, Tony e Mete mettemmo a punto un certo numero di trucchi: per esempio correvamo i primi quattro chilometri e poi, in Limhamnsvgen, deviavamo come nulla fosse verso la fermata dell'autobus. Nessuno se ne accorgeva. Ci mettevamo in coda al gruppo, cos potevamo staccarci, aspettare tranquillamente l'autobus e salirci sopra. Ovviamente ridevamo come matti. Che gran figata! Ma nel superare il resto della squadra dovevamo abbassarci gi piatti per non farci vedere. Alla fine di quella lunga strada saltavamo gi, perfettamente riposati e molto prima degli altri, e ci nascondevamo in qualche angolo. Quando la squadra passava di corsa ci accodavamo, ed eravamo belli freschi per passare baldanzosi davanti alla scuola. Wow! pensavano sicuramente le ragazze, quei ragazzi sembrano proprio forti come tori!
Un'altra volta, mentre percorrevamo il Miglio, dissi a Tony e Mete: Basta con questo autobus. Freghiamo una bici, invece. Credo che fossero un po' titubanti ad accettare, e poi non avevano la stessa esperienza che avevo io nel settore. Ma riuscii a convincerli, e rubai una bicicletta filando via con loro sul portapacchi. Queste erano le nostre imprese. Io non ero esattamente il ragazzo pi maturo della citt, e del resto Tony era un cazzone pure lui. Ricordo che a un certo punto gli venne la fissa dei film porno, cos un giorno and a noleggiarne uno e a comprare della cioccolata anzich correre, e poi ci sedemmo a mangiarla mentre gli altri della squadra facevano il loro miglio di allenamento.
Per fortuna Roland Andersson credeva alle nostre giustificazioni. O magari non ci credeva. Era bravo. Ci capiva, era una persona di spirito. Ma  chiaro, in squadra iniziavano i mugugni: Chi si crede di essere quel ragazzo, Zlatan? Perch non dimostra un po' di umilt?, e mi toccava sentire la stessa vecchia solfa: Dribbla troppo. Non pensa alla squadra. Una parte di queste cose era giusta, assolutamente! Per c'era anche invidia: i giocatori avvertivano subito la concorrenza, e io non ero solo un imbroglione.
Lavoravo come un mulo, e non mi accontentavo degli allenamenti con il Malm. Giocavo anche nel campetto vicino a casa della mamma, ora dopo ora. E poi in strada. Uscivo per Rosengrd e gridavo ai ragazzini: Vi do dieci corone se riuscite a fregarmi la palla!, e non era solamente un gioco: serviva ad affinare la mia tecnica, a migliorarmi nella protezione del pallone con il corpo. 
Quando non facevo le acrobazie con i ragazzini, mi dedicavo ai videogiochi di calcio. 
Ero capace di giocare dieci ore di fila, e spesso vedevo soluzioni di gioco che poi applicavo nella vita reale. Era Football Round the Clock, si pu dire. Ma nel Malm, agli allenamenti, non era come nei videogiochi, e forse esageravo con i miei numeri. All'improvviso, era come se fosse piovuto in squadra qualcosa di totalmente irrazionale, un ragazzo che non riuscivano a capire. Voglio dire, non c' nessuno che non si adatti a questa o a quella situazione, o che non scelga cosa dire e cosa non dire in un dato contesto. Ma io... io venivo da un altro pianeta, e continuavo a combinare pazzie in stile Rosengrd. 
Nel club, poi, c'era una buona dose di nonnismo. Noi giovani dovevamo portare i borsoni e tutto il resto ai vecchi ed essere a loro disposizione. Per me era ridicolo, e fin dal principio l'atmosfera non era delle migliori. All'inizio della stagione Tommy Sderberg, il CT della Nazionale, aveva pronosticato che avremmo vinto il titolo, ma da allora era andata storta una cosa via l'altra e adesso il club rischiava di finire in Seconda Divisione. Era la prima volta in oltre sessant'anni, i tifosi erano inferociti e i veterani della squadra avevano una pressione enorme sulle spalle. 
Sapevano tutti che cosa avrebbe significato per la citt la retrocessione: un'autentica catastrofe. Quindi non era certo il momento giusto per party e brasilianate. Ma sapete, io ero ancora al settimo cielo per essere stato preso in prima squadra e volevo dimostrare tutto il mio valore. Ok, lo ripeto, non era il momento pi adatto, ma quella smania ce l'avevo nel sangue. Ero in un nuovo gruppo, volevo stupire tutti e mi rifiutavo di farmi schiacciare. Quando Jonni Fedel, il portiere, gi il primo giorno grid: Dove cazzo sono i palloni?, io rimasi di sasso, soprattutto quando mi accorsi che tutti mi guardavano e parevano aspettarsi che li andassi a prendere io. Ma non ci pensavo nemmeno, non quando qualcuno mi si rivolgeva in quel modo.
Se li vuoi, vatteli a prendere! replicai, e non era il modo consueto di rispondere, al Malm.
Era di nuovo lo stile di periferia, ma avevo l'appoggio di Roland e dell'allenatore in seconda, Thomas Sjberg. Lo sentivo, anche se loro credevano soprattutto in Tony: lui pot giocare e fece anche gol all'esordio. Io ero una riserva e quindi cercavo di impegnarmi ancora di pi in allenamento. Ma non serviva, e imprecavo. Forse avrei dovuto accontentarmi e non avere fretta, ma non  cos che funziono. Non vedevo l'ora di entrare in campo e spaccare tutto. Ma sembrava non ci fossero speranze, finch il 19 settembre incontrammo l'Halmstad a rjans Vall.
Si trattava di un match decisivo. Se avessimo vinto o pareggiato, saremmo rimasti in Prima Divisione, in caso contrario ci aspettavano i playout: tutti erano nervosi e impauriti. All'inizio del secondo tempo il nostro attaccante, Niklas Gudmundson, fu portato fuori in barella e io sperai di poter entrare in campo. Ma niente, da Roland neppure uno sguardo, il tempo passava e non succedeva nulla. Eravamo sull'uno a uno, e a noi naturalmente sarebbe bastato, ma a un quarto d'ora dal termine anche il nostro capitano Hasse Mattisson s'infortun e subito dopo l'Halmstad segn il gol del vantaggio. Vidi impallidire tutta la squadra. 
Finalmente Roland mi fece entrare e, mentre tutti gli altri erano ancora sotto shock, io partii in quarta carico di adrenalina. Avevo diciassette anni. Era la Prima Divisione e sugli spalti c'erano diecimila spettatori. Sulla mia maglia c'era scritto Ibrahimovic. Era... wow, grandioso, del tipo: Provate a fermarmi!, e subito feci un tiro in porta che sfior la traversa. Ma poi, proprio negli ultimi minuti, l'arbitro ci diede un rigore. Potete capire... Era una questione di vita o di morte. Segnando avremmo salvato l'onore del club, altrimenti sarebbe stato il disastro. Tutti i ragazzi della vecchia guardia erano titubanti, nessuno osava farsi avanti per tirare. C'era davvero troppo in gioco, cos si fece avanti quel bullo di Tony: Ci penso io!.
Un bel coraggio. Adesso, a posteriori, penso che qualcuno avrebbe dovuto fermarlo. Era troppo giovane per farsi carico di una responsabilit del genere, e ho impressa in mente l'immagine di lui che prende la rincorsa mentre tutta la squadra tratteneva il respiro, o distoglieva lo sguardo. Fu orribile. Il portiere par, dopo aver fatto una piccola finta per ingannare Tony, e perdemmo. Da quel momento Tony fin nel congelatore, povero ragazzo, e so di giornalisti che videro in quell'errore un significato simbolico. 
Fu il momento in cui gli passai davanti nella gerarchia. Tony non fece mai veramente ritorno ai vertici, e invece io potei giocare di pi. Feci sei apparizioni in campionato, sempre entrando a partita in corso, e diventai sempre pi bravo. In una qualche intervista Roland mi defin un diamante grezzo, un'immagine che fece presa, cos che presto cominciarono a farsi avanti i ragazzini dopo le partite a chiedere il mio autografo. Non che fosse una gran cosa, per ricordo che mi caricava, e che pensavo di dover diventare ancora pi forte, per non deludere quei ragazzini. 
Guardate qui! avrei voluto gridare loro. Questa  la cosa pi bella del mondo! e in realt era un po' strano, o no? In fondo non avevo ancora fatto niente di eccezionale. Eppure spuntavano giovani fan come dal nulla, e a me venne ancora pi voglia di dare spettacolo. Quei ragazzini in un certo senso mi davano ragione sul mio modo di giocare. Mica sarebbero venuti, se fossi stato il pi noioso della squadra! Cominciai a giocare per loro, e gi dal primo momento feci molta attenzione a concedere ogni singolo autografo che mi venisse chiesto. Nessuno doveva rimanere senza. Ero giovane anch'io, capivo esattamente che cosa avrebbero provato se gli amici avessero avuto un autografo e loro no, e volevo rendere felici quei ragazzini.
Tutti contenti? chiedevo sempre prima di scappare via, e in generale succedevano cos tante cose intorno a me che non mi curavo granch dei casini della squadra.
In un certo senso era folle. Io stavo diventando un nome mentre il mio club attraversava la crisi pi nera di tutto il secolo. Quando perdemmo in casa anche contro il Trelleborg, i tifosi sugli spalti piangevano e gridavano a Roland di andarsene. Dovette perfino intervenire la polizia per proteggerlo; ci furono una sassaiola contro il pullman del Trelleborg e incidenti. Le cose non migliorarono certo qualche giorno pi tardi, quando fummo umiliati dall'AIK e la disfatta fu totale.
Retrocedemmo. Per la prima volta in sessantaquattro anni il Malm non avrebbe giocato in Prima Divisione, e negli spogliatoi i giocatori sedevano sconsolati nascondendosi la faccia sotto asciugamani e magliette, mentre i dirigenti cercavano di incoraggiare e consolare o che altro. Mentre crescevano la frustrazione e la vergogna, molti di sicuro pensavano che io fossi una specie di diva che aveva pensato solo a fare i suoi bei numeri anche in partite cos determinanti. Ma io fondamentalmente me ne sbattevo. Avevo altro a cui pensare. Era successa una cosa incredibile.
Era stato proprio appena dopo il mio passaggio in prima squadra. Ci stavamo allenando sul campo numero uno e certo, eravamo il Malm, eravamo o eravamo stati l'orgoglio della citt. Ma non venivano in molti ad assistere agli allenamenti, soprattutto in quel periodo. Per quel pomeriggio fece la sua comparsa un vecchio dai capelli grigio ferro. Lo scorsi da lontano, ma senza riconoscerlo. Notai solo che ci fissava dagli alberi gi in fondo al campo, e mi sentii un po' strano, come se intuissi qualcosa: cominciai a fare ancora pi numeri. Pass per del tempo prima che capissi davvero.
Per tutta l'infanzia avevo dovuto arrangiarmi da solo, intorno a me avevo avuto come il vuoto e s, certo, pap aveva anche fatto enormi sacrifici, tipo rinunciare a pagare l'affitto pur di farmi partecipare ai viaggi con la squadra. Ma non era mai stato come gli altri pap che vedevo. Non veniva a vedermi alle partite, n mi aveva incoraggiato con la scuola. Aveva avuto il suo bere e la sua guerra e la sua musica slava. Ma non potevo proprio crederci: quel vecchio era davvero pap! Era venuto a vedermi, e io rimasi letteralmente senza parole. Mi sembrava di sognare e cominciai a giocare con un'energia assurda. Incredibile, pap  qui! Era pazzesco. Guarda, pap, guarda avrei voluto gridare, tuo figlio  il giocatore pi forte del mondo!
Credo che sia stato uno dei momenti pi importanti per me. Giuro. Avevo di nuovo mio padre. Non che prima non l'avessi avuto, nei momenti critici era sempre intervenuto come l'incredibile Hulk. Ma qui era qualcosa di nuovo, e dopo corsi da lui e gli parlai in modo cos, un po' disinvolto, come se fosse la cosa pi naturale del mondo che fosse l. 
Allora?
Bravo, Zlatan.
Era assolutamente pazzesco. Pap doveva essere fuori di testa. In breve diventai la sua droga, cominci a seguire tutto quello che facevo, veniva ad assistere a ogni singolo allenamento. La sua casa divent una specie di museo dedicato alla mia carriera: ritagliava ogni singolo articolo, ogni piccolo trafiletto, e cos ha sempre continuato a fare. Chiedetegli oggi di una qualsiasi delle mie partite, ce le ha registrate in testa, e ha anche ogni singola parola che  stata scritta a commento; e poi tutte le maglie e le scarpe che ho indossato, i premi e i Palloni d'Oro svedesi. C' tutto, e non in disordine, come succedeva prima: ogni cosa  al suo posto,  capace di trovarla nel giro di un secondo, ha tutto sotto controllo.
A partire da quel giorno, sul campo numero uno, cominci a vivere per me e per il calcio, e credo che lo abbia fatto stare meglio. Non aveva avuto una vita facile. Era solo. Sanela aveva rotto con lui per via del bere e del suo caratteraccio, e di tutte le parole dure che aveva detto sulla mamma, e questo lo aveva profondamente ferito. Sanela era la luce dei suoi occhi, e lo sar sempre, ma adesso per lui non c'era pi. Lei aveva tagliato i ponti, un'altra di quelle vicende pesanti di casa mia, e pap aveva bisogno di qualcosa di nuovo. Cominciammo a parlare tutti i giorni, e questa cosa divent un nuovo stimolo anche per me. Wow, il calcio pu davvero fare grandi cose pensavo, e ci diedi dentro con ancora maggiore energia. Che cos'era mai una retrocessione in Seconda Divisione, ora che pap era diventato il mio supporter pi sfegatato?!
Per non sapevo che fare. Giocare in Seconda Divisione o cercare di cambiare aria? C'era stato qualche articolo in cui si diceva che l'AIK mi aveva messo gli occhi addosso, ma non avevo idea di quanto fosse vero, n di quanto fossi davvero richiesto sul mercato: in fondo non ero neppure titolare nel Malm, perci sia io sia pap eravamo esitanti. Avevo diciotto anni e dovevo firmare il contratto con la prima squadra, ma continuavo a rimandare. Tutto appariva incerto, in particolare da quando Roland Andersson e Thomas Sjberg erano stati esonerati. Erano stati loro due a credere in me quando tutti gli altri si lagnavano. Avrei potuto giocare di pi, se fossi rimasto? E poi non ne avevo la pi pallida idea: quant'ero bravo veramente?
Non avevo nessuna visione precisa della cosa. Avevo firmato un bel po' di autografi ai ragazzini, ma naturalmente non significava nulla, e la fiducia in me stesso continuava a subire alti e bassi, la prima ondata di ebbrezza per essere stato promosso in prima squadra cominciava a svanire. Ma poi incontrai un ragazzo di Trinidad e Tobago. Successe durante il precampionato. Lui era un tipo a posto, era in prova da noi e un giorno, dopo l'allenamento, mi si avvicin:
Ehi, ragazzo disse.
S, cosa c'?
Se non diventi professionista entro tre anni, sar solo colpa tua!
Che cosa vorresti dire?
Hai sentito.
Altroch se avevo sentito.
Ma mi ci volle un po' per digerirlo. Poteva essere vero? Se l'avesse detto qualcun altro, difficilmente ci avrei creduto, ma quel ragazzo aveva l'aria di saperne, era stato in giro per il mondo, e fui come percorso da una scossa. Era come diceva lui? Ero sul serio una grande promessa? Cominciai a crederci. Mi impegnai ancora di pi.
Hasse Borg, il vecchio difensore della Nazionale ed ex professionista in Germania, era diventato in quel periodo il nostro direttore sportivo e mi mise subito gli occhi addosso. Immagino che avesse capito il mio talento, e cominci a parlare con i giornalisti, tipo: Ehi, salve gente, dovreste tenere d'occhio quel ragazzo, e nel febbraio dell'anno successivo si present all'allenamento un reporter che lavorava per il Kvllsposten e si chiamava Rune Smith. Era un tipo in gamba, sarebbe poi diventato quasi un amico, e dopo avermi visto giocare chiacchierammo un po', lui e io, nulla di straordinario. Parlai del Malm e della Seconda Divisione e dei miei sogni di diventare professionista in Italia, come Ronaldo, e Rune annotava e sorrideva, e io non so di preciso che cosa si aspettasse da me, non avevo nessuna esperienza di giornalisti a quei tempi. Ma ne venne fuori una cosa grandiosa. Nel suo articolo Rune scrisse cose tipo: Assaporare questo futuro nome da copertina, ZLATAN,  eccitante. E lui lo , eccitante. Un tipo di giocatore completamente diverso, una carica di dinamite in attacco, e poi citava di nuovo quella faccenda del diamante grezzo e io nell'articolo parlavo un po' da bullo e poco da fighetto svedese.
Quell'articolo fece scattare qualcosa. Adesso, dopo gli allenamenti, i giovani tifosi mi accerchiavano sempre pi numerosi e iniziavano ad arrivare anche non poche ragazzine, e perfino qualche adulto. Era l'inizio di tutta quell'isteria, di tutto quello Zlatan, Zlatan! che sarebbe poi proseguito per il resto della mia vita e che all'inizio era cos irreale. Che cosa sta succedendo?  proprio di me che parlano?
Mentirei se non dicessi che era fantastico. Voglio dire, che cosa credete? Era tutta la vita che cercavo di ottenere un po' d'attenzione e adesso all'improvviso ecco che comparivano degli ammiratori e mi stavano l davanti con gli occhi sgranati e volevano avere il mio autografo. Chiaro che era una figata, era il massimo dello stimolo. Mi riempiva di adrenalina. Volavo. 
Sapete, ho sentito alcuni vip dire cose tipo: Oh, che fatica, tutta quella gente che strilla sotto le mie finestre. Vogliono il mio autografo. Povero me!. Sono tutte stronzate. Questo  proprio il genere di cose che ti d la carica, credetemi, soprattutto se si  fatta la vita che ho fatto io, e si  stati ragazzini di periferia.  come se a un certo punto ti puntassero addosso il riflettore pi potente.  chiaro, c'erano cose che ancora non capivo, l'invidia e via dicendo, quell'atteggiamento per cui molti vogliono tirare gi chi emerge, soprattutto se viene dal posto sbagliato e non si comporta da bravo svedese perbene. C'era anche chi mi punzecchiava. Sentivo dire a destra e a sinistra: Tu hai avuto fortuna e Chi ti credi di essere?.
Io rispondevo diventando ancora pi insolente. Che cos'altro potevo fare? Non ero stato educato a chiedere scusa. Nella mia famiglia non si usa dire: Scusa, scusa, quanto mi dispiace che ti sei arrabbiato!. Noi rispondiamo per le rime. Meniamo le mani se  necessario, e non ci fidiamo della gente cos per principio. Tutti in famiglia hanno preso le loro batoste, e pap diceva sempre: Non fare niente in modo precipitoso. La gente vuole solo sfruttarti. Io ascoltavo, e riflettevo. Ma non era facile. In quel periodo Hasse Borg cominci a corrermi dietro nel suo completo pi elegante per convincermi a firmare il contratto con la prima squadra. 
Era molto insistente e la cosa mi lusingava, mi sentivo importante. Ma con il nuovo allenatore, Micke Andersson, non sapevo ancora quanto avrei potuto effettivamente giocare: in attacco sembrava voler puntare su Niclas Kindvall e Mats Lilienberg, tenendomi come riserva, e io non volevo andare in Seconda Divisione e fare panchina. 
Ne discussi con Hasse Borg: si possono dire un sacco di cose di lui ma non credo sia un caso se ha avuto successo negli affari. Ha uno stile molto diretto,  tutto un: Ehil ragazzo, come butta?,  un demonio della persuasione. Con me tirava fuori le esperienze della sua stessa carriera sportiva, e ripeteva: Vedrai che questo contratto  la cosa giusta, ragazzo. Punteremo su di te e la Seconda Divisione sar un vivaio perfetto, avrai la possibilit di crescere. Tu firma e basta! e io sentivo di essere d'accordo.
Cominciai ad avere fiducia in Hasse. Mi telefonava in continuazione e mi dava consigli, e io pensavo: Hasse sa sicuramente il fatto suo.  pur sempre stato professionista in Germania e via dicendo, e sembra veramente avere a cuore il mio futuro. Gli agenti sono tutti dei ladri diceva sempre, e io gli credevo.
In quel periodo c'era anche un tipo che mi corteggiava, Roger Ljung. Dopo il ritiro era diventato un agente e voleva prendere la mia procura. Ma pap era scettico e io non sapevo nulla di procuratori. Di che cosa si trattava? Perci presi per buono il ragionamento di Hasse, Gli agenti sono dei ladri, e firmai il suo contratto. Il club mi diede un monolocale a Lorensborg, non lontano dallo stadio, e anche un cellulare, il che significava parecchio - quello a casa di pap non avevo mai potuto usarlo - e infine uno stipendio mensile di sedicimila corone.
Ma in campo cominci male. Il primo incontro della stagione fu in trasferta contro una banda di mezze seghe, il Gunnilse, e avremmo dovuto stravincere. Ma la squadra non era unita, e in pi io rimasi a lungo seduto in panchina. Diavolo, era cos che sarebbe andata? Il pubblico era noioso e tirava vento e quando finalmente entrai in campo mi beccai subito una brutta gomitata nella schiena. Io restituii il colpo all'avversario, bang, cos senza mezzi termini, e poi andai anche a fare storie con l'arbitro che mi aveva dato il cartellino giallo. Quella storia fece scoppiare un casino, sia in campo sia sui giornali, e Hasse Mattisson, il nostro capitano, continuava a dire che io diffondevo energia negativa.
In che senso, negativa? Io sono solo carico.
Tu non lasci mai perdere ripeteva, e poi avanti con un sacco di spropositi sul fatto che non ero per niente la stella che credevo e che anche gli altri sapevano fare benissimo i numeri che facevo io, soltanto non se ne vantavano tutto il tempo, credendosi dei gran Maradona. Io la presi male. C' un'immagine di me mentre sono l fuori dal pullman a Gunnilse con l'aria imbronciata. 
Poi per pass. Cominciai a giocare meglio, e oggi devo dare ragione a Hasse Borg: la Seconda Divisione mi diede la possibilit di migliorare, in un certo senso dovevo essere grato per la retrocessione dell'anno prima.
Abbastanza presto arrivarono altre novit. Era pazzesco. Non ero ancora esattamente un Ronaldo, e i quotidiani svedesi di solito non si agitano granch per il calcio di Seconda Divisione, che allora era chiamata ancora con il nome un po' ridicolo di Superettan... ma i giornali della sera adesso facevano il paginone centrale con titoli del tipo: La Superdiva della Superettan, sugli spalti spuntavano ogni domenica pi tifose, e tutti i giocatori pi anziani della squadra si domandavano: Che cosa cazzo sta succedendo?. Effettivamente non era facile da capire, tanto meno per me. Sugli spalti c'era gente che appendeva striscioni con su scritto Zlatan  il re e lanciava urla da concerto rock quando mi esibivo in un dribbling. Di che cosa si trattava? Non lo sapevo, e ancora non lo so fino in fondo. Ma immagino che a molti piacesse vedere i miei numeri e le mie acrobazie, e sentivo un sacco di Wow e Oh, oh, oh!, proprio come sul campetto di casa, e mi esaltavo. 
Crescevo di una spanna quando la gente mi riconosceva in citt, quando le ragazzine strillavano e i ragazzini correvano l con i loro quaderni degli autografi, allora io ci andavo gi ancora pi duro con il mio stile. Ma  chiaro, qualche volta esageravo. Con il primo stipendio presi la patente seguendo un corso accelerato. Per un ragazzo di Rosengrd si pu dire tranquillamente che la macchina  fondamentale: a Rosengrd la gente non si vanta di avere l'appartamento pi lussuoso o la villa con piscina, si vanta della macchina, e se uno vuol far vedere che ha avuto successo nella vita lo fa con quella. A Rosengrd guidano tutti, con o senza patente, e quando ebbi la mia Toyota Celica in leasing io e i miei amici eravamo sempre in giro. 
Per fortuna nel frattempo mi ero anche calmato un po'. Tutto lo scalpore sui giornali mi aveva indotto a comportarmi bene, o almeno un po' meglio, e quando i miei amici cominciarono con i furti d'auto e questo genere di cose, dissi loro: Io ormai ho chiuso con quella roba.
Ma avevo comunque bisogno di qualche botta di adrenalina, e cos una sera io e un amico andammo in macchina su Industrigatan, dove si radunavano tutte le prostitute di Malm. Industrigatan non  lontana da Rosengrd, io c'ero stato non poche volte da ragazzino. Una volta avevo perfino lanciato un uovo in testa a una di quelle donne, solo come bravata, una cosa molto poco simpatica, lo ammetto. Ma a quei tempi non  che riflettessi granch. Comunque, quando quella sera io e il mio amico arrivammo l sulla Toyota vedemmo una prostituta china sul finestrino di una macchina, proprio come se stesse parlando con un cliente, e allora ci dicemmo: Divertiamoci un po' con quel maiale. Perci frenai di colpo proprio davanti a lui, ci precipitammo fuori e urlammo: Polizia! Mani in alto!.
Era una gran stronzata, io agitavo perfino una bottiglia di shampoo come la pi improbabile delle pistole, ma quel signore, un vecchio, si spavent a morte, part a razzo e scomparve. Noi non ci pensammo pi, era solo una cosa che avevamo fatto cos, tanto per fare. Ma, tornando verso il centro, a un certo punto sentimmo delle sirene e dietro di noi, su una macchina della polizia, era seduto quel vecchio. Che succede adesso? Di cosa si tratta?. Chiaro, avremmo potuto dare gas e filarcela, non sarebbe stata la prima volta. Ma ecco, avevamo le cinture allacciate e tutto quanto, e poi a ben vedere non avevamo fatto niente di male. Perci ci fermammo, da bravi ragazzi.
 stata solo una stupidaggine dicemmo. Abbiamo finto di essere dei poliziotti. Niente di grave, no? Ci dispiace tanto e gli agenti pi che altro risero, non era questa gran faccenda, tutto sommato.
Ma poi ecco che spunta un cretino, uno di quei fotografi che stanno l ad ascoltare la radio della polizia tutto il santo giorno; fece partire un flash e io, idiota, sorrisi pure da un orecchio all'altro perch sapete, tutto il circo mediatico era una cosa nuova per me. Era ancora emozionante finire sui giornali, a prescindere che fosse per il gol del secolo o per un fermo della polizia. Per questo sorrisi come un pagliaccio, e il mio amico si spinse anche oltre: mise in cornice l'articolo e lo appese al muro. E quel vecchio, lo sapete che cosa fece? Rilasci un sacco di interviste in cui diceva che lui in realt era la persona pi brava del mondo, un uomo di chiesa che aiutava solo le prostitute. Ma andiamo! Cos, la storia ebbe un sacco di strascichi e si disse addirittura che certi grandi club rinunciarono a prendermi per via di questa faccenda. Probabilmente erano tutte cazzate. 
Ma da quel momento in poi la febbre sui giornali aument. Alcuni compagni si lamentavano di me e dicevano: Ne ha ancora da imparare!,  ancora molto grezzo, e in realt li capisco. Non dev'essere stato facile. Avevano sicuramente bisogno di farmi abbassare un po' la cresta. Ecco che arrivavo io dal nulla e ricevevo pi attenzione in una settimana di quanta ne avevano avuta loro in tutta la carriera. Come se non bastasse iniziarono a comparire su quelle squallide tribune nei buchi di provincia dove giocavamo in quella stagione diversi tipi tutti azzimati e con i Rolex d'oro, gente che non aveva affatto l'aria di essere del posto e che teneva gli occhi puntati su di me.
A posteriori non so dire quando iniziai a capire, o forse addirittura a rifletterci, ma cominci a girare voce che quei tali fossero osservatori di grandi club europei, e che fossero l per visionare me. Quel ragazzo di Trinidad e Tobago mi aveva preparato alla cosa,  vero, ma mi sembrava ancora del tutto irreale. Cercai di parlarne con Hasse, ma lui scantonava, sembrava non apprezzare l'argomento. 
 vero, Hasse? Ci sono club all'estero che sono interessati a me?
Calma, ragazzo.
Ma quali sono?
Non  niente rispose lui. E noi non vogliamo venderti. Io pensai: Certamente, ok, tutta questa fretta non c', e cercai invece di ridiscutere il mio contratto.
Fai cinque buone partite di fila e ne riparliamo disse Hasse, e io cos feci: ci diedi dentro di brutto per cinque, sei, sette partite, e cos ci sedemmo al tavolo a fare quattro chiacchiere sulle nuove condizioni.
Avrei avuto un aumento di stipendio di circa diecimila corone, pi altre diecimila un po' pi avanti, e per me eravamo a posto cos. Ma poi andai da pap e, quando gli mostrai tutto orgoglioso il nuovo contratto, lui non rimase altrettanto impressionato. Adesso era il mio sostenitore pi accanito e invece di interessarsi solo della guerra o di altro passava intere giornate a informarsi su tutto quello che riguardava il calcio. Quando lesse il paragrafo sulla mia eventuale cessione a club stranieri sobbalz.
Ma che diavolo disse, qui non c' scritto niente di quanto intascherai tu!
E quanto dovrei intascare?
Ti dovrebbero dare il dieci per cento sul prezzo del cartellino. Se no  sfruttamento! Io pensai che il dieci o il venti per cento l'avrei preso volentieri, ma non capivo come avremmo potuto ottenerlo: se ci fosse stato spazio per una clausola del genere, Hasse me ne avrebbe parlato, o no? Decisi di domandarglielo. Non volevo arrendermi cos facilmente, dopotutto.
Senti gli dissi, non posso avere una percentuale se vengo venduto?
Ovviamente non mi aspettavo niente di diverso da quel: Sorry, ragazzo, non  cos che funziona. Lo riferii a pap. Pensavo che si sarebbe arreso, del tipo: Se non funziona cos, non funziona cos, invece neanche per sogno. Si incazz tantissimo e volle il numero di telefono di Hasse. Chiam una, due, tre volte, alla fine riusc a parlargli e non si accontent di un no per telefono. Pretese un incontro, perci fu deciso che ci saremmo trovati alle dieci del mattino nell'ufficio di Hasse, e vi lascio immaginare... Io diventai piuttosto nervoso. Pap non  esattamente il tipico svedese che dice: Scusi tanto se disturbiamo. Lui  il tipo che urla e fa casino, e io ero preoccupato che esagerasse, e detto in tutta sincerit non  che in effetti fu un colloquio granch equilibrato. Non ne ho un ricordo chiarissimo, ma, a quanto dice pap, and storta quasi da subito. Lui cominci a schiumare rabbia e a picchiare i pugni sul tavolo: Mio figlio  forse un cavallo?.
No, ovviamente non ero un cavallo, questo Hasse Borg lo ammetteva.
Perch allora lo trattate come un cavallo?
Noi non lo stiamo trattando come...
Andarono avanti cos per un pezzo, a quanto dice pap, e alla fine lui dichiar che il Malm non avrebbe pi visto nemmeno la mia ombra. Non avrei giocato un solo secondo di pi se il contratto non veniva riscritto, e allora Hasse Borg cominci a impallidire. Posso immaginare. Pap non  il tipo con cui si scherza, come si diceva,  un vero leone, e riuscimmo a inserire quella famosa clausola del dieci per cento che era destinata a pesare parecchio. Onore a pap per questo.
Tutta quella faccenda avrebbe forse dovuto diventare una lezione su cui riflettere, ma gli agenti erano sempre dei ladri e io mi fidavo ancora di Hasse. Era pur sempre il mio mentore, una specie di pap extra, tipo. Mi invit in campagna, nella sua casa di Blentarp, e mi fece conoscere la moglie, i figli, il suo cane e tutti i suoi animali, e io gli chiesi consiglio perfino quando acquistai la mia Mercedes Cabriolet a rate. 
Al tempo stesso, come posso dire, la situazione diventava sempre pi tesa. La mia autostima cresceva, e io osavo sempre di pi. Feci diversi gol da urlo, e tutte le finte alla brasiliana che avevo provato per ore e ore cominciavano a riuscirmi alla perfezione. Tutta la fatica fatta per imparare quelle cose alla fine si stava ripagando. Negli juniores quelle finte mi avevano fruttato per lo pi critiche, e avevo sentito i genitori lagnarsi. Ma adesso arrivavano l'esultanza e gli applausi dalle tribune, e io capii subito che quella era la mia occasione. Molti forse si lamentavano ancora, ma non era pi altrettanto facile aprire bocca ora che grazie a me vincevamo le partite e il pubblico mi amava.
I cacciatori di autografi e le ovazioni e gli striscioni nel mare di pubblico mi davano forza, entrai nello spirito giusto. In trasferta contro il Vsters, allo scadere del tempo ricevetti un passaggio da Hasse Mattisson. La partita era praticamente terminata, ma io vidi la possibilit per una gran giocata: andai via a due avversari (fra cui Majstovi?c) con un pallonetto, uno dei miei giochetti, e sparai la palla in rete. 
Chiusi la stagione da capocannoniere della squadra, con dodici gol, e contribuii cos al ritorno del Malm nella massima serie. Non ero pi solo un individualista, come sostenevano alcuni. Cominciavo a fare la differenza, e l'isteria intorno a me non faceva che crescere, e sapete, a quell'epoca nelle interviste non dicevo solo un sacco di stupidate. Sui media non avevo ancora preso nessuna batosta. Ero praticamente me stesso di fronte ai giornalisti e raccontavo quali macchine avrei voluto avere e quali videogiochi facevo, e dicevo cose del tipo: C' soltanto uno Zlatan e Zlatan  Zlatan, non il massimo dell'umilt. Ero qualcosa di totalmente nuovo, altro che i soliti: La palla  rotonda e via dicendo. Era un esprimersi pi libero, che veniva dal cuore. Io parlavo quasi come a casa, e perfino Hasse Borg riconobbe che ero popolare e che fra i cespugli del centro sportivo si aggiravano degli osservatori. 
Ma dobbiamo mantenere il sangue freddo ripeteva.
Pi avanti venni a sapere che gli telefonava almeno un procuratore di mercato al giorno. Io ero ricercatissimo, e suppongo che gi allora lui avesse capito che potevo diventare l'ancora di salvataggio per l'economia del club. Diventai la sua pepita d'oro, come scrissero i media pi tardi. Un giorno venne da me e mi chiese: Che ne diresti di un viaggetto?.
Senz'altro, volentieri! 
Mi spieg che si trattava di una piccola tourne per andare a visitare diversi club che erano interessati ad acquistarmi, e io pensai: Oddio, sta succedendo davvero.
6
Da un certo punto di vista, si era svolto tutto troppo in fretta. Fino a poco tempo prima ero un ragazzino difficile negli juniores. Adesso tutto aveva preso a girare vorticosamente. Hasse Borg e io stavamo raggiungendo in macchina il centro di allenamento dell'Arsenal a St Albans, a nord di Londra. Potete immaginare. Vidi Patrick Vieira, Thierry Henry e Dennis Bergkamp fuori, sul campo. Ma la cosa straordinaria era che avrei incontrato Arsne Wenger in persona. Wenger era arrivato all'Arsenal da poco; era il primo allenatore non inglese nella storia del club e i giornali erano usciti con titoli del genere Arsne Who?, chi diavolo  questo Arsne Wenger? Ma gi alla seconda stagione port a casa il double, ovvero vinse sia il campionato sia la Coppa d'Inghilterra, e divent un mito. Mi sentii davvero un ragazzino quando mettemmo piede nel suo ufficio.
Eravamo io, Hasse Borg e un agente del quale non ricordo pi il nome, e io fui percorso da un brivido quando incontrai lo sguardo di Wenger. Era come se cercasse di guardarmi dentro, di scoprire chi fossi veramente. Sapete, lui  un tipo che tiene in grande considerazione i profili psicologici dei suoi giocatori, tipo: Sono emotivamente stabili? e via dicendo.  meticoloso, come tutti i grandi allenatori. Io non dissi molto all'inizio, mi limitavo a stare seduto in silenzio, un po' impacciato, ma dopo poco persi la pazienza. C'era qualcosa in Wenger che mi dava sui nervi. Di quando in quando scattava in piedi e andava a vedere chi ci fosse fuori della sua finestra, sembrava voler avere il controllo totale della situazione, e poi continuava a battere su un unico tasto.
Puoi fare un provino con noi diceva. Puoi fare un tentativo. Un test.
Per quanto io volessi comportarmi bene, quelle parole mi facevano girare le palle.
Datemi un paio di scarpette da calcio. Far il provino. Lo faccio adesso, subito dissi, e allora Hasse Borg intervenne: Stop, stop, questa la risolviamo noi, tu non devi fare nessun provino, assolutamente, e certo, io capii il suo discorso. O sei interessato, o non lo sei. Accettare un provino significa deprezzarti, ti mette in posizione di inferiorit, e cos rifiutammo cortesemente. We are sorry, Mr Wenger, but we are not interested, e di questa faccenda naturalmente si fece poi un gran parlare.
Ma sono sicuro che prendemmo la decisione giusta, e proseguimmo alla volta di Montecarlo, dove anche il Monaco era interessato. Ma dicemmo di no anche a loro e pure al Verona, e poi ce ne tornammo a casa. 
Era stato un viaggio tosto, senza dubbio, ma non ne venne fuori niente di concreto, e scommetto che non fosse nemmeno nelle intenzioni del club. Doveva essere soprattutto un viaggio di formazione per tutti, per capire meglio come andavano le cose gi sul Continente.
Quando rientrammo a Malm era pieno inverno e si gelava. Mi ammalai: qualche strana forma di influenza. Per la prima volta ero stato convocato in Nazionale Under 21 ma fui costretto a rimandare il debutto, e immagino che diversi osservatori se ne tornarono a casa delusi. Li avevo alle costole dappertutto. Detto onestamente, non  che avessi molto il controllo su questa cosa. In realt conoscevo un po' solo un tizio, un danese, John Steen-Olsen si chiamava. Era cos tanto tempo che mi teneva d'occhio per conto dell'Ajax che avevo cominciato a salutarlo. Ma non davo alla cosa nessuna importanza. Era solo una parte di tutto quel circo, e non sapevo distinguere le chiacchiere dalla verit. La faccenda aveva assunto contorni pi concreti dopo il nostro viaggio,  vero, ma io non riuscivo ancora a crederci: vivevo alla giornata e ricordo che avevo veramente voglia di partire per il ritiro con il Malm.
Dovevamo andare a La Manga. Erano i primi giorni di marzo ed era meraviglioso potersene andare via, fuggendo dall'inverno svedese. Mi sentivo leggero, il sole splendeva. La Manga  una sottile striscia di terra sulla costa sud-orientale della Spagna, una localit balneare con lunghe spiagge di sabbia e bar, ma c' anche un centro sportivo dove i grandi club vanno spesso ad allenarsi nel precampionato.
Io dividevo la stanza con l'islandese Gudmunder Mete. Giocavamo insieme fin da quando eravamo esordienti e nessuno dei due era mai stato in ritiro in un posto del genere. Non avevamo esattamente un'idea delle regole, la prima sera arrivammo a cena in ritardo e ci beccammo una multa. Ci facemmo una risata sopra e il mattino dopo ce ne andammo all'allenamento, niente di che. Ma a bordo campo vidi una figura nota. Si trattava di quel famoso John Steen-Olsen e io sussultai -  venuto anche qui? - e lo salutai: Ciao, ciao!. Altro non ci fu, rifiutavo di farmi delle illusioni. Ormai mi ero abituato a vederlo ovunque. Ma il giorno dopo ecco comparire anche un altro tizio. Venni a sapere poi che era il capo degli osservatori dell'Ajax e Hasse Borg sembrava piuttosto teso.
Adesso le acque cominciano a muoversi! Adesso le acque cominciano a muoversi! ripeteva, e io rispondevo: Ok, molto bene!.
Andavo avanti a giocare e basta. Ma non era proprio facile ignorare tutti quei balletti intorno a me. Tutt'a un tratto i personaggi dell'Ajax erano diventati tre, era arrivato anche l'allenatore in seconda, e avevo sentito da Hasse che altri erano in viaggio. Era un'autentica invasione, e per l'amichevole del giorno dopo, contro i norvegesi del Moss, sul posto c'erano perfino il mister in persona, Co Adriaanse, e il direttore sportivo Leo Beenhakker.
All'epoca non avevo idea di chi fosse Beenhakker. Non sapevo niente dei boss del calcio europeo, ma capii subito che quello era un pezzo grosso. Se ne stava per conto suo a fumare un sigaro, con i suoi lunghi capelli bianchi e gli occhi penetranti.  stato detto che somiglia allo scienziato pazzo di Ritorno al futuro, ma in questo caso ne  una versione molto pi seria. Beenhakker irradiava potere e freddezza. Sembrava un po' un mafioso, e quindi mi andava a genio.  con quello stile che sono cresciuto, e non mi stupiva affatto che Beenhakker avesse allenato il Real Madrid e vinto tre campionati, una Coppa di Spagna e due Supercoppe di Spagna con loro. Si vedeva che era lui quello che dominava e decideva, e correva voce che fosse capace di scorgere il potenziale nei giovani giocatori come nessun altro. Io pensai:  arrivato il momento di mostrare quello che so fare. Ma, ovvio, c'erano molte cose che non sapevo. Per esempio non sapevo che Beenhakker aveva ripetutamente cercato di indurre Hasse Borg a fissare il prezzo del mio cartellino e che Hasse si era sempre rifiutato perch non voleva essere vincolato a una somma.
Il ragazzo non  in vendita gli aveva risposto, e di sicuro era una mossa intelligente, ma anche un azzardo. Beenhakker aveva fatto sapere: Se non mi dite un prezzo, non ci vengo neppure a La Manga!.
 un problema tuo. Lascia perdere, allora aveva concluso Hasse Borg, o almeno cos dice lui, e Beenhakker si era piegato. Ci aveva raggiunto in Spagna, e la prima cosa che avrebbe visto sarebbe dunque stata la nostra amichevole con il Moss. 
Non ho nessun ricordo di Beenhakker a bordo campo, quel giorno. Vidi soltanto John Steen-Olsen, e l'allenatore, Co Adriaanse, gi dietro la porta avversaria. Ma evidentemente Beenhakker si era arrampicato sopra una di quelle tribunette per avere una veduta d'insieme migliore ed  chiaro, doveva essere preparato a una delusione: non sarebbe certo stata la prima volta che faceva un lungo viaggio per vedere un talento poi non all'altezza delle aspettative. L'intera faccenda poteva risolversi in niente. Era un'ipotesi molto concreta. Vedevo che i tizi dell'Ajax ogni tanto parlavano fra di loro, e io mi sentivo un tantino nervoso. Fremevo.
A un certo punto, nel corso del primo tempo, ricevetti un passaggio da destra, mi trovavo appena fuori dell'area di rigore. Erano le 15,37, se dobbiamo credere al filmato un po' tremolante che si trova su YouTube. All'improvviso vidi la possibilit per una giocata. Era una di quelle visioni che mi si creano semplicemente nella testa, una di quelle scene-lampo che attraversano rapidissime i miei pensieri e che non sono mai riuscito esattamente a spiegare. Il calcio non  una cosa su cui si sta a riflettere, nel calcio le cose succedono e basta, e cos, invece di stoppare la palla, superai due avversari con un tocco sotto e scattai in avanti. Li superai in velocit e riagganciai la palla qualche metro dentro l'area di rigore, ritrovandomi cos nella posizione in cui un colpo di tacco mi appariva la cosa pi naturale. Lo feci. Colpii la palla di tacco mandandola oltre un altro avversario, corsi ancora avanti, tirai di sinistro al volo, e... c' sempre quell'attimo in cui uno se lo chiede, fa in tempo a pensare, nonostante sia solo questione di una frazione di secondo: Andr in rete? Uscir?. Be', quella volta fischi dentro dritta.  stata una delle giocate pi belle che abbia mai fatto e mi precipitai verso il centrocampo con le braccia tese urlando una sola parola. I giornalisti presenti erano sicuri che gridassi: Zlatan, Zlatan!, ma dai... perch avrei dovuto urlare il mio nome? Gridavo: Spettacolo, spettacolo.
S, fu un gol-spettacolo, e posso soltanto immaginare quello che pass nella mente di Beenhakker. Dovette perdere la testa, difficilmente poteva aver mai visto qualcosa di simile. Ma pi tardi sarei venuto a sapere che aveva anche cominciato a preoccuparsi. Aveva trovato quello che stava cercando,  vero: un giocatore alto che era pericoloso in attacco e tecnico, e capace di fare come su ordinazione il gol del secolo. Ma non era tanto ingenuo da non rendersi conto che con quello show avevo alzato le mie quotazioni alle stelle, e che se qualche altro grande club avesse avuto l i suoi spioni sarebbe partita un'asta folle. Cos decise di agire senza ulteriori indugi: salt gi dalla tribunetta e and a cercare Hasse Borg. 
Voglio incontrare subito quel ragazzo disse, perch sapete, nel mondo del calcio non si tratta mai solo del giocatore ma anche della persona che c' dietro: non ha nessuna importanza che il ragazzo in campo sia fantastico, se poi ha l'atteggiamento sbagliato.  tutto il pacchetto, che compri.
Non so se si pu fare disse Hasse Borg.
Come sarebbe, che non si pu fare?
Mi sa che non abbiamo tempo. Abbiamo un sacco di impegni in programma e roba del genere, e io credo che allora Beenhakker cominci a sudare freddo, perch ovviamente aveva capito tutto.
Non si trattava di nessun maledetto impegno. Hasse Borg doveva praticamente essere in estasi. All'improvviso si ritrovava in mano tutte le carte vincenti, e adesso voleva fare il difficile e calare tutti gli assi a sua disposizione.
Ma cosa stai dicendo?  un ragazzo. Siete in ritiro. Chiaro che il tempo c'.
Forse, ma... Solo un momento, allora disse Hasse, o qualcosa del genere, e cos si accordarono per incontrarci all'albergo di quelli dell'Ajax, che si trovava non molto lontano. 
Ricordo il tragitto in macchina, con Hasse che continuava a martellarmi il cervello con quanto fosse importante avere un atteggiamento gentile e positivo. Ma io ero tranquillo. In un altro momento probabilmente sarei stato nervoso, ma dopo un gol del genere ti senti padrone del mondo. Allora  facile avere la sensazione di essere il pi grande.
Io e Hasse Borg entrammo all'hotel e stringemmo la mano a tutto il gruppo, How do you do? eccetera, e facemmo quattro chiacchiere in termini generici. Io sorridevo e dicevo che il calcio era la mia vita e che sapevo che essere un calciatore di alto livello significava lavorare duro e via dicendo. Era un teatrino in cui tutti mostravano le loro migliori intenzioni ma  ovvio, sotto sotto c'erano seriet e diffidenza. Tutti mi studiavano. Chi  questo qui in realt? E soprattutto ricordo l'espressione di Leo Beenhakker quando si chin in avanti e disse: If you fuck me l'11 fuck you two times back.* La cosa mi fece una certa impressione. 
Era esattamente il mio genere di discorso, e Beenhakker aveva quel lampo negli occhi, nel dirlo. Ma  chiaro, lui e i suoi ragazzi avevano certamente fatto le loro indagini: di sicuro sapevano tutto di me, anche della faccenda di Industrigatan, per le sue parole andavano interpretate come una sorta di avvertimento, no?, e ricordo che facemmo ritorno al nostro albergo solo un quarto d'ora pi tardi, e che non riuscivo a stare seduto fermo.
Esiste un gioco, sul campo. E ne esiste un altro sul mercato dei trasferimenti: a me piacciono entrambi, e ormai conosco un certo numero di trucchi. So quando devo starmene zitto e so quando devo fare la guerra. Ma l'ho imparato sulla mia pelle. All'inizio non sapevo niente di niente, ero solamente un ragazzo che voleva giocare a calcio, e dopo l'incontro a La Manga non sentii pi parlare dell'Ajax per un bel pezzo.
Poi, un giorno, ero in giro su una Mercedes Cabrio blu (non quella che avevo ordinato, un'auto sostitutiva) senza nessuna meta precisa. Mi sentivo bene, rilassato, e sul sedile posteriore tenevo una pallina nel caso in cui mi fosse venuta la voglia di fermarmi a fare qualche numero. Era una giornata assolutamente qualsiasi a Malm, in altre parole. Mancava ancora qualche settimana all'inizio del campionato e avrei dovuto giocare una partita con la Nazionale Under 21 a Bors, ma per il resto era tutto tranquillo. C'era solo da andare agli allenamenti, stare con gli amici e giocare ai videogiochi. A un certo punto ecco che squilla il telefono. Era Hasse Borg. Niente di straordinario di per s, ci sentivamo di continuo. Ma stavolta la sua voce era diversa.
Sei occupato? mi domand, e come avrei potuto rispondere di s?
No, no.
Ma sei pronto? Te la senti?
Ma s, certo. Perch?
Sono arrivati.
Chi?
Quelli dell'Ajax. Vieni all'Hotel S:t Jrgen. Ti stiamo aspettando disse, e certo, naturale, mi misi subito in moto.
Parcheggiai l fuori e il cuore mi batteva forte. Capivo che adesso eravamo davvero in ballo, e avevo detto a Hasse Borg che volevo essere venduto per una cifra record. Volevo entrare nella storia. C'era stato un giocatore svedese che era andato all'Arsenal per quaranta milioni di corone, ed era una bella cifra allora, e poi un norvegese, John Carew, per il quale il Valencia ne aveva sborsati settanta. Era il record in Scandinavia, e io avevo una certa speranza di batterlo, solo che... io avevo diciannove anni! Non era facile essere tosti al momento giusto.
Noi di periferia andiamo in giro in tuta e ok, avevo provato altri stili alla Borgarskolan, ma non aveva funzionato. Per cui giravo ancora con indosso una qualche tuta Nike e un cappellino in testa, certo non il look ideale per quell'appuntamento. Quando misi piede al S:t Jrgen fui accolto da John Steen-Olsen, e capii che l'intera faccenda era top secret. L'Ajax  una societ quotata in Borsa e se qualcosa fosse trapelato si sarebbe rischiata la diffusione di informazioni riservate. Ma proprio in quel momento scorsi Cecilia Persson, e sobbalzai. Che ci faceva l Cecilia? Non mi aspettavo certo di incontrare qualcuno di Rosengrd al S:t Jrgen. Quello era un altro mondo, lontano anni luce dai sobborghi, eppure lei era l.
Eravamo cresciuti nello stesso palazzo, era la figlia della migliore amica di mia madre. Ma tutt'a un tratto mi ricordai: lei l all'albergo ci lavorava, faceva la donna delle pulizie esattamente come la mamma, e adesso mi stava guardando con aria sospettosa, tipo: Che cosa ci fa Zlatan qui in compagnia di individui del genere?. Io le feci segno di tacere, non dire niente, tipo, e poi salii sull'ascensore ed entrai in una sala conferenze: c'erano Beenhakker, il suo uomo dei conti e poi Hasse Borg, ovviamente. Avvertii all'istante che c'era qualcosa di losco nell'aria.
Hasse era nervoso, tutto adrenalina, ma naturalmente fece il disinvolto: Ehil ragazzo! Capisci, vero, che non possiamo dire una sola parola su questa cosa, non ancora. Ma ci vorresti andare all'Ajax? Loro ti vogliono e anche se l'avevo intuito, nel sentirlo fui percorso come da una scossa.
Certamente! risposi. L'Ajax  una buona scuola. E allora tutti annuirono, ci furono un sacco di sorrisi e via dicendo.
Per c'era qualcosa che non mi tornava, e io strinsi mani e sentii dire che, come prima cosa, avrei negoziato il mio contratto personale. Per qualche ragione Beenhakker e i suoi a quel punto uscirono dalla stanza e io restai solo con Hasse Borg. Che cosa cazzo aveva, Hasse? Teneva sotto il labbro la presa di tabacco pi grossa del mondo, e mi mise davanti agli occhi un bloc-notes.
Guarda qui. Io avrei pensato questo per te disse, e io esaminai quel foglio. C'era scritto centosessantamila al mese, e naturalmente erano un sacco di soldi, era... wow, davvero avr questo stipendio? Ma non avevo la pi pallida idea se fosse un buon compenso a livello di mercato, e glielo dissi.
 una buona cifra?
Diavolo, certo che s fece Hasse.  quattro volte quello che guadagni adesso!, e io pensai ok, ha ragione, sono un sacco di soldi, e capii quanto lui fosse sotto pressione.
D'accordo dissi.
Splendido, Zlatan! Congratulazioni! Poi usc, doveva discutere ancora qualche altro punto, mi disse, e quando torn aveva un'aria tutta orgogliosa: sembrava aver concluso l'affare del secolo.
Ti pagano loro anche la tua nuova Mercedes, sai, e naturalmente era un bel colpo anche quello, pensavo, e risposi: Wow, fantastico!.
Ma ancora non sapevo niente di pi sull'affare, e non mi pass nemmeno per la testa che quella faccenda della macchina fosse poca cosa per loro, perch cosa credete? Che fossi veramente preparato a quelle trattative?
Non ero preparato proprio per niente! Non sapevo nulla di quanto guadagnavano i calciatori, o di quanto andava via in tasse in Olanda, e non avevo nessuno che me lo dicesse o che rappresentasse i miei interessi. Ero un ragazzo di diciannove anni che veniva da Rosengrd, non sapevo niente del mondo. Su certe cose avevo pi o meno lo stesso controllo che poteva avere Cecilia, l fuori, e come gi sapete credevo che Hasse Borg fosse mio amico, il mio secondo padre, tipo, e non mi sfior mai l'idea che lui pensava solo a un'unica cosa: far guadagnare soldi al club.
Dovette passare un bel po' di tempo prima che capissi il motivo di quell'atmosfera tanto tesa al momento del mio arrivo: era ovvio, i tizi in giacca e cravatta si trovavano nel pieno della loro trattativa. Non avevano ancora stabilito il prezzo del mio cartellino, e il motivo per cui mi avevano convocato in tutta fretta era che  pi semplice combinare un trasferimento se prima si raggiunge l'accordo economico con il giocatore, perch cos si sa di quanti soldi si sta parlando; inoltre, se si  tanto astuti da fare in modo che il ragazzo abbia lo stipendio pi basso di tutta la squadra, sar pi facile per il nuovo club mettere sulla bilancia qualcosa in pi per quello di provenienza. Io fui molto semplicemente sfruttato in quel gioco strategico.
Ma di questo allora non sapevo nulla. Uscii dalla hall dell'albergo e lanciai un urlo di gioia, o qualcosa del genere, e fui anche molto bravo a tenere la bocca cucita. L'unico che avevo tenuto informato sulla faccenda, dopo La Manga, era mio padre, e lui saggiamente era piuttosto scettico. Non si fidava mai della gente cos di primo acchito. Ma ormai era fatta, e il giorno dopo andai a Bors per giocare con la Nazionale Under 21 contro la Macedonia. Giocavamo gli Europei di categoria ed era il mio debutto, sarebbe dovuta essere una gran cosa. Ma io, com' naturale, avevo la mente altrove: ricordo che incontrai Hasse Borg e Leo Beenhakker di nuovo e firmai il contratto, perch finalmente avevano concluso le trattative.
Eppure fummo costretti a tenere segreta la cosa fino alle due di quel pomeriggio, quando la notizia sarebbe stata resa pubblica in Olanda, e venni a sapere che un'intera squadra di osservatori stranieri era venuta a vedermi. Avevano fatto il viaggio per niente. Io ero pronto per l'Ajax e viaggiavo sulle nuvole, e un po' distrattamente domandai a Hasse Borg: Per quanto sono stato venduto?. La sua risposta non la dimenticher mai. Ricordo che dovette ripetermelo. Non avevo capito, forse perch pu essere che la prima volta mi aveva detto la cifra in gulden, e non conoscevo il cambio. Ma quando poi mi resi conto di quanti soldi erano, non stavo pi nella pelle.
Ok, avevo sperato in una cifra record. Avevo desiderato superare John Carew, ma vedere quel numero nero su bianco era un'altra cosa: ottantacinque milioni! Ma soprattutto nessuno svedese, nessuno scandinavo, neppure Henrik Henke Larsson, n John Carew, erano stati venduti per una cifra neanche lontanamente paragonabile.
Ovviamente, intuii che si sarebbero versati fiumi d'inchiostro. Ok, non  che non si fosse mai parlato di me fino ad allora, ma quando il giorno dopo comperai i giornali... era tutta un'orgia di Zlatan. Era Il ragazzo dai piedi d'oro. Era Zlatan l'incredibile. Era Zlatan questo e quest'altro, e io leggevo e godevo. Ricordo che io e Christian Chippen Wilhelmsson e Kennedy Bakirciogl uscimmo a bere qualcosa a Bors ed eravamo seduti a un caff con una bibita e una brioche quando ci comparve davanti un gruppetto di ragazze e una di loro disse, un po' timidamente: Sei tu il ragazzo da ottantacinque milioni?. E cosa volete rispondere, a una domanda del genere?
Altroch dissi, certo che sono io, e intanto il cellulare continuava a squillare. 
La gente mi faceva i complimenti e si congratulava. Tutti tranne una persona, vale a dire mia madre: lei era completamente fuori di s. Sant'Iddio Zlatan, cos' successo? grid. Sei stato rapito? Ti hanno fatto del male? perch sapete, mi aveva visto in televisione, e non aveva capito cosa avessero detto di preciso, e normalmente se vieni da Rosengrd e finisci sui media di solito si tratta di cattive notizie.
Tranquilla, mamma, sono solo stato venduto all'Ajax dissi io, e allora lei si arrabbi: E perch non mi hai detto niente? Perch si devono venire a sapere queste cose dalla televisione?. Ma poi si calm, mi viene veramente da commuovermi quando ci ripenso. 
Il giorno dopo io e John Steen-Olsen partimmo per l'Olanda e io indossavo quella maglietta rosa e quella giacca di pelle che erano le cose pi fighe che avevo, e tenni una conferenza stampa ad Amsterdam. Era un autentico casino, con fotografi e giornalisti seduti un po' dappertutto, e io ero al settimo cielo. Tenevo lo sguardo basso. Ero felice e insicuro, ero grande e piccolo nello stesso tempo, e per la prima volta in vita mia assaggiai lo champagne e feci una smorfia tipo: Ma che  'sta roba?. Soprattutto, per, ricevetti la maglia numero nove dalle mani di Beenhakker: era quella che aveva indossato Van Basten prima di passare al Milan.
Era quasi troppo, e in quello stesso periodo dei ragazzi fecero un documentario su me e sul Malm intitolato Bldrar - Matti da legare. Quegli stessi ragazzi mi seguirono ad Amsterdam e mi filmarono in un autosalone Mitsubishi mentre vado in giro con la mia giacca di pelle e guardo tutte le macchine.
Fa un po' strano entrare qui e semplicemente scegliere. Ma immagino che ci si debba abituare, dico io, e m'illumino.
Era quella prima sensazione inebriante che tutto all'improvviso fosse diventato possibile. Era una vera e propria favola.
La primavera era nell'aria. Un giorno andai allo stadio dell'Ajax e rimasi l in piedi sulla tribuna deserta con un leccalecca in bocca e l'aria pensierosa. I giornalisti, intanto, erano come impazziti. Scrivevano storie sul ragazzo del ghetto che era riuscito a realizzare il suo sogno e il giorno dopo scrivevano che Zlatan aveva avuto un assaggio della sua nuova vita e del lusso. Tutto questo succedeva a poche settimane dall'inizio del campionato di Prima Divisione svedese. Hasse Borg aveva ottenuto che rimanessi al Malm ancora per sei mesi, perci andai da Amsterdam direttamente all'allenamento.
Faceva un po' freddo, quel giorno. Io indossavo un berretto nero e un giaccone grigio col cappuccio, avevo i capelli tagliati di fresco ed ero felice. Non incontravo i miei compagni di squadra da un po' e adesso erano tutti l seduti nello spogliatoio con il giornale sulle ginocchia a leggere della mia vita lussuosa. Potete vedere la scena in Bldrar: io entro, rido, mi levo la giacca e urlo di gioia, un S! selvaggio, e a quel punto loro alzano lo sguardo. Quasi mi fanno pena. Hanno tutti un'aria mogia. Sono verdi d'invidia,  chiaro, e il peggiore  Hasse Martinsson, quello che aveva litigato con me a Gunnilse. Lui sembra distrutto, ma  un ragazzo a posto.  il capitano della squadra e ha le migliori intenzioni, perci ci prova: Non c' che da congratularsi.  una figata pazzesca! Devi saltare sul treno dice, ma non frega nessuno, men che meno la telecamera. L'inquadratura scivola dai suoi occhi tristi a me, e io sto seduto l sulla panca e ghigno, felice come un bambino. 
Forse, in quei giorni, ero caduto in preda a una specie di mania: dovevano accadere continuamente nuove cose. Volevo sempre azione, azione, come per tenere vivo lo show, ecco, e perci facevo un sacco di cazzate: mi feci delle ciocche bionde nei capelli e... mi fidanzai. Non che fosse una cazzata fidanzarsi con Mia Olhage: lei era un tipo a posto, studiava web design ed era bionda e carina e in gamba. Ci eravamo conosciuti l'estate prima a Cipro, dove lei lavorava in un bar, e scambiati i numeri di telefono. Ma c'era come una febbre, in quel fidanzamento... e siccome io non avevo ancora nessuna remora con i media, ne parlai con il solito Rune Smith. A un certo punto lui mi domand: Che cosa ha ricevuto la ragazza come regalo di fidanzamento?.
Che regalo e regalo? Ha ricevuto Zlatan, no?
Ha ricevuto Zlatan!
Era uno di quei commenti che mi uscivano e basta, una battuta che mi veniva naturale e che suonava da bullo, perfettamente in stile con la mia immagine. Tuttora viene continuamente tirata in ballo. Ma qualche settimana pi tardi Mia non ricevette proprio pi niente, ruppi il fidanzamento: un po' perch un amico mi aveva messo in testa che poi entro un anno mi sarei dovuto sposare, e un po' perch di quelle cose cos improvvise, in generale, ne facevo un sacco.
Giravo a mille. La prima giornata di campionato si stava avvicinando e potete immaginare, avrei dovuto dimostrare di valere quegli ottantacinque milioni: il giorno prima Anders Svensson e Kim Kllstrm avevano segnato due reti nelle rispettive partite di esordio e gi si mormorava che io non avrei saputo reggere il mio nuovo status di star. Forse ero soltanto un ragazzino sopravvalutato. Come tante volte in quegli anni, si diceva che ero solo gonfiato dai media, e io mi sentivo obbligato a dimostrare il mio valore. Ricordo che tutto lo stadio di Malm ribolliva. Era il 9 aprile.
Ero maledettamente orgoglioso della mia Mercedes Cabrio blu, ma quando Rune Smith mi intervist, prima della partita, non volli farmi fotografare accanto alla macchina. Non volevo apparire troppo spaccone, temevo che poi l'avrei pagata. Avevo diciannove anni e tutto era successo molto in fretta: la mia carriera aveva avuto una svolta, ma quel desiderio di rivalsa verso tutti quelli che non avevano creduto in me e che avevano sottoscritto raccolte di firme e cos via, lo covavo da un pezzo. Ero stato spinto dalla voglia di rivincita e dalla rabbia fin da quando avevo cominciato a giocare.
La prima partita era contro l'AIK, un inizio certo non facile. L'ultima volta che ci avevamo giocato eravamo stati umiliati e spediti in Seconda Divisione e adesso, in vista di questa stagione, molti vedevano l'AIK tra i favoriti per la vittoria finale. E poi, cos'eravamo noi? Una neopromossa risalita dalla Seconda senza nemmeno essere arrivata prima in campionato. Eppure la stampa ci stava addosso, e si diceva che in gran parte fosse a causa mia, il ragazzo da ottantacinque milioni. Lo stadio di Malm era tutto esaurito, quasi ventimila spettatori, e io feci di corsa il lungo corridoio dal pavimento celeste, uscii sul campo e mi arriv il boato. Era fantastico, certo, si trattava del nostro ritorno in Prima, eppure...  difficile da spiegare.
Era tutto un turbinio di foglietti di carta colorati, la gente sollevava cartelli e striscioni e quando ci schierammo sul campo grid qualcosa, all'inizio non capii cosa; poi realizzai che stavano cantando il loro amore per il Malm, ma anche il mio nome. Era un coro incredibile e su quegli striscioni c'erano scritte cose tipo: Buona fortuna Zlatan, e io stavo l in campo, ero carico a mille e mi portai la mano all'orecchio come a dire: Di pi, di pi. A dirla tutta, gli scettici avevano ragione almeno su un punto: sembrava proprio lo scenario perfetto per un flop perch era tutto troppo bello per essere vero.
Alle nove meno un quarto fu fischiato il calcio d'inizio e il frastuono aument. A quei tempi, per me la cosa pi importante non era fare gol. Era lo show, erano i numeri, tutte quelle cose in cui mi esercitavo tenacemente. Nei primi minuti feci un tunnel su un terzino dell'AIK e alcuni dribbling, ma poi sparii dal gioco, l'AIK prese possesso della partita ed ebbe occasioni su occasioni. Soffrimmo fino alla mezz'ora.
Per poi cercai di rilassarmi: ricevetti una palla fuori area da Peter Srenson, e all'inizio non pareva proprio un'occasione fantastica. Ma feci una finta che spiazz il mio marcatore, poi trascinai la palla in avanti con un colpo di tacco e sparai una cannonata in rete e... fu come se tutto lo stadio mi arrivasse addosso in un urto, fu come un'esplosione. Mi lasciai andare in ginocchio in un gesto di esultanza mentre tutto lo stadio urlava: Zlatan, Zlatan, SuperZlatan e tutto questo genere di cose.
Al nono minuto della ripresa ebbi un altro bel pallone da Srenson. Mi trovavo sul lato destro e mi portai verso il lato corto dell'area: non sembrava esserci spazio per il tiro, e tutti credevano che avrei passato. Invece tirai comunque in porta. Feci gol da quella posizione impossibile e a quel punto il pubblico impazz completamente. Percorsi il campo camminando con le braccia tese in alto e... l'espressione che avevo! Significava potere, significava: Eccomi qui, bastardi capaci solo di lagnarvi di me che cercavate di allontanarmi dal calcio.
Era rivincita, era orgoglio, e tutti quelli che avevano pensato che quegli ottantacinque milioni fossero esagerati adesso dovevano stare muti. Non dimenticher mai i giornalisti, nel dopopartita. Avevano gli occhi che luccicavano, e uno di loro disse: Se io dico Anders Svensson e Kim Kllstrm, che cosa mi rispondi tu?.
Io dico Zlatan, Zlatan, e la gente rise. Dopo le interviste uscii nella sera primaverile e mi mossi verso la mia Mercedes Cabrio: era fantastico anche soltanto quello.
Ma ci volle un bel po' per raggiungerla. Ovunque c'erano ragazzini e ragazzine che volevano il mio autografo, e perci andai avanti a firmare per un tempo eterno, nessuno doveva rimanere senza, faceva parte della mia filosofia: dovevo ripagare chi credeva in me. Soltanto dopo aver accontentato tutti salii in macchina e mi allontanai a razzo, mentre i fan mi salutavano sventolando i loro quaderni degli autografi. 
Ma non era ancora finita, il giorno dopo arrivarono i giornali e cosa credete? Avevano scritto qualcosa?
Avevano scritto pagine su pagine, ed evidentemente quando eravamo retrocessi dovevo aver detto tipo: Voglio che la gente si dimentichi di me. Non devono sapere che esisto. Poi quando torneremo colpir come un fulmine in campo, e i giornali adesso avevano tirato fuori quella battuta.
Diventai il fulmine che colpisce, diventai mille altre cose, non c'era limite alla fantasia, e si cominci perfino a parlare di Febbre di Zlatan nel Paese. Ero dappertutto, su tutti i media, e si diceva che non erano solo i ragazzini e le ragazzine a leggere gli articoli che parlavano di me: era l'impiegata della posta, era il vecchio della drogheria, e sentivo scambi di battute del genere: Salve, come ti butta? Come stai?.
Credo di essermi beccato la Febbre di Zlatan.
Viaggiavo come sulle nuvole. Era tutto incredibile. Alcuni ragazzi fecero perfino una canzone che divenne un vero tormentone nazionale. La gente l'aveva come suoneria sul cellulare: Oh oh oh, ah ah ah, io e Zlatan siamo della stessa citt, cantavano. E poi: SuperZlatan se ne va, il suo tempo passer, per l'artista l'abbiamo avuto noi, Halmstad e AIK ve lo potete scordare voi, e voglio dire: come la gestisci una cosa del genere, quando tutti cantano di te!
A essere onesti, comunque, c'era anche l'altro lato della medaglia, e lo vidi nella terza partita di campionato. Era il 21 aprile e incontravamo il Djurgrden fuori casa, a Stoccolma. 
Il Djurgrden era la squadra che era retrocessa con noi in Seconda Divisione e con la quale eravamo tornati su, loro come primi in classifica e noi come secondi. L'anno prima ce le avevano date di brutto in Superettan, battendoci all'andata per due a zero e al ritorno per quattro a uno, perci sotto quell'aspetto  chiaro che avevano un vantaggio psicologico; ma il Malm aveva battuto sia l'AIK sia l'Elfsborg per due a zero nelle prime due partite, e soprattutto aveva me. Ne parlavano tutti, Zlatan, Zlatan, ero un argomento che scottava pi della lava, e girava voce che il CT della Nazionale, Lars Lagerbck, quel giorno fosse in tribuna per vedermi giocare.
Tutte queste attenzioni, ovviamente, non mi attiravano solo simpatie. Alla vigilia del match, uno dei giornali della sera intervist la difesa del Djurgrden al completo. Sul paginone centrale comparivano tre ragazzi grandi e grossi a braccia conserte e sopra di loro il titolo: Fermeremo il divo sopravvalutato Zlatan. Mi aspettavo un'atmosfera pesante in campo. Era un incontro molto sentito, chiaro che ci sarebbero stati toni duri, eppure non potei fare a meno di rabbrividire quando misi piede nello stadio di Stoccolma. 
I tifosi del Djurgrden grondavano odio, o se non era proprio odio era comunque la peggiore forma di pressione psicologica che avessi mai sperimentato: Noi odiamo Zlatan, noi odiamo Zlatan! rimbombava tutt'intorno. Lo stadio intero mi fischiava e sentivo un sacco di altri cori, con insulti contro me e mia madre.
Non avevo mai vissuto niente di simile, e ok, un po' lo potevo anche capire: i tifosi non potevano mica scendere in campo e giocare loro, perci cosa facevano? Davano addosso al giocatore migliore della squadra avversaria, cercando di innervosirlo.  cos che funziona nel calcio. Ma l si superarono i limiti, e io m'infuriai, scesi in campo contro il pubblico, pi che contro gli avversari proprio come contro l'AIK, pass un po' di tempo prima che entrassi veramente in partita.
Ero marcato strettissimo. Avevo quei tre del giornale sempre addosso, e nei primi venti minuti il Djurgrden domin. Ma al ventunesimo Peter Ijeh, un ragazzo nigeriano arrivato quell'anno con la fama del bomber (e che infatti l'anno dopo sarebbe diventato capocannoniere del campionato) ebbe un passaggio da Daniel Majstorovic, il nostro centrale, che poi sarebbe diventato un mio caro amico. Ijeh segn l'uno a zero e poi al sessantottesimo regal un assist a Joseph Elanga, che si liber di un difensore e mise dentro il due a zero. Il pubblico fischiava a pi non posso, urlava che io non valevo niente, che ero uno zero. Io non avevo fatto nessun gol, proprio come quei tre famosi difensori avevano pronosticato, ed era vero, fino a quel momento non ero stato granch brillante.
Avevo fatto un po' di numeri e un bel colpo di tacco vicino alla bandierina, ma per il resto era pi la partita di Ijeh e di Majstorovic che la mia, e non c'era aria di magia quando due minuti pi tardi ricevetti la palla pi o meno a met campo. Ma le cose erano destinate a cambiare, perch d'improvviso superai un avversario, successe e basta, e poi un altro, e sentii in testa come una voce: S, sono leggero, ho il controllo totale e avanzai ancora.
Fu come una danza, e, anche se allora non me ne resi conto, superai dribblando quei famosi difensori del giornale, uno dopo l'altro, e conclusi infilando il pallone in rete di sinistro. A dirla tutta, non fu solo una sensazione di gioia. Fu anche una vendetta. Questo  per voi pensavo, questo  per i vostri cori e il vostro odio, e immaginavo che il mio scontro col pubblico sarebbe continuato anche dopo il fischio di chiusura.
Voglio dire, avevamo umiliato il Djurgrden (la partita si chiuse sul quattro a zero), e invece sapete che cosa successe? Fui circondato dai tifosi del Djurgrden, e nessuno voleva pi insultarmi o mettermi le mani addosso. Volevano il mio autografo. Mi stavano addosso come pazzi.
Sapete, all'epoca non amavo nessun film tanto quanto Il Gladiatore e c' una scena l, la conoscerete tutti, in cui l'imperatore scende nell'arena e chiede al gladiatore di levarsi la maschera. Il gladiatore lo fa e dice: Il mio nome  Massimo Decimo Meridio... e avr la mia vendetta, in questa vita o nell'altra.
Era cos che mi sentivo, o che volevo sentirmi: volevo stare l davanti al mondo intero e mostrare a tutti quelli che avevano dubitato di me chi ero veramente, e nessuno avrebbe potuto fermarmi.
* Se provi a fottermi, io ti fotter due volte.
7
Era high chaparral, come dico sempre. Era un gran casino, e io ne sparavo di tutti i colori, tipo che con me la Svezia avrebbe vinto i Mondiali! Forse all'inizio era anche una cosa divertente, che ne so, ma non lo fu pi altrettanto quando in Nazionale ci entrai per davvero.
Successe in aprile anche quello. Avevo appena fatto quel famoso gol contro il Djurgrden, e i giornali erano letteralmente impazziti. Ero sempre sulle prime pagine, non davo certo l'idea di una persona modesta e la cosa mi dava un tantino di angoscia: i veterani come Patrik Andersson e Stefan Schwarz avrebbero forse creduto che ero un inutile montato?
Una cosa era essere la stella del Malm, un'altra la Nazionale! C'erano ragazzi che avevano vinto la medaglia di bronzo a Usa '94, autentiche icone in altre parole, e, che ci crediate o no, avevo ben presente quella faccenda che in Svezia non ci si mette in mostra, specialmente quando si  nuovi in un gruppo. Le mie batoste me l'ero prese quando giocavo da ragazzino, adesso volevo essere ben accetto, volevo inserirmi nel gruppo, ma non cominci granch bene. Partimmo per un ritiro in Svizzera e i giornalisti mi ronzavano continuamente intorno. Era quasi imbarazzante. Diavolo volevo dire, c' Henke Larsson laggi, andate da lui piuttosto!, ma ecco, non potevo tirarmi indietro. In una conferenza stampa, a Ginevra, mi domandarono se pensavo di assomigliare a qualche altro famoso giocatore nel mondo.
No fu la mia risposta, di Zlatan ce n' uno solo. Quanto era modesto da uno a dieci? Capii immediatamente che dovevo riparare.
Mi ripromisi di mantenere un profilo basso, e, detto sinceramente, non ebbi bisogno di sforzarmi granch. Mi sentivo intimidito di fronte ai grandi nomi, e, a parte Marcus Allbck, con cui dividevo la stanza, non parlavo quasi con nessuno. Stavo in disparte.  un tipo originale. Una mosca bianca! scrivevano i giornali e, certo, faceva scena. L'interessantissimo artista Zlatan, tipo.
Ma in realt ero soltanto insicuro, e non volevo far incazzare altra gente, soprattutto non Henke Larsson che per me era un vero idolo! Giocava nel Celtic, a quei tempi, e proprio quell'anno aveva vinto la Scarpa d'Oro come miglior marcatore europeo. Henke era fortissimo, e quando seppi che saremmo partiti titolari in attacco contro la Svizzera fu per me una grande emozione. 
Era un'altra di quelle cose irreali che mi succedevano ormai ogni giorno, e in vista dell'incontro diversi giornali fecero lunghi servizi su di me. Volevano presentarmi con tutti i dettagli del caso in vista del mio debutto internazionale, e in uno di quegli articoli comparve anche una qualche direttrice didattica della Sorgenfriskolan, sapete, no, la scuola dove mi avevano affibbiato l'insegnante di sostegno, per dire che ero l'allievo pi negligente che aveva avuto in trentatr anni o gi di l. Ero Il discolo della Sorgenfri, Un One Man Show. Un sacco di bla bla bla, insomma. D'altro canto c'erano anche molte aspettative intorno alla mia presenza in Nazionale, e io avvertivo la pressione.
Ma non fu esattamente un successo. Nel secondo tempo fui sostituito e non misi pi piede in campo nelle sfide importanti di quell'anno, quelle delle qualificazioni ai Mondiali contro Slovacchia e Moldavia. Lagerbck e Sderberg, i due CT, puntarono su Henke e Allbck: forse mi avrebbe fatto bene partire pi in sordina, in fondo non ero quasi nemmeno titolare nella squadra.
Ricordo il mio debutto in Nazionale in casa, a Stoccolma. Dovevamo giocare contro l'Azerbaigian a Rsunda, e io ero ancora molto smarrito nel gruppo. Stoccolma per me era un altro mondo, era un po' come dire New York. Mi sentivo sperduto e insicuro, la citt traboccava di belle ragazze in modo incredibile e io mi guardavo intorno...
Lo stadio di Rsunda era pieno, o quasi, c'erano oltre trentamila spettatori. I miei compagni sembravano sicuri di s e abituati all'ambiente, io mi sedetti in panchina sentendomi come un bimbetto. Ma dopo un quarto d'ora di gioco accadde qualcosa. Il pubblico cominci a rumoreggiare. Urlavano il mio nome ed  una cosa che non riesco a descrivere, mi sentii caricare a molla. Mi venne la pelle d'oca. In campo, c'erano tutte le nostre star: c'era Henke, c'era Olof Mellberg, c'erano Stefan Schwarz e Patrik Andersson... ma non erano i loro nomi che invocavano. Invocavano il mio, e io non stavo neanche giocando. Era quasi troppo, non riuscivo a capacitarmene: che cosa avevo fatto, in definitiva? Solo qualche partita in Prima Divisione! Eppure ero pi popolare di gente che aveva giocato ad altissimi livelli e vinto il bronzo ai Mondiali. Era assolutamente folle, e tutti quelli che erano in panchina mi guardavano. Ma se fossero contenti oppure infastiditi, questo proprio non lo so. So solo che non capivano neanche loro, perch era qualcosa di totalmente nuovo, qualcosa che non era mai successo prima. A un certo punto mi chinai per allacciarmi le scarpe, solo per fare qualcosa, o forse perch ero nervoso, fu come una scossa elettrica. Il pubblic credette stessi per iniziare il riscaldamento e url Zlatan, Zlatan sempre pi forte, come impazzito, e ovviamente io fui veloce ad allontanare la mano dalla scarpa. Voglio dire, ero seduto in panchina e prendere in mano lo show in quella situazione sarebbe stato una gaffe clamorosa, cos cercai di rendermi invisibile. 
Ma in segreto, ovviamente, godevo. Sentivo un brivido fantastico. L'adrenalina cominci a pompare, e quando Lars Lagerbck mi chiese davvero di entrare mi precipitai in campo, felice e forte come non mai. Dagli spalti era tutto un Zlatan, Zlatan. Conducevamo per due a zero e io entrai e impiegai pochi minuti per segnare il terzo gol con una di quelle magie che avevo imparato al campetto. Tutta Rsunda e la sera si illuminarono, e perfino Stoccolma sembrava essere diventata la mia citt. Solo che in un certo senso portavo sempre Rosengrd in giro con me. Una volta, quell'anno - ero di nuovo a Stoccolma con la Nazionale - andammo all'Undici, il night club di Tomas Brolin, e ce ne stavamo l tutti tranquilli. Allora uno dei miei amici cominci a tormentarmi. Zlatan, Zlatan, mi dai la chiave della tua camera?
Perch, che ci vuoi fare?
Niente, niente. Ma me la dai?
Ok, ok.
Gliela diedi e non ci pensai neanche pi. Ma quando rientrai in albergo nella notte l'amico era ancora l, aveva chiuso a chiave il guardaroba e aveva un'aria misteriosa. 
Che cos'hai l dentro? chiesi.
Niente di speciale rispose. Ma non toccare.
Eh?
Possiamo farci un sacco di soldi, Zlatan!
Lo sapete di cosa si trattava? Di un'autentica follia: una fila intera di costosi giacconi Canada Goose che aveva rubato all'Undici. Perci, a essere sinceri, non  che frequentassi proprio le compagnie pi serie. Intanto al Malm cominciarono un po' gli alti e bassi. Era una cosa strana quella di stare in un club quando gi ero stato venduto a un altro, e non ero sempre molto presente. Certe volte mi incazzavo per nulla. Esplodevo. La domenica prima della partita in trasferta contro l'Hcken ero stato ammonito per proteste e nell'aria c'era parecchia tensione, tipo: Cosa si inventer stavolta quel matto di Zlatan?.
L'Hcken era allenato da Thorbjrn Nilsson, una vecchia stella, e in squadra c'era Kim Kllstrm, che conoscevo dall'Under 21. Le prime fasi della partita furono molto ruvide, e, come ho detto, io sono uno che non dimentica, ricordo ogni singolo intervento scorretto. Cos, poco dopo, atterrai Kim Kllstrm da dietro e diedi una gomitata a un altro avversario, fui espulso e non ci vidi pi. Sulla via degli spogliatoi tirai gi a calci un qualche altoparlante e un microfono, e, certo, il tecnico del suono che aveva disposto quelle attrezzature non la trov una bella idea. Mi disse: Idiota, allora io mi voltai di scatto e mi diressi verso di lui: Chi sarebbe un idiota?. Il nostro magazziniere si mise in mezzo e venne fuori un casino infinito, da l un sacco di titoli sui giornali e circa sette milioni di consigli da ogni dove; che avrei dovuto cambiare comportamento e bla bla bla, altrimenti all'Ajax rischiava di andare male... quante stronzate! L'Expressen intervist perfino uno psicologo secondo il quale dovevo cercare aiuto, e io reagii immediatamente: chi cavolo  questo qui? E cosa ne sa?
Non avevo bisogno di nessuno psicologo, avevo soltanto bisogno di calma e tranquillit, ma non fu affatto divertente restare fuori e vedere il Gteborg umiliarci per sei a zero. La fortuna d'inizio stagione era svanita, e piovevano le prime critiche anche sul nostro allenatore, Micke Andersson. Io non avevo niente contro di lui, ma neppure questo gran rapporto. Se avevo qualche problema, andavo direttamente da Hasse Borg. 
C'era per una cosa che cominciava a irritarmi: trovavo che Micke avesse troppo rispetto per i pi anziani della squadra. Forse ne aveva paura, di sicuro non era granch contento di me dopo che mi ero guadagnato un'altra espulsione contro l'rebro. C'erano delle tensioni e un giorno in allenamento esplosero: stavamo giocando una partitella e Micke faceva l'arbitro; ebbi uno screzio con Jonni Fedel, il portiere, uno dei pi anziani della squadra, e ovvio, Micke decise a suo favore. Io vidi rosso e lo affrontai.
Tu hai paura dei vecchi. Hai paura perfino dei fantasmi! sbraitai. Sul campo c'erano un sacco di palloni e io cominciai a prenderli a calci, pum, pum, pum. Volarono via come proiettili andando a finire sulle automobili parcheggiate fuori e facendo scattare gli allarmi. L'aria cominci a riempirsi di sirene e tutto si ferm, e io stavo l, furioso, mentre i compagni mi fissavano a occhi sgranati. Micke Andersson cerc di calmarmi e io gli gridai: Ma chi sei, mia madre?.
Ero furibondo e me ne andai negli spogliatoi. Vuotai il mio armadietto, strappai l'etichetta con il mio nome e dichiarai che non sarei tornato mai pi indietro. Adesso basta! Addio Malm, grazie e tanti saluti, manica di idioti. Poi saltai sulla mia Toyota Celica e per un po' non mi feci pi vedere agli allenamenti. Giocavo alla PlayStation e andavo in giro con gli amici invece. Era un po' come se bigiassi, e ovviamente a un certo punto Hasse Borg mi telefon, era fuori di s: Dove sei? Dove sei? Devi ritornare subito!.
Cos feci. Dopo quattro giorni ricomparvi, di nuovo buono e gentile, e onestamente non ho mai creduto che il mio scatto d'ira fosse stato poi chiss che. Sono cose che succedono nel calcio, fa parte del gioco, negli sport c' molta adrenalina. Inoltre non mi restava ancora molto tempo al Malm, ormai stavo per andare in Olanda, e non volevo altri stupidi strascichi o punizioni. Piuttosto mi domandavo in che modo mi avrebbero ringraziato e congedato.
Solo qualche mese prima c'era stata la crisi, nel Malm, la cassa era in rosso di dieci milioni e non c'era stata la possibilit di acquistare un grande giocatore. Adesso era il club pi ricco di Svezia, io avevo procurato loro un capitale pi che sostanzioso. Perfino Bengt Madsen, il presidente, aveva detto ai giornali: Di giocatori come Zlatan ne nasce solo uno ogni quindici anni!, per cui no, non era cos strano aspettarsi una bella festa d'addio, o quanto meno un: Grazie per quegli ottantacinque milioni, specialmente dopo che, soltanto una settimana prima, avevamo festeggiato la partenza di Niclas Kindvall di fronte a trentamila spettatori nella partita contro l'Helsingborg. Ma mi accorgevo che tutti avevano un po' paura di me, ero ancora in tempo a mandare all'aria l'affare con l'Ajax con una delle mie follie.
In ogni caso si stava avvicinando la mia ultima partita nel campionato svedese. Era in programma il 26 giugno fuori casa contro l'Halmstad, e io mi caricai per dare un bello spettacolo d'addio. Non  che fosse una gran cosa per me, credetemi. Con il Malm ormai avevo chiuso, nella mente ero gi ad Amsterdam, ma in ogni caso una fase della mia vita si avviava a concludersi. Ricordo che gettai un'occhiata all'elenco dei convocati per Halmstad appeso alla parete dello spogliatoio, e che poi lo guardai una seconda volta.
Il mio nome non c'era, non ero neppure convocato. Ovviamente capii. Era la mia punizione. Era il modo di Micke di far vedere chi era a decidere, e ok, lo accettai, che cos'altro potevo fare? E nemmeno mi arrabbiai quando lui spieg ai giornalisti che ero sotto pressione e che Zlatan ha bisogno di riposare, come se mi avesse escluso perch era tanto premuroso da pensare in primo luogo alla mia salute. Ma ero talmente ingenuo da credere che la dirigenza stesse comunque organizzando qualcosa almeno con i tifosi.
Poco tempo dopo fui convocato nell'ufficio di Hasse Borg, e lo sapete, no, che non amo queste cose: credo sempre che mi aspetti una lavata di capo o roba del genere. Ma in quel periodo ne succedeva davvero una al giorno, perci andai semplicemente l senza neanche provare a indovinare per cosa fosse. Quando arrivai l c'erano Hasse e Bengt Madsen che se ne stavano l con un'aria un po' austera e solenne e io mi domandai: di cosa si tratter? Cos', un funerale? 
Zlatan, il nostro periodo insieme si avvicina alla conclusione.
Non avrete mica intenzione...
Vogliamo dirti...
Vorreste ringraziarmi qui dentro? dissi, guardandomi intorno.
Ci trovavamo nello squallido ufficio di Hasse, ed eravamo in tre.
Perci non intendete farlo di fronte ai tifosi?
Ecco disse Bengt Madsen, si dice che porti sfiga farlo prima di una partita.
Io mi limitai a guardarlo. Che porti sfiga?
Avete ringraziato Niclas Kindvall di fronte a trentamila persone e mi sembra che sia andata piuttosto bene, comunque.
S, certo, ma...
Cosa, ma?
Volevamo darti questo regalo.
E cosa diavolo  questo aggeggio?
Era un pallone, un soprammobile di cristallo.
 un ricordo del club.
Questo dunque sarebbe il vostro grazie per gli ottantacinque milioni?
Che cosa s'immaginavano? Che me lo sarei portato ad Amsterdam e avrei versato una lacrimuccia ogni volta che lo guardavo?
Volevamo esprimerti la nostra gratitudine.
Non lo voglio. Potete tenervelo.
Ma tu non puoi mica...
Potevo. Mollai gi quel coso di cristallo sul tavolo e me ne andai.
Quello fu il mio congedo dal club, n pi n meno. Certo, non  che la cosa mi avesse riempito di gioia, ormai ero in partenza e, detto sinceramente, cos'era il Malm? La mia vera vita cominciava adesso, e pi ci pensavo, pi mi appariva grandioso. 
Non solo sarei andato all'Ajax, ero anche l'acquisto pi costoso del club: forse l'Ajax non era il Real Madrid o il Manchester United, ma era senza dubbio un grande club. Solo cinque anni prima era arrivato a giocare la finale di Champions, e sei anni prima aveva vinto la Coppa. Nel corso della sua storia il club aveva avuto giocatori del calibro di Cruijff, Rijkaard, Bergkamp, Kluivert e Van Basten, soprattutto lui, un gigante, e io avrei indossato la sua maglia. Era una cosa pazzesca, ma anche, iniziavo a capirlo, una dannata pressione.
Nessuno sborsa ottantacinque milioni senza volere in cambio qualcosa, ed erano passati tre anni dall'ultima volta che l'Ajax aveva vinto il campionato: per un club del genere era un piccolo scandalo. L'Ajax  la squadra pi famosa d'Olanda e i tifosi pretendono che si vinca. Quindi si trattava di darsi da fare e dimenticare qualsiasi atteggiamento da bullo, insomma di non esordire esattamente con qualche: Io sono Zlatan, voi chi cazzo siete?. Avrei dovuto inserirmi senza traumi e imparare la cultura.
Ma intanto continuavo a far parlare di me anche fuori dal campo. Ritornando da Gteborg a Bottnaryd, fuori Jnkping, fui fermato per eccesso di velocit. Chiaramente andavo a centodieci su una strada dove c'era il limite di settanta, non una grande infrazione mi viene da dire pensando a cosa avrei combinato pi avanti, ma la patente and in fumo e i giornali non si limitarono ai titoloni. Ne approfittarono per tirare fuori di nuovo la famosa storia di Industrigatan. Fecero interi elenchi delle mie bravate e delle mie espulsioni e tutto ovviamente arriv anche in Olanda; cos anche se la dirigenza del club di sicuro era gi al corrente di buona parte di quelle imprese, adesso pure i giornalisti di Amsterdam si misero in moto. Per quanto volessi fare il bravo ragazzo, diventai un bad boy prima ancora di cominciare. 
Un altro nuovo arrivato era un ragazzo egiziano, Mido, che veniva dal Gent. Entrambi ci facemmo immediatamente la fama di essere teste matte, e come se non bastasse cominciai a sentirne di ogni su quel famoso allenatore che avevo incontrato in Spagna, Co Adriaanse.
Doveva essere una specie di poliziotto terribile che sapeva tutto dei giocatori, e giravano storie orrende sulle sue punizioni, fra le altre quella subita da un portiere che aveva osato rispondere al cellulare durante un incontro tattico: aveva dovuto passare un'intera giornata al centralino del club, senza conoscere una parola di olandese, ed era stato un: Pronto, pronto, non capire tutto il santo giorno. E poi c'era la faccenda di quei tre ragazzi della primavera che erano stati fuori a fare baldoria e a cui poi era toccato di rimanere stesi sul campo mentre gli altri gli passavano sopra con le scarpe da calcio. Di storie cos ne giravano un sacco, ma non  che fossi preoccupato.
Ogni allenatore si porta dietro le sue leggende e le sue storie raccapriccianti, e in realt a me piacciono i tipi che esigono disciplina. Mi trovo bene con i mister che tengono le distanze con i loro giocatori e non entrano troppo in intimit, perch  cos che sono cresciuto. Nessuno ha mai detto: Povero piccolo Zlatan, certo che potrai giocare. Non ho mai avuto un pap che veniva agli allenamenti e pretendeva che tutti dovessero essere gentili con me, neanche per sogno. Ho dovuto sempre arrangiarmi da solo e preferisco mille volte essere rimproverato e litigare con l'allenatore ma poter giocare perch sono bravo, piuttosto che essere suo amico e poter giocare solo perch gli vado a genio. Non voglio manfrine, mi mandano solo in confusione. Io voglio giocare a calcio, nient'altro.
Ero comunque nervoso quando feci le valigie e partii per l'Olanda. L'Ajax e Amsterdam erano qualcosa di totalmente nuovo e mi ricordo il viaggio aereo, e l'atterraggio, e l'incaricata del club che venne a prendermi all'aeroporto.
Si chiamava Priscilla Janssen ed era la factotum dell'Ajax, io mi sforzai di essere carino e gentile e andammo subito d'accordo. Fu un buon inizio, e salutai anche l'altro tizio che aveva con s. Era un ragazzo della mia et che sembrava un po' timido, ma che parlava un ottimo inglese. Veniva dal Brasile, mi disse. Aveva giocato nel Cruzeiro, una squadra famosa laggi, lo sapevo perch ci aveva giocato anche Ronaldo. Proprio come me, anche lui era nuovo nell'Ajax, e aveva un nome lungo che non afferrai esattamente. Ma aggiunse che potevo chiamarlo Maxwell e ci scambiammo i numeri di telefono. Poi Priscilla mi accompagn con la sua Saab Cabrio alla piccola casa a schiera che il club mi aveva procurato a Diemen, un paesino poco lontano dalla citt, e l rimasi con un letto Hstens, un televisore da sessanta pollici e nient'altro, a giocare alla PlayStation e a domandarmi che cosa sarebbe successo.
8
Dovermi arrangiare da solo non era un grosso problema. Se c'era qualcosa che avevo imparato durante la mia infanzia e adolescenza era badare a me stesso, e mi sentivo il ragazzo pi figo d'Europa. 
Ero diventato professionista ed ero stato venduto per una cifra da capogiro, ma la casetta che mi aveva dato il club era comunque vuota. Mi pareva in capo al mondo e non avevo mobili n altro che desse un senso di casa, e a dirla tutta, ben presto anche il frigorifero cominci a essere vuoto. Non che andassi nel panico per quello o mi tornasse in mente tutta la mia infanzia o cose del genere. Era tutto a posto, avevo avuto il frigorifero vuoto anche nel mio appartamento a Lorensborg. Ero gi abituato un po' a tutto. Ma a Malm, d'altro canto, non avevo mai dovuto soffrire la fame: non solo perch m'ingozzavo come un idiota al ristorante del club - e spesso mi ficcavo anche qualcosa di extra sotto la tuta, dessert di riso alla frutta e cose del genere che mi tenevano in piedi la sera -, ma anche perch avevo una madre in Cronmans vg e degli amici. 
A Malm c'erano un sacco di possibilit per evitare di cucinare e di preoccuparsi per un frigorifero vuoto. Ma adesso, l a Diemen, ero tornato al punto di partenza. Era semplicemente ridicolo. Non avevo neppure una scatola di cornflakes in casa ed ero quasi senza soldi: me ne stavo seduto l sul mio letto Hstens, e telefonavo praticamente a tutti quelli che conoscevo: amici, pap, mamma, mio fratello minore e mia sorella. Ero solo, irrequieto e affamato e alla fine riuscii a mettermi in contatto con Hasse Borg.
Pensavo che lui avrebbe potuto mettere in piedi un accordo, o magari prestarmi un po' di soldi e fare in modo che l'Ajax lo rifondesse pi avanti. Sapevo che Mido aveva fatto qualcosa del genere con il suo vecchio club. Ma non era possibile. 
Non posso farlo disse Hasse Borg. Devi arrangiarti da solo, e io mi infuriai.
Era stato lui a vendermi, non aveva forse il dovere di aiutarmi in una situazione del genere?
Perch no?
Perch non  possibile.
 dov' il mio dieci per cento?
Non ebbi nessuna risposta e mi arrabbiai, ma ok, lo ammetto, potevo incolpare solo me stesso: non avevo capito che doveva passare un mese prima di avere lo stipendio. Come se non bastasse, avevo avuto anche un problema con la macchina, la mia Mercedes Cabrio. Aveva una targa svedese e non potevo viaggiare con quella in Olanda. L'avevo appena presa, e l'idea era naturalmente di usarla per andarmene in giro ad Amsterdam, invece avevo dovuto venderla subito e ordinare al suo posto un'altra Mercedes, una SL 55, e questo non mi aveva reso esattamente pi ricco.
Perci adesso me ne stavo seduto l a Diemen, senza un soldo e affamato, a sentirmi dire da pap che ero stato un cazzone a comprare una macchina del genere per poi rimanere senza un soldo. Indubbiamente era vero, ma non mi aiutava. Continuavo a non avere nulla in casa e a odiare i frigoriferi vuoti.
Fu allora che mi ricordai di quel brasiliano dell'aeroporto. Tra i nuovi giocatori, oltre a me e a Mido, c'era lui, Maxwell; frequentavo abbastanza entrambi, non soltanto perch eravamo tutti e tre nuovi, ma anche perch mi trovavo pi a mio agio con i neri e i sudamericani. Erano pi divertenti, mi sembrava, pi rilassati e non invidiosi come gli altri. Gli olandesi non desideravano altro che di andare via e finire in Italia o in Inghilterra, perci si sorvegliavano a vicenda tutto il tempo - chi  messo meglio? - mentre gli africani e i brasiliani erano soprattutto contenti di essere l. Era tutto un: Che figata, giochiamo nell'Ajax!. Io mi sentivo pi a mio agio con loro, mi piacevano quell'umorismo e quell'atteggiamento. Maxwell poi non era affatto come gli altri brasiliani che avrei conosciuto. Non era di certo un party animal, un ragazzo che aveva bisogno di sfondarsi di feste a intervalli regolari, piuttosto il contrario: era incredibilmente sensibile, un ragazzo legatissimo alla famiglia, uno che telefonava a casa di continuo.  una gran persona, e se dovessi dire qualcosa di negativo di lui,  che  troppo buono.
Maxwell, sono in crisi gli dissi al telefono. Non ho in casa neanche una scatola di cornflakes. Posso venire da te?
Ovviamente rispose. Vieni pure anche subito.
Maxwell abitava a Ouderkerk, un piccolo centro di sette, ottomila abitanti: mi trasferii da lui e dormii su un materasso per terra per tre settimane, fino al giorno del primo stipendio, e non fu un brutto periodo. Facevamo da mangiare insieme e parlavamo dell'allenamento e degli altri giocatori e della nostra vecchia vita in Brasile e in Svezia. Lui mi raccont della sua famiglia e dei suoi due fratelli cui era molto legato, questo lo ricordo bene, perch uno dei due mor in un incidente d'auto non molto tempo dopo. 
Fu nel periodo da lui che mi diedi una regolata, e che la tensione cominci ad allentarsi. Riacquistai quella sensazione di vivere veramente una cosa fantastica, e iniziai anche bene il precampionato. Segnavo a raffica contro le squadre minori che incontravamo, e facevo un sacco di numeri, proprio come credevo di dover fare. L'Ajax era pur sempre famoso per il suo gioco divertente e tecnico, e i giornali scrivevano cose tipo: Ohi, ohi, sembra proprio valerli i suoi ottantacinque milioni, che giocatore!. Certo, mi accorgevo che Adriaanse era duro con me, ma credevo che facesse parte del suo stile. Ne avevo sentite talmente tante su di lui!
Dopo ogni partita dava un voto a ognuno, il pi alto era dieci, e a me una volta diede cinque nonostante avessi fatto una valanga di gol. Tu hai fatto cinque gol, ma anche due passaggi sbagliati. Quindi meriti un cinque. Ok, le pretese erano alte, ma andavo avanti e credevo che niente potesse fermarmi. Fra l'altro ricordo una chiacchierata con un ragazzo che non aveva la pi pallida idea di chi fossi.
Ma sei bravo? mi chiese.
Forse non dovrei essere io a rispondere.
I tifosi della squadra avversaria di solito ti fischiano? continu.
Come dei dannati.
Ok. Allora devi essere bravo decise, e questa cosa non l'ho mai dimenticata. Se sei bravo, ottieni fischi e insulti.  cos che funziona.
A fine luglio ci fu l'Amsterdam Tournament, un classico torneo precampionato di alto livello che si svolge ogni anno in Olanda. Quella volta, oltre a noi, avrebbero partecipato Milan, Valencia e Liverpool. Fantastico. Era la mia occasione per presentarmi agli occhi dell'Europa, e mi accorsi immediatamente di essere capitato dentro a qualcosa di totalmente diverso dal campionato svedese. A Malm avevo tutto il tempo del mondo con il pallone tra i piedi, qui tutto andava incredibilmente pi in fretta. 
Nella prima partita incontrammo il Milan, che attraversava un periodo di appannamento, ma negli anni Novanta aveva dominato il calcio europeo. In campo cercai di non fare troppo caso al fatto che avessero giocatori del calibro di Maldini: ce la misi tutta, e guadagnai dei calci di punizione, e applausi, e feci un certo numero di belle cose. Ma era un match tosto e finimmo per perdere per uno a zero.
Nella partita successiva incontrammo il Liverpool, che avrebbe fatto incetta di titoli quell'anno e aveva forse la pi forte difesa della Premier League con il finlandese Sami Hyypi e lo svizzero Stphane Henchoz. Henchoz quell'anno non era stato solo incisivo, ma anche protagonista di un episodio di cui si era parlato parecchio: nella finale della Coppa d'Inghilterra aveva bloccato con la mano un tiro sulla linea di porta e, con quella scorrettezza non vista dall'arbitro, aveva contribuito alla vittoria del Liverpool.
Sia lui sia Hyypi mi stavano attaccati alle caviglie. A un certo punto, per, riuscii a raggiungere la palla vicino alla bandierina e puntai verso l'area di rigore dov'era in attesa Henchoz. Non avevo ovviamente molte possibilit. Ero stretto. Potevo darla dietro oppure provare a saltarlo.
Provai a fare una finta praticamente da fermo, un giochetto fighissimo che Ronaldo e Romrio facevano spesso: era uno dei numeri che guardavo sul computer da ragazzino e che provavo per ore e ore fino a riuscire a farlo anche nel sonno, cos da non aver poi neanche bisogno di pensarci per tirarlo fuori in partita. Si chiamava l'Elastico o il Serpente, perch a farlo bene d l'idea di un serpente che ti si contorce lungo il piede. Ma non  cos facile. Devi tenere l'esterno del piede dietro il pallone e portarlo prima rapidamente a destra e poi all'improvviso a sinistra con la punta per poi scappare via, bam, bam, rapido come una scheggia e mantenendo un controllo totale della palla incollata al piede.
Avevo utilizzato quella finta molte volte al Malm, in Seconda Divisione, ma mai contro un difensore di livello mondiale come Henchoz... L'avevo gi sentito contro il Milan, quell'atmosfera da grande calcio mi eccitava. Era pi divertente dribblare contro gente tosta. Fil liscia e basta, swish, swish: Stphane Henchoz vol a destra e io lo saltai. Tutto il Milan, presente a bordocampo, balz in piedi urlando d'incredulit. Lo stadio esplose.
Era stata una giocata fantastica, e dopo, quando i giornalisti mi circondarono, dissi quelle famose parole, e giuro che non pianifico mai quello che dir. Succede e basta e succedeva spesso in quel periodo, prima che imparassi a essere pi cauto con i media. Prima sono andato a sinistra dissi, e lui pure. Poi sono andato a destra, e lui pure. Quindi me ne sono andato sulla sinistra, e allora lui  andato a comprarsi una salsiccia. Quella frase fu citata ovunque, divent celebre. Ci fecero perfino uno spot, e gir voce che il Milan fosse interessato a me. Fui definito il nuovo Van Basten e tutto questo genere di cose, e io pensavo tipo: Wow, sono un grande. Sono il brasiliano di Rosengrd e veramente, sarebbe potuto essere l'inizio di una stagione fantastica.
Invece stava per iniziare un periodo pesante, e adesso, risultati alla mano,  facile scorgere i segnali premonitori che c'erano stati fin dall'inizio: da una parte c'erano le mie colpe, non mi comportavo bene, andavo a casa troppo spesso e cominciavo a calare di peso e a essere davvero troppo smilzo; dall'altra c'era Co Adriaanse. Mi criticava pubblicamente, anche se non in maniera cos pesante per il momento. Sarebbe venuto di peggio dopo il suo esonero, quando avrebbe detto che c'era qualcosa che non andava dentro la mia testa. All'inizio era solo la stessa vecchia solfa, che giocavo troppo per me stesso, e io cominciai a capire che perfino un numero come quello che avevo fatto con Henchoz non necessariamente viene apprezzato nell'Ajax, se non porta a qualcosa di concreto. Piuttosto pu essere visto come un tentativo di mettersi in mostra, di fare il figo con il pubblico anzich giocare per la squadra. 
All'Ajax giocavano con tre attaccanti anzich con due com'ero abituato. Io dovevo stare al centro, e non scivolare sulle fasce e fare un sacco di giochetti individuali. Dovevo essere pi una prima punta, che faceva salire la squadra e che soprattutto faceva gol, e detto sinceramente cominciai a domandarmi se quella faccenda del calcio olandese cos tecnico e divertente fosse ancora vera. Era come se avessero deciso di diventare pi simili al resto d'Europa, ma interpretare i segnali non era cos facile.
C'erano tante di quelle cose nuove, io non capivo la lingua n la cultura e l'allenatore non parlava con me. Non parlava con nessuno. Era un'autentica sfinge. Si aveva l'impressione che fosse sbagliato anche solo guardarlo negli occhi, tipo, e io persi la mia scioltezza. Smisi di fare gol, e allora il mio bel precampionato non mi fu pi di alcuna utilit, piuttosto il contrario. Tutti quei titoloni e i paragoni con Van Basten mi si ritorsero solamente contro, e cominciai a essere visto come una delusione, un acquisto sbagliato. Persi il posto a vantaggio di Nikos Machlas, un greco che frequentavo parecchio.
Ecco, in quei momenti, quando vengo escluso e perdo la forma, mi continuano a ronzare in testa le stesse domande: dov' che sbaglio? Come faccio a uscire da questa situazione? Ho questa tendenza. Non sono proprio il tipo che se ne va sempre in giro tutto soddisfatto tipo: Io sono Zlatan, fanculo!. Al contrario, continuo a domandarmi: avrei dovuto fare questo o quest'altro? E poi guardo gli altri: che cosa posso imparare da loro? Cos' che manca in me? Quasi in ogni momento penso ai miei errori e anche alle cose buone che ho fatto, per. Dove posso migliorare? Sempre, sempre mi porto a casa qualcosa dalle partite e dagli allenamenti, ed  abbastanza faticoso, sapete. Non rimango mai veramente soddisfatto, nemmeno quando dovrei esserlo, ma mi aiuta a migliorare. All'Ajax per rimasi bloccato in quei pensieri, e non avevo nessuno con cui parlare davvero.
Cos parlavo coi muri di casa e trovavo che la gente fosse tutta idiota, e ovviamente telefonavo ai miei e mi lamentavo. Fumavo letteralmente di rabbia. Eppure non posso veramente dare la colpa a nessuno. Tutto mi sembrava soltanto sempre pi forzato, e non mi sentivo per niente bene, era come se gi non sopportassi pi la vita in Olanda. Un giorno andai da Beenhakker e gli chiesi: Che cosa dice l'allenatore di me?  contento, o cosa?, e Beenhakker  un tipo completamente diverso da Adriaanse, lui non vuole avere solo soldatini ubbidienti.
Tranquillo. Va tutto bene. Abbiamo pazienza con te rispose.
Ma io avevo nostalgia di casa e non mi sentivo apprezzato, n dall'allenatore n dai giornalisti e neppure dai tifosi. I sostenitori dell'Ajax, credetemi, non sono persone con cui scherzare. Sono abituati a vincere, tipo: Che diavolo, avete vinto solo tre a zero?.
Quando ottenemmo solo un pareggio con il Roda ci tirarono addosso sassi, tubi di ferro e bottiglie di vetro, io fui costretto a fermarmi allo stadio e chiedere protezione. C'erano un sacco di cose che non andavano e invece di quello Zlatan, Zlatan che avevo sentito all'inizio, adesso ricevevo fischi e insulti, non dai tifosi della squadra avversaria, questo sarebbe stato del tutto normale, ma dai nostri. Era pesante. 
Ma in questo sport devi farti andar bene la situazione, e l si poteva anche capire. Io ero l'investimento pi costoso del club, non dovevo essere un panchinaro ma il nuovo Van Basten e fare un gol dopo l'altro. Mi sforzavo veramente pi che potevo. Mi sforzavo troppo, a essere sinceri.
Una stagione calcistica  lunga, si sa, e non puoi far vedere tutto in una sola partita. Ma era quello che cercavo di fare. Quando entravo volevo spaccare il mondo e perci mi bloccavo, credo. Suppongo che non avessi imparato ancora a gestire realmente la pressione, nonostante tutto. Quegli ottantacinque milioni cominciavano a pesare come un maledetto zaino, e io passavo molto tempo seduto in casa a Diemen.
Non ho idea di cosa credevano che facessi i giornalisti a quei tempi, di sicuro molti si immaginavano che io e Mido, tipo, ce ne andassimo in giro per la citt a cazzeggiare allegramente. In realt me ne stavo in casa a giocare ai videogiochi, giorno e notte, e se avevamo un luned libero volavo a casa la domenica sera e ritornavo col volo delle sei la mattina del marted, andando direttamente all'allenamento. Non frequentavo nessun locale, niente roba del genere, ma questo comunque non faceva di me un professionista. 
Non avevo la minima seriet, devo dirlo, ed ero disordinato con i ritmi e col cibo e a Malm facevo un sacco di cazzate. Mi divertivo con i petardi illegali che lanciavamo dentro i giardini della gente. Erano fumo e zolle d'erba e altre schifezze che volavano in aria, erano un sacco di folli viaggi in macchina perch  cos che funziona: se non succede niente nel calcio, devo fare in modo che ci sia qualcos'altro a darmi la carica. Ho bisogno di azione, ho bisogno di slancio, di vitalit, e non mi comportavo certo da atleta.
Continuavo a calare fortemente di peso, mentre come punta dell'Ajax sarei dovuto essere ben piazzato e farmi avanti a cornate. Invece ero sceso a settantacinque chili, o anche meno. Ero diventato magrissimo, e probabilmente ero anche stanco. Non avevo fatto vacanze ma due precampionati nell'arco di sei mesi e, quanto all'alimentazione, cosa credete? Mangiavo malissimo: le uniche cose che sapevo fare erano tostare il pane e cuocere i maccheroni, tipo.
Anche sui giornali la musica era cambiata: non c'era pi nessun Un altro successo per Zlatan, c'erano piuttosto Zlatan esce sotto una pioggia di fischi o Zlatan  fuori forma,  questo e quest'altro. E poi c'erano i miei gomiti.
Se ne faceva un gran parlare. 
Cominci tutto in una partita contro il Groningen, quando diedi una gomitata sulla nuca a uno dei loro. L'arbitro non vide nulla, ma il tipo croll a terra e fu portato fuori in barella. Quando ritorn in campo dopo l'intervallo era ancora un po' stordito, ma il peggio fu che la Federazione olandese volle studiare le riprese televisive e decise di squalificarmi per cinque giornate. Non era esattamente ci di cui avevo bisogno, anzi, era una vera batosta. E ricominci pure peggio dopo la squalifica: tirai un'altra gomitata sulla nuca a un avversario, e ovviamente anche lui fu portato fuori in barella. Era come se avessi dato inizio a un nuovo gioco imbecille, e, anche se la seconda volta riuscii a schivare la squalifica, finii ai margini della squadra. Era una situazione pesante, i tifosi erano furiosi, e telefonai a Hasse Borg. Era un'idiozia, ma  il genere di cose che si fa quando ci si trova in situazioni disperate. 
Cazzo, Hasse, non  che potresti ricomprarmi?
Ricomprarti? Stai dicendo sul serio?
Portami via di qui. Io non ce la faccio pi.
Avanti, Zlatan, non ci sono soldi per farlo, lo capisci anche tu. Devi avere pazienza.
Ma io mi ero rotto di avere pazienza, volevo giocare di pi, e avevo una terribile nostalgia di casa. Mi sentivo completamente perso, ero solo e volevo di nuovo la mia vecchia vita. Invece che cosa ottenni? Una nuova batosta!
Cominci quando scoprii che in squadra ero quello che guadagnava di meno. Era un po' che ne avevo il sentore, e alla fine fu tutto chiaro. Ero stato l'acquisto pi costoso del club, preso per essere il nuovo Van Basten, eppure guadagnavo meno di tutti, e voglio dire: da che cosa dipendeva? Immaginarlo non era poi tanto difficile...
Ricordate le parole di Hasse Borg, no? Gli agenti sono dei ladri e via dicendo, e in un maledetto lampo capii: mi aveva imbrogliato. Aveva finto di essere dalla mia parte, ma in realt aveva agito solo a favore del Malm. Pi ci pensavo, pi mi era tutto chiaro e pi mi incazzavo. Gi dall'inizio Hasse aveva fatto in modo che nessuno si mettesse fra noi, nessuno che potesse rappresentare i miei interessi. Cos alla firma del contratto me n'ero rimasto in quella sala dell'Hotel S:t Jrgen come un idiota nella mia tuta sportiva a farmi fregare da quei tizi in giacca e cravatta con le loro lauree in Economia. Fu come un pugno nello stomaco. 
Il denaro non  mai stato la cosa pi importante per me, ma essere fregato e sfruttato, essere visto come l'immigrato ignorante che si pu imbrogliare e sul quale guadagnare dei soldi mi mand in bestia, e andai dritto al sodo. Telefonai a Hasse Borg.
Che cazzo  questa storia? Ho il peggiore contratto di tutto il club.
Ma che stai dicendo?
Lui faceva il finto tonto, sapete.
E dov' il mio dieci per cento?
Li abbiamo investiti in un fondo assicurativo in Inghilterra.
In un fondo assicurativo? E che diavolo era? Non mi diceva nulla, e allora dissi ok, pu essere qualsiasi cosa un'assicurazione, anche un sacchetto di plastica pieno di banconote, un secchio nel deserto.
Voglio i miei soldi adesso.
Non  possibile disse lui.
I soldi erano vincolati, erano investiti in un qualche modo del quale non avevo la pi pallida idea, e decisi di andare a fondo della questione. Per prima cosa mi procurai un agente, perch questo almeno avevo cominciato a capirlo: gli agenti non sono dei ladri. Senza non hai nessuna chance. Senza aiuto stai l a farti fregare dai tizi in giacca e cravatta. Tramite un amico trovai un ragazzo che si chiamava Anders Carlsson e che lavorava all'IMG a Stoccolma.
Anders era ok, anche se mancava un po' di slancio. Era uno di quei ragazzi che non sputano mai la gomma da masticare per strada, o che non superano mai i limiti, voleva comunque fare un po' il duro senza per riuscirci mai in maniera naturale. Ma mi aiut molto nei primi tempi. Riusc a procurarsi quelle famose carte relative all'assicurazione e l arriv il secondo shock: non c'era pi scritto dieci per cento della somma di trasferimento, ma otto per cento, e io domandai: Che cos' questa storia?.
Avevano pagato un anticipo d'imposta salariale, mi dissero, e allora pensai: Che accidenti sarebbe? Anticipo d'imposta salariale!. Non ne avevo mai sentito parlare, e lo dissi chiaro e tondo: questa cosa non sta in piedi,  un nuovo trucco. Bast che Anders Carlsson facesse un po' di pressione, e io riebbi quel famoso due per cento, d'improvviso non c'era pi nessun anticipo d'imposta salariale. A quel punto tutto croll, avevo chiuso con Hasse Borg. Fu una lezione che non dimenticher mai. Mi segn, detto molto sinceramente, e non pensate neanche per un secondo che oggi non abbia un preciso controllo sui miei soldi e sulle mie condizioni. Qualche tempo fa Mino mi ha chiamato e mi ha chiesto: Quanto ti ha dato l'editore per il tuo libro?.
Non so di preciso.
Stronzate! Lo sai benissimo e, ovvio, aveva ragione.
Ho il controllo totale. Non sopporto l'idea di farmi fottere di nuovo, perci cerco tutto il tempo di essere un passo avanti nelle trattative. Che cosa pensano? Che cosa vogliono, e qual  la loro strategia? E poi non dimentico. Le cose mi s'imprimono nel cervello, e s, Helena dice sempre che non dovrei rimuginare cos tanto: Sono stufo di odiare Hasse Borg, tipo.
Ma no, io non lo perdono, non c' possibilit. Non si fa cos con un ragazzo alle prime armi. Non fingi di essere un secondo padre mentre cerchi in tutti i modi di fregarlo. Ero stato il ragazzino in cui nessuno credeva, l'ultimo che ci si aspettava venisse preso in prima squadra. Ma poi... quando mi avevano venduto per un sacco di soldi, l'atteggiamento era cambiato. Allora si trattava di spremermi come un limone. Un momento quasi non esistevo, e l'attimo dopo dovevo essere sfruttato al massimo. Questo non lo dimentico e penso spesso: Hasse Borg avrebbe fatto lo stesso se fossi stato un ragazzo di Limhamn e avessi avuto un pap grande avvocato?. Non credo, e gi allora mi espressi sull'argomento. Dissi, pi o meno, che Hasse doveva stare attento, ma suppongo che lui non cap esattamente, e pi tardi nel suo libro scrisse che era stato il mio mentore, quello che si era preso cura di me. Tutto qui. Ma credo che in seguito finalmente abbia capito meglio come stavano le cose: fu quando, qualche anno fa, ci capit d'incontrarci in ascensore. Eravamo in Ungheria.
Io ero l con la Nazionale: entrai nell'ascensore dell'albergo, al quarto piano ci fermammo e come dal nulla sal lui. Era in citt per lisciare il pelo a qualcuno, e stava annodandosi la cravatta quando mi vide. Sapete, Hasse  tutto un: Ehil, ciao, come ti butta? e via dicendo. Disse qualcosa del genere e tese la mano. Ma non ebbe nessuna reazione da parte mia, solamente gelo e uno sguardo torvo, e divent terribilmente nervoso. Se ne stava l, un po' imbarazzato e un po' impaurito, e io ancora non dicevo una parola. Lo fissavo e, arrivati al pianterreno uscii nella hall impassibile, lasciandomelo alle spalle. Fu il nostro unico incontro da quella famosa storia.
Mi sentivo gabbato e offeso, ero quello peggio pagato e i tifosi mi fischiavano. Come se non bastasse c'erano le gomitate. C'era tutto il fango, c'erano le liste dei miei errori, c'era la storia di Industrigatan per la centesima volta, e poi si diceva che ero totalmente fuori fase. C'era nostalgia del vecchio Zlatan. C'erano un sacco di chiacchiere giorno dopo giorno, e i pensieri mi ronzavano dentro.
Cercavo soluzioni ogni ora, ogni minuto, perch no, non mi arrendevo, neanche per sogno. Io non sono cresciuto avendo la vita facile, molti se lo dimenticano. Non sono un talento che  semplicemente volato in Europa a passo di danza, io ho lottato controvento. Genitori e allenatori mi sono stati contro fin dal primo momento, e molto di ci che ho imparato l'ho imparato ignorando quello che dicevano gli altri. Quello Zlatan non fa che dribblare si lamentavano.  cos e cos,  sbagliato. Ma io sono sempre andato avanti, ho ascoltato e non ho ascoltato, e adesso all'Ajax stavo cercando veramente di capire la cultura e di imparare come si pensava e si giocava.
Mi domandavo dove avrei dovuto migliorare e apprendevo al volo da altri, e mi allenavo duramente. Ma, al tempo stesso, non abbandonavo il mio stile. Nessuno avrebbe potuto togliere il sangue al mio gioco: non che fossi cocciuto o rompicazzo con i compagni tanto per fare, semplicemente non mollavo, e quando in campo ce la metto tutta posso sembrare aggressivo. Fa parte del mio temperamento. Dagli altri pretendo tanto quanto pretendo da me stesso. Ma chiaramente Co Adriaanse se la prese con me. Ero un soggetto difficile, ebbe a dire pi tardi, uno pieno di s. Uno che corre da solo, e ok, lui  libero di dire quello che vuole, non ho intenzione di replicare. Mi va bene cos. L'allenatore  il boss. Posso soltanto dire che mi sforzavo veramente per essere all'altezza.
Il nodo comunque non si scioglieva. Non succedeva nulla, tranne forse che a un certo punto giunse voce che Co Adriaanse stava per essere esonerato, e questa era una buona notizia, nonostante tutto.
Le avevamo prese contro il Celtic di Henke nei preliminari di Champions e poi contro il Copenaghen una volta retrocessi in Coppa Uefa, ma non credo che siano stati i risultati a farlo cadere. In campionato eravamo messi bene. Dovette andarsene perch non era capace di comunicare con i giocatori. Nessuno di noi aveva contatti con lui. Vivevamo come in un vuoto, ed  vero, mi piacciono i tipi tosti e Co Adriaanse era veramente un duro, ma passava il limite: non c'era nessuno spirito nel suo stile da dittatore, nessun guizzo nello sguardo, niente, e noi ovviamente eravamo tutti curiosi: chi arriver dopo?
Per un certo periodo si parl di Rijkaard, e suonava bene non perch un buon giocatore diventi automaticamente un buon allenatore, ma perch in ogni caso, insieme a Van Basten e a Gullit era stato leggendario nel Milan. Invece arriv Ronald Koeman, e anche lui lo conoscevo, era stato un fantastico specialista sui calci di punizione al Barcellona. Nel suo staff c'era anche Ruud Krol, un altro grande ex giocatore: mi accorsi all'istante che loro mi capivano e cominciai a sperare che le cose sarebbero cambiate.
Invece peggiorarono soltanto. Fui lasciato in panchina per cinque partite consecutive e durante un allenamento Koeman mi mand addirittura a casa.
Tu non ci sei! url. Non stai dando tutto. Puoi anche andartene a casa! e certo, me ne andai, avevo la testa altrove. Non  che fosse questa grande faccenda, ma ovviamente vennero fuori i titoloni. Perfino Lars Lagerbck comparve sui giornali: disse che era preoccupato per me e si cominci a mormorare che potevo perdere il mio posto in Nazionale. Questo non era affatto divertente. 
Quell'estate dovevano esserci i Mondiali in Corea e Giappone, ed era un appuntamento che aspettavo da molto tempo. Come se non bastasse, cominciai a temere che la mia maglia, il numero nove dell'Ajax, mi venisse tolta. Non che me ne importasse chiss quanto, me ne sbatto del numero che ho sulla schiena, ma sarebbe stato un segno del fatto che non credevano pi in me. All'Ajax si parlava continuamente di numeri: il numero dieci far cos, il numero undici cos, e nessun numero era pregiato come il nove, quello che aveva avuto Van Basten. Portarlo era un onore speciale, e se non corrispondevi all'attesa te lo toglievano, era cos che funzionava: adesso si continuava a ripetere che il mio contributo era insufficiente, e purtroppo probabilmente era vero. 
Avevo fatto solo cinque gol in campionato, in totale alla fine furono sei, per lo pi ero rimasto seduto in panchina, tra i fischi che continuavano ad aumentare. Perfino i tifosi avevano preso posizione contro di me. Quando mi scaldavo per entrare cantavano: Nikos, Nikos, Machlas, Machlas. Non aveva nessuna importanza quanto il greco fosse scarso, loro non volevano in campo me, e io pensavo: Merda, non ho ancora cominciato a giocare e ce li ho gi contro. Se sbagliavo un passaggio, sugli spalti scoppiava la rivoluzione: fischi e urla e di nuovo la stessa solfa: Nikos, Nikos, Machlas, Machlas. Non bastava che giocassi poco e male, adesso avevo anche l'ostilit dei nostri tifosi da contrastare.
In tutto ci, stavamo per vincere il campionato, ma io non riuscivo a rallegrarmene. Non avevo mai fatto parte seriamente della squadra, e non era pi possibile chiudere gli occhi su questa verit. Eravamo in troppi nel mio ruolo, qualcuno di noi doveva andarsene, e quel qualcuno ero io, me lo sentivo. Si ripeteva spesso che ormai ero solo la terza scelta, dopo Machlas e Mido. Perfino Leo Beenhakker, il mio amico, dichiar alla stampa olandese: Zlatan  spesso il giocatore che d inizio alla nostra fase offensiva, per non sa concludere davanti alla porta. E aggiunse: Se dovessimo venderlo, ovviamente faremo di tutto perch vada in un buon club.
C'era aria di cessione, e le dichiarazioni si moltiplicarono. Koeman stesso disse: Zlatan  qualitativamente il nostro migliore attaccante, ma per indossare la maglia numero nove dell'Ajax occorrono anche altre doti. E dubito che lui possa fare di pi. Cos poi arrivarono i titoloni, Zlatan inserito nella lista dei trasferimenti e simili. Anche se non si riusciva a sapere di preciso che cosa fosse vero e che cosa no, rimaneva il fatto che ero stato acquistato per un sacco di soldi e che mi stavo rivelando una delusione. Era come se mi stessero smascherando, tipo: Allora  davvero una star sopravvalutata.
Non ero stato all'altezza delle aspettative. Era il mio primo grosso fallimento, ma rifiutavo di arrendermi. Gliel'avrei fatta vedere a tutti, era un pensiero che mi picchiava in testa notte e giorno. Dovevo farlo, che venissi venduto o meno. Dovevo dimostrare il mio valore, qualsiasi cosa fosse successa. C'era solo un problema: come farlo, se non mi facevano giocare? Era una lama a doppio taglio, una situazione senza speranza, e io stavo l a friggere in panchina: Sono scemi o cosa?. Sembravano tornati i tempi degli juniores del Malm.
Quella primavera ci qualificammo per la finale della Coppa d'Olanda. Dovevamo incontrare l'Utrecht al De Kuip di Rotterdam, lo stesso stadio che aveva ospitato la finale degli Europei due anni prima, e c'era una pressione enorme. Era il 12 maggio. Sugli spalti scoppiavano petardi e altro, un casino spaventoso. Per l'Utrecht, l'Ajax  il grande nemico. Nessuna partita  pi sentita, e i tifosi sembravano pazzi di odio e voglia di rivincita dopo il nostro successo in campionato. Noi, invece, avevamo una magnifica possibilit per portare a casa il double e dimostrare di essere veramente ritornati grandi dopo qualche anno difficile. Ma ovvio, io non avrei praticamente potuto contribuire nemmeno a quello.
Rimasi in panchina per tutto il primo tempo e per buona parte del secondo, e vidi l'Utrecht segnare il due a uno su punizione. Noi sembrammo sparire dal campo mentre i tifosi dell'Utrecht diventavano pazzi e non lontano da me Koeman stava l abbacchiato nel suo completo con la cravatta rossa, con l'aria totalmente rassegnata. Mettimi dentro, avanti pensavo, e finalmente, al settantottesimo minuto, mi fece entrare. Ero impaziente e carico e volevo tutto subito, come sempre quell'anno. Insistevamo e insistevamo ma i minuti passavano e sembrava andare tutto alla rovescia: non riuscivamo a trovare varchi, ricordo che a un certo punto tirai una bordata a botta sicura che fin sulla traversa.
Sembrava finita, ci fu qualche minuto di recupero ma non c'erano pi speranze. I tifosi dell'Utrecht stavano gi festeggiando: in tutto lo stadio sventolavano le loro bandiere, si sentivano i loro canti e ormai mancavano trenta, venti secondi. Ma arriv un lungo passaggio in area di rigore, che super diversi difensori dell'Utrecht e raggiunse Wamberto, uno dei nostri brasiliani; probabilmente era in fuorigioco, ma il guardalinee non lo vide, lui mise il piede sulla palla e calci in rete, e fu incredibile. Ci eravamo salvati all'ultimo secondo di recupero: i tifosi dell'Utrecht si misero le mani nei capelli, erano disperati. Ma ovviamente non era ancora finita.
Bisognava giocare i supplementari, e all'epoca molti supplementari nelle coppe si decidevano attraverso il golden gol (o sudden death, come si dice nell'hockey): la prima squadra a segnare avrebbe vinto la partita. Al quinto minuto mi arriv un passaggio da sinistra, io saltai e colpii di testa e subito dopo ripresi la palla. La misi gi con il petto, mi marcavano stretto ma riuscii a girarmi e a tirare di sinistro. Venne fuori un tiro un po' sporco, la palla rimbalz sull'erba, ma era ben angolata e fin in rete. Io mi strappai la maglia e mi precipitai fuori verso sinistra, completamente pazzo di gioia e magro come un'acciuga. Mi si vedevano le costole. 
Era stato un anno duro. La pressione era stata micidiale e il mio gioco aveva subito un'involuzione per lunghi periodi. Ma adesso ero tornato. Quella era la mia, di rivincita. Gliel'avevo fatta vedere a tutti quanti, lo stadio era in delirio. L'aria vibrava letteralmente di felicit da una parte e di delusione dall'altra, e soprattutto mi ricordo Koeman che corse verso di me e mi url all'orecchio per sovrastare il frastuono: Thank you very much! Thank you very much!.
Era una gioia impossibile da descrivere, e io correvo e correvo intorno al campo con tutta la squadra dietro, e sentivo sciogliersi ogni tensione.
9
Ero il tipico, dannato slavo, pensava lei, uno che gira sulla sua macchina lussuosa con la musica a volume troppo alto. Insomma, quindi non il tipo giusto per lei. Ma di questo io all'epoca non sapevo nulla.
Io mi vedevo fighissimo, e stavo seduto l nella mia Mercedes SL fuori dal Forex della Stazione Centrale di Malm mentre Keki era dentro a cambiare dei soldi. La stagione in Olanda era finita, e pu essere stato prima oppure dopo i Mondiali in Corea e Giappone, non me lo ricordo ma non ha nessuna importanza, io comunque ero l e quella tipa era scesa dalla macchina come una furia. Era arrabbiata per qualcosa.
Chi cavolo sar? pensai.
Non l'avevo mai vista prima, e s che all'epoca avevo Malm abbastanza sotto controllo. Tornavo non appena ne avevo l'occasione e credevo di sapere quasi tutto della citt. Ma quella ragazza... dov'era stata nascosta? Non era soltanto carina, aveva anche un atteggiamento aggressivo tipo: Non rompetemi le palle, e poi era anche un po' pi grande di me. La cosa sembrava interessante, cos mi informai in giro: chi ? Che tipo ? Da un conoscente venni a sapere che si chiamava Helena, e ok, Helena, pensai. Non riuscivo a dimenticarla; ma non ci fu nessun seguito, mi succedevano cos tante cose intorno che nulla faceva veramente presa, anche se un giorno tornai a Stoccolma con la Nazionale, e l, insomma... Da dove vengono tutte quelle belle ragazze?  pazzesco, ce ne sono dappertutto. Io e alcuni amici una sera andammo al Caf Opera e ovviamente si cre una gran ressa. Come al solito sondai il terreno con quel famoso sguardo che mi ero portato appresso da Rosengrd, tipo: C' qualche problema? C' qualcuno che cerca guai?. C' sempre qualcosa.
A quei tempi, tra l'altro, andava meglio. Era prima che tutti iniziassero a fotografarmi con i loro telefonini, e molti senza chiedere neanche il permesso: mi sparano quel maledetto flash in faccia e certe volte vedo rosso, vado in bestia, ve lo racconter pi avanti. Ma quella sera stavo solo facendo girare lo sguardo nel locale e d'improvviso la vidi, wow,  proprio la tipa del Forex!
Mi avvicinai e le dissi: Ehi ciao, vieni da Malm anche tu, vero? e lei inizi a dirmi un sacco di cose, lavoro di qua e di l, io non ci capivo niente. Quelle faccende legate alla carriera mi erano totalmente incomprensibili allora, e probabilmente fui un bel po' arrogante. Avevo quello stile, all'epoca.
Non volevo entrare in confidenza con nessuno. Ma dopo me ne pentii, avrei dovuto mostrarmi pi gentile, e fui contento quando la incontrai una terza volta a Malm. Cominciai a incontrarla in continuazione. Guidava una Mercedes SLK che era spesso parcheggiata in Lilla Torg, e di l ci passavo spesso. Intanto io avevo dato via la Mercedes SL e mi ero preso una Ferrari 360 rossa. L'intera citt lo sapeva. Era tutto un: Guarda, sta passando Zlatan, ed  vero, se volevo passare inosservato quella macchina non era certo una buona idea. Ma dovete sapere che i tizi che mi avevano venduto la Mercedes mi avevano assicurato: Sei l'unico del Paese ad averla!. Erano solo chiacchiere da venditori. Ne avevo vista un'altra identica in centro quella stessa estate e mi ero detto: Andatevene all'inferno, ho chiuso con questa macchina e cos avevo telefonato a un concessionario Ferrari e avevo chiesto: Avete una macchina gi pronta da portare via?. Mi risposero di s e allora ero andato l e l'avevo ritirata dando indietro la mia SL come parte del pagamento. Era un'idiozia, a quei tempi non ero granch ricco ma me ne fregai.
Perci adesso me ne andavo in giro a bordo di una Ferrari e mi sentivo molto figo, e certe volte dunque la vedevo sulla sua Mercedes nera, quella ragazza che si chiamava Helena, e pensavo tipo: Devo fare qualcosa, non posso mica limitarmi a guardare. Dal mio conoscente ottenni il suo numero di cellulare, e ci pensai su un po'. Dovevo telefonare?
Decisi di mandarle un sms, tipo: Ciao, come va? Credo che ci siamo incrociati ogni tanto e conclusi firmandomi: Quello della rossa, quello con la Ferrari rossa; lei mi rispose firmandosi: Quella della nera e io pensai: Magari  un inizio, il principio di qualcosa, chiss.
La chiamai e ci vedemmo, niente di straordinario all'inizio, solo qualche pranzo e cose cos. Ma un giorno l'accompagnai alla sua tenuta in campagna, gettai un'occhiata all'arredamento, con tutte quelle tappezzerie eleganti e le stufe di maiolica, e detto in tutta sincerit restai abbastanza impressionato. Era qualcosa di totalmente nuovo per me. Non avevo mai conosciuto una ragazza single che vivesse a quel modo, e ancora non avevo capito di preciso che mestiere facesse. Si occupava in qualche modo del marketing della Swedish Match, ma mi resi conto che doveva avere una posizione di tutto rispetto nel suo settore e la cosa mi piaceva.
Helena non era affatto come le ragazzine che avevo conosciuto prima: niente isterie, proprio neanche l'ombra, lei era tosta. Le piacevano le automobili. Se n'era andata via di casa a diciassette anni e si era fatta strada lavorando, e io non ero per niente una superstar per lei. Avanti, Zlatan, tu non eri esattamente Elvis mi disse qualche tempo dopo ripensando ai nostri primi incontri. Per lei ero solo un ragazzo un po' matto che si vestiva male ed era totalmente immaturo, e certe volte questa cosa mi faceva incazzare.
Evil super bitch deluxe, rispondevo, o Evilsuperbitchdeluxe in un'unica parola, in un unico respiro, perch lei correva sempre di qua e di l con tacchi a spillo vertiginosi, i jeans attillati, le pellicce e altra roba di questo genere. Era come il Tony Montana di Scarface ma in versione femminile, mentre io andavo in giro sempre in tuta. Era tutto talmente sbagliato fra noi che in qualche modo pareva giusto, e insieme ci divertivamo. Zlatan, tu sei completamente fuori di testa. Ma un sacco divertente diceva, e io speravo che lo pensasse davvero. Stavo bene con lei.
Per, in ogni caso, Helena veniva da una famiglia bene di Lindesberg, una di quelle famiglie in cui dicono: Tesoro, puoi essere cos gentile da passarmi il latte, mentre noi, come ho gi detto, pi che altro a tavola ci minacciamo di morte. Molte volte lei non capiva neanche quel che dicevo: io non sapevo niente del suo mondo, come lei non sapeva niente del mio. Ero undici anni pi giovane e abitavo in Olanda, ed ero una testa matta che aveva degli amici criminali. Non era esattamente la situazione ideale per pensare a un futuro insieme.
Quando io e alcuni amici quell'estate andammo a Bstad per imbucarci a una festa che lei aveva organizzato durante la settimana del tennis con tutte le persone famose possibili e immaginabili, non volevano lasciarci entrare, di certo non volevano far entrare i miei amici. Qualche settimana dopo scoppi un altro macello per via di alcune automobili che Helena ci aveva prestato e che avevano partecipato a imprese che ovviamente, quando gliele raccontai, lei non approv. Insomma, c'erano continuamente casini.
Una volta, per esempio, avevo giocato con la Nazionale a Riga e atterrai a Stoccolma la sera tardi, e con Olof Mellberg e Lars Lagerbck presi un taxi per lo Scandic Park Hotel. Era stata una partitaccia e non avevamo nulla da festeggiare: avevamo pareggiato zero a zero contro la Lettonia nelle qualificazioni per i Mondiali e sapete, io ho sempre avuto difficolt a dormire dopo le partite, specialmente quando ho giocato male, perch mi continuano a passare in testa gli errori che ho fatto. Cos decisi di andare in centro con qualche amico e fare una puntatina allo Spy Bar, in Stureplan. Era tardi, e salii di qualche piano.
Non ero l da molto tempo quando una ragazza mi si avvicin. Era molto su di giri, io avevo gli amici nelle vicinanze. Se vi capita di vedermi in giro, potete star certi che ho degli amici con me l da qualche parte. Non  soltanto per via del casino che ho sempre intorno,  anche una questione di carattere. Finisco facilmente in compagnia dei bad boys. Ci attiriamo a vicenda, e la cosa non mi disturba neanche un po': sono simpatici come pu esserlo chiunque altro, ma  chiaro, pu scoppiare qualche scintilla. Quella ragazza dunque mi venne vicino e disse qualcosa di stupido. Cominci a provocarmi, e all'improvviso comparve suo fratello e mi stratton, e non avrebbe dovuto farlo. 
I miei amici non sono gente con cui si scherza. Uno di loro prese il tizio e un altro la ragazza, e io pensai subito: No, in questa storia non voglio entrarci. Volevo andarmene, ma era la prima volta che andavo allo Spy Bar, era tardi e c'era casino e non trovavo l'uscita. Finii invece nei bagni, e intanto di l era gi scoppiato un macello e mi prese male. Avevo appena giocato in Nazionale. Qui salteranno fuori dei titoloni pensai, scoppier qualche scandalo, e a quel punto arriv il capo della sicurezza del locale e non era pi cordiale come prima.
Il proprietario vuole che lasci il locale.
Di' pure a quel maiale che anch'io non desidero altro sibilai. Cos mi accompagnarono fuori.
Erano le tre e mezza del mattino, lo so per certo perch venni ripreso da una telecamera di sorveglianza, e cosa credete? Che quei tali trattarono il filmato secondo la privacy o roba simile? Neanche per sogno. Fin tutto all'Aftonbladet, e il giorno dopo ero in prima pagina, da non credere, come se avessi ammazzato sette persone. Tutti i giornali strombazzarono la notizia che ero stato denunciato per molestie. Molestie? Ma vi rendete conto? Pazzesco. Come al solito, i fortunati a cui per caso capitava di sfiorarmi conquistavano l'attenzione dei media.
Ritornai ad Amsterdam. Dovevamo giocare una partita di Champions contro il Lione, fra le altre cose, e io rifiutai di parlare con i giornalisti; al mio posto lo fece Mido. Noi bad boys ci davamo una mano a vicenda. Ma ne avevo davvero abbastanza, e non mi meravigliai quando salt fuori che era stato lo stesso Aftonbladet a fare in modo che quella ragazza mi denunciasse, e allora dichiarai pubblicamente: Adesso quel giornale lo sistemo io. Gli far causa. Ma cosa credete? Non ottenni niente, solamente delle scuse, e da allora cominciai a stare sempre pi in guardia. Stavo cambiando.
C'erano state troppe bassezze sui giornali. Certo, non  che volessi leggere stronzate tipo: Zlatan si allena, Zlatan  bravo, Zlatan si comporta come si deve. Questo no. Ma adesso si erano superati i limiti, e volevo spostare di nuovo l'attenzione sul mio modo di giocare. Sembrava che fosse passata un'eternit dall'ultima volta che era stato scritto qualcosa di positivo sull'argomento.
Anche i Mondiali erano stati una delusione. Avevo avuto delle aspettative enormi, ma per un certo periodo rischiai di non andarci per niente. Ma Lagerbck e Sderberg alla fine mi convocarono. Loro mi piacevano entrambi, soprattutto Sderberg, la mascotte di tutta la squadra. Una volta, durante un allenamento, lo sollevai da terra e l'abbracciai per pura gioia. Gli ruppi due costole. Quasi non poteva camminare, ma non se la prese. Ricordo che in ritiro dividevo la stanza con Andreas Isaksson, il terzo portiere, un bravo ragazzo. Ma quelle sue abitudini! La prima sera and a letto alle nove. Io stavo l a marcire di noia, poi mi suon il cellulare e oh, finalmente qualcuno con cui parlare! Ma Andreas sbuff e io misi gi. Non volevo disturbare. In realt sono una persona gentile, sapete. Ma la sera dopo il telefono suon alla stessa ora e lui dormiva anche stavolta, o almeno faceva finta.
Oh, ma che cazzo, Zlatan sibil, e allora io risposi per le rime: voglio dire, che storia  questa? Dormire alle nove?
Se apri ancora la bocca butto il tuo letto dalla finestra lo avvertii e chiaramente fu una buona risposta, non solo perch stavamo al ventesimo piano ma perch fece il suo effetto.
Il giorno dopo avevo una stanza tutta per me, fantastico, ma per il resto non avevo cos tanti successi sul piano personale. Quanto al calcio giocato, eravamo nel cosiddetto gruppo della morte, con Inghilterra, Argentina e Nigeria, e c'era una tale atmosfera, degli stadi cos belli, dei campi talmente perfetti che io desideravo pi che mai di poter giocare. Tuttavia ero considerato troppo inesperto e mi lasciarono a lungo in panchina. Eppure fui comunque votato il miglior giocatore dell'incontro, non ricordo esattamente quale, in un sondaggio telefonico. Del tutto folle! Ero stato scelto come uomo-partita senza essermi neppure tolto la tuta. Era di nuovo la famosa vecchia Febbre di Zlatan. In concreto giocai solo cinque minuti contro l'Argentina e uno spezzone di gara contro il Senegal, negli ottavi, dove tra l'altro ebbi anche un buon numero di occasioni. Trovavo che Lars e Tommy insistessero troppo con gli stessi undici e non offrissero chance a noi giovani. Ma cos era, e quando fummo mandati a casa rientrai direttamente ad Amsterdam.
Avevo una strategia: non curarmi di quello che dicevano gli altri come facevo prima, ma tirare dritto. Quello era l'obiettivo, ma non fu di grande aiuto, almeno non all'inizio della nuova stagione, che cominci pi o meno com'era finita - in panchina. La lotta per i posti in attacco era sempre dura, e io avevo i miei detrattori: tra questi c'era quel Johan Cruijff che aveva sempre parlato male di me e che gi allora era l con le sue critiche sul mio modo di giocare.
Ma succedeva anche altro. Il mio amico Mido dichiar pubblicamente di voler essere ceduto, e non era una gran mossa, detto in tutta onest: lui non era esattamente un diplomatico, era uno come me o perfino peggio. Pi tardi, dopo essere stato confinato in panchina contro il PSV, entr negli spogliatoi e ci chiam tutti quanti mezze seghe. Era imbestialito e le sue non furono esattamente delle belle parole, e io risposi dicendo che se c'era una mezza sega l dentro quella era lui. Allora lui prese un paio di forbici che erano l su una panca e me le lanci contro, una cosa completamente folle. Quelle forbici mi sfiorarono la testa sibilando, andarono a colpire dritte la parete di clinker formando una crepa ed  ovvio, io saltai su e gli tirai uno schiaffo. Ma nel giro di dieci minuti uscimmo abbracciati, e molto tempo dopo sono venuto a sapere che il nostro team manager mise da parte quelle forbici come un ricordo, tipo qualcosa da mostrare ai figli: erano queste qui che Zlatan quasi si becc in faccia...
Comunque sia, c'erano un po' alti e bassi con Mido. Con la storia delle forbici nell'ambiente aveva perso altra stima. Koeman l'aveva multato e messo in disparte. Ma c'era anche un altro ragazzo in lotta con me per una maglia da titolare. Era Rafael Van Der Vaart, un olandese, tipo piuttosto arrogante come molti dei ragazzi bianchi della squadra, anche se lui non veniva esattamente dai quartieri alti. Era cresciuto in una roulotte e aveva fatto una vita da zingaro, come diceva lui stesso, e giocato a calcio in strada usando le bottiglie di birra come pali. Questo, diceva, aveva affinato la sua tecnica, e a soli dieci anni era stato iscritto nell'accademia giovanile dell'Ajax: aveva lavorato sodo ed era diventato bravo, nessun dubbio. Solo l'anno prima era stato nominato miglior talento europeo o qualcosa del genere. Ma cercava di fare il duro e voleva mettersi in mostra, e comandare, e gi dall'inizio ci fu un'aspra concorrenza fra noi. 
Adesso Van Der Vaart si era infortunato a un ginocchio e con sia lui sia Mido fuori causa avrei potuto giocare titolare in casa contro il Lione. Era il mio debutto in Champions League e, naturalmente, era una cosa fantastica. La Champions era un mio vecchio sogno e nello stadio c'era un'atmosfera strepitosa. Io ero riuscito a far venire un sacco di amici, una decina di persone all'incirca, e avevo procurato loro dei posti a ridosso del campo. Ricordo che molto presto ricevetti una palla dal finlandese Jari Litmanen. Mi piaceva, quel ragazzo. Aveva giocato nel Barcellona e nel Liverpool, era appena arrivato da noi e aveva avuto subito un effetto spronante su di me. Molti ragazzi nell'Ajax giocavano pi che altro per se stessi, non desideravano nient'altro che di essere venduti a qualche club pi importante, e spesso si aveva la sensazione che giocassimo pi gli uni contro gli altri che contro gli avversari. Ma Litmanen giocava veramente per la squadra. Appena ricevuto il pallone da lui, comunque, scattai verso il fondo sulla sinistra e mi trovai di fronte due del Lione, uno davanti e un altro sulla destra. Era una situazione molto simile a quella contro Henchoz nella partita con il Liverpool, ma adesso gli avversari erano due. Ero bloccato verso la linea di fondo. Feci un doppio passo spostandomi verso sinistra ma ancora mi stavano addosso entrambi. Sembravo chiuso ma poi indovinai un'apertura in mezzo a loro, un piccolo corridoio, e prima ancora di finire di pensarci c'ero passato attraverso ed ero in area: vidi uno spiraglio e tirai a giro sul secondo palo, la palla colp il legno e fin in rete. Impazzii.
Non era un gol qualunque, era stato spettacolare, e corsi come un matto verso i miei amici per esultare con loro, e dietro di me veniva tutta la squadra, fuori di s dalla gioia. Dopo venti minuti feci anche un altro gol. Era pura magia. Doppietta al debutto in Champions, cominciarono a girare voci che mi voleva la Roma e anche il Tottenham.
Di solito, per me, se  tutto ok con il calcio, non esiste pi alcun problema al mondo. Ma sul piano privato le cose non andavano granch bene. Non ero riuscito ad ambientarmi ad Amsterdam, mi trovavo ancora in una specie di vuoto. Tornavo a casa in Svezia troppo spesso, e combinavo cazzate; poi mantenevo i contatti con Helena, pi che altro tramite sms, senza realmente sapere che cosa stavamo facendo: era solo una pazzia, oppure c'era qualcosa di pi?
In ottobre giocammo nelle qualificazioni per gli Europei contro l'Ungheria a Rsunda. Essere di nuovo l era una bella sensazione. Non avevo dimenticato le urla dell'anno prima, ma la vigilia fu tesa perch alcuni giornali di Stoccolma avevano scritto tipo che io ero un pallone gonfiato che si faceva avanti a gomitate. In pi quella era una partita fondamentale: se avessimo perso, addio qualificazione. Insomma, c'era la sensazione che sia io sia la Nazionale avessimo un bel po' di cose da dimostrare. Ma l'Ungheria segn l'uno a zero dopo soli quattro minuti. Noi costruivamo le occasioni, ma non riuscivamo a concludere. Finch, al settantaquattresimo minuto, arriv un cross da Mattias Jonson e io saltai per colpire di testa. Il portiere usc alla disperata e cerc di respingere la palla con i pugni, e non so se colp anche la palla, ma sicuramente colp me. Tutto divenne nero. Crollai a terra.
Rimasi in stato d'incoscienza per cinque, dieci secondi e quando rinvenni i giocatori stavano tutti in cerchio intorno a me e non ci capivo niente. Che c'? Cos' che succede? Dagli spalti veniva un frastuono terribile, e i miei compagni avevano l'aria insieme contenta e preoccupata.
Abbiamo segnato! disse Kim Kllstrm.
Davvero? E chi l'ha fatto?
Tu, l'hai messa dentro di testa! Ricordo che mi sentivo stordito e avevo la nausea: arriv una barella e mi ci stesi sopra.
Fui portato fuori dal campo, ma a quel punto sentii nuovamente dagli spalti il coro: Zlatan, Zlatan. L'intero stadio lo gridava, e io salutai il pubblico con la mano. Mi diede davvero la carica e tutta la squadra si accese. Ok, non si and oltre l'uno a uno e avremmo dovuto vincere e Kim Kllstrm fra l'altro si era procurato un rigore chiaro come il sole che l'arbitro non volle vedere. Ma io mi ricordo soprattutto quella sensazione, stare cos male e al tempo stesso cos bene. Non molto tempo dopo mi ammalai in un altro modo, di una influenza terribile che colp solo duecentocinquanta persone in Svezia, e anche allora successe qualcosa d'inatteso che avrebbe dato una nuova svolta alla mia vita. 
Era il giorno prima della vigilia di Natale e stavo a casa di mia madre. Forse non avevo avuto un inizio di stagione devastante, ma ero comunque abbastanza soddisfatto. Avevo segnato cinque reti in Champions League, pi che in campionato, e ricordo che Koeman mi aveva detto: Senti un po', Zlatan, esiste anche un campionato, sai?, ma io funzionavo cos, un avversario pi forte mi stimolava di pi. Comunque fosse, adesso ero a casa, a Rosengrd.
Eravamo liberi fino ai primi di gennaio, poi saremmo andati in ritiro in Portogallo e infine al Cairo per un'amichevole. Io avevo veramente bisogno di riposare, ma a casa di mamma si stava stretti, la gente gridava e faceva casino e litigava di continuo. Non c'era pace da nessuna parte. Eravamo io, mamma, Keki e Sanela, e di solito festeggiavamo il Natale come tutti gli altri, una semplice cena e poi lo scambio dei regali, e sarebbe potuto essere molto piacevole, assolutamente. Ma quella volta avevo proprio l'impressione di non farcela. Avevo mal di testa e dolori in tutto il corpo e soprattutto bisogno di andare via e trovare un po' di tranquillit, o almeno di parlare con qualcuno al di fuori della famiglia: a chi potevo telefonare?
Tutti hanno i loro impegni a Natale, il Natale  sacro. Ma Helena, forse? Provai, senza grandi speranze. Lei era sempre presa dal suo lavoro, oppure probabilmente era dai genitori a Lindesberg. Invece no, rispose, era nella sua tenuta in campagna. Il Natale non mi piace aggiunse.
Mi sento cos male dissi.
Povero!
Non ce la faccio proprio a sopportare il casino che c' qui a casa!
Vieni qui allora sugger. Mi occuper io di te, e, detto in tutta onest, mi lasci un po' sorpreso.
Finora eravamo usciti a bere qualcosa insieme, e fatto casino, ma ancora non mi ero mai fermato da lei a dormire. Per il suo programma mi sembrava perfetto, per cui levai le tende tipo: Sorry mamma, devo andare.
Perci adesso non festeggi neppure pi il Natale con noi?
Sorry.
In campagna Helena mi mise a letto, e fuori era tutto tranquillo e c'era silenzio, esattamente quello di cui avevo bisogno. Era davvero bello, e non mi sembrava per niente strano essere con lei anzich con la mia famiglia. Era naturale e al tempo stesso eccitante. Ma non per questo guarii.
Stavo malissimo, e il giorno dopo era la vigilia di Natale e avevo promesso a mio padre di passare a trovarlo. Pap non festeggia il Natale. Se ne sta l tutto solo in casa come al solito a fare le sue cose e sapete, io e lui avevamo un rapporto molto stretto dopo quel famoso giorno al campo numero uno a Malm. Era come se tutta la faccenda dell'infanzia, quando a lui non importava realmente di me, fosse sparita, e diverse volte lui era stato in Olanda a vedere le mie partite. Era in parte per fargli una specie di omaggio che avevo cambiato il nome sulla maglia da Zlatan a Ibrahimovic. Ma quando andai da lui lo trovai di nuovo ubriaco fradicio e davvero non ce la facevo a sopportarlo, neppure per un secondo, e poco dopo ero di nuovo da Helena.
Gi di ritorno?
S, gi di ritorno.
Fu a grandi linee tutto quello che ebbi la forza di dire. Poi cominciai a star male da morire, con la febbre a quasi quarantuno. Lo giuro. Mai stato tanto male in vita mia. Si trattava di una qualche forma di influenza acuta, eravamo solo qualche centinaio nel Paese ad averla presa. Per tre giorni Helena dovette farmi la doccia e le spugnature e cambiare le lenzuola che erano fradice di sudore: io deliravo e mi lamentavo, e tutto questo cambi qualcosa tra noi. Fino a quel momento per lei ero stato soprattutto quello jugoslavo spaccone. Quello che giocava al mafioso a bordo di automobili appariscenti, e che era molto divertente, questo s, o almeno cos speravo io, ma che forse non era esattamente il ragazzo per lei.
Adesso ero ridotto a un rottame, e a lei in qualche modo questo piacque, almeno ora cos dice. Diventai umano. Quando cominciai a stare meglio lei andava a noleggiare dei film, e fu allora che per la prima volta vidi dei polizieschi svedesi, Martin Beck e via dicendo, e per me fu un'esperienza sorprendente. Cavolo, davvero la Svezia sa fare queste cose?! Ero completamente assorbito: stavamo l seduti insieme a guardare un film dopo l'altro, ed era bellissimo, ma non  che ci mettemmo insieme subito, niente affatto.
Helena andava e veniva da casa. Usciva per andare al lavoro e rientrava per accudirmi. Certo, delle volte non ci capivamo, e ancora non sapevamo che cosa volessimo l'uno dall'altra ed eravamo ancora diametralmente opposti e sbagliati e via dicendo. Ma cominci l, credo. Stavo bene con lei, e tornato in Olanda mi mancava: dove sar adesso, tipo? Non puoi venire qui? le chiesi, e lei lo fece. Mi venne a trovare a Diemen. Fu bello, ma non si pu certo dire che rimase impressionata dalla mia casetta a schiera, anche se mi ero ambientato un po' di pi e almeno il frigorifero lo tenevo sempre pieno.
Ma lei sostiene che allora dovette lavarmi i pavimenti, che in quella casa era tutto un disastro e che avevo all'incirca tre piatti e per giunta spaiati; che le pareti erano pazzesche, lilla, gialle e color albicocca, che la moquette verde non c'entrava niente con il resto e che insomma, era un disastro. Inoltre io mi vestivo in modo pietoso, me ne stavo per ore l a letto con i miei videogiochi e quindi c'erano cavi e sporco dappertutto. Ordine zero.
Evil super bitch dicevo io.
Evilsuperbitchdeluxe, in un unico respiro.
Quando Helena se ne and iniziai a sentire la sua mancanza. Cominciai a telefonarle sempre pi di frequente. Da allora mi calmai un po'. Questa qui  una ragazza di classe, accidenti! Mi insegnava delle cose, tipo come sono fatte le posate da pesce, e come si beve il vino! A quei tempi credevo che si buttassero gi anche i migliori vini d'annata come fossero bicchieri di latte. Ma no, no, bisognava sorseggiarli. Cominciavo a capire. Ma  chiaro, non  che avessi una gran predisposizione. Continuavo ad andare su a Malm molto di frequente, e non solo per stare dietro a Helena. 
Un giorno io e alcuni amici andammo alla sua tenuta in campagna e rovinammo i vialetti di ghiaia, e lei si incazz a morte e sbrait che erano stati perfettamente rastrellati e che adesso era tutto distrutto, e certo, mi sentii in colpa. Dovevo fare qualcosa per rimediare. Cos mandai l il mio fratellino. Lui arriv e gli fu messo in mano un rastrello, ma nella nostra famiglia non ne sappiamo niente di rastrelli o cose del genere. Perci Keki non fece esattamente un gran lavoro, e io mi sentii dire che ero sempre un fuori di testa, ma per fortuna spassoso. 
Un'altra volta regalai a Helena un Sony Vaio, un notebook. Ma poi litigammo, e allora io non volevo pi che si tenesse il computer. Cos diedi un nuovo incarico a Keki: Vai a riprenderlo gli dissi, e Keki di solito ubbidisce. And l e cosa credete?
Scordatevelo disse Helena. Lei non avrebbe restituito un bel niente, e non molto tempo dopo tornammo a essere amici. Ma era un casino. C'era la mia passione sfrenata per i petardi, fra le altre cose. Li compravamo da un tizio che li fabbricava illegalmente in casa, erano veramente forti. Conoscevamo un ragazzo che aveva un chiosco di salsicce a Malm, un bravo ragazzo, e un giorno decidemmo di fare una piccola esplosione l da lui, solo per divertimento. Ci occorreva una macchina che non fosse riconducibile a noi, e siccome Helena aveva un certo numero di contatti lo chiesi a lei: Non  che potresti procurarmi una jeep? e come no, lei ci procur una Lexus, convinta che ci servisse per andarci in giro e basta.
Invece andammo vicino al chiosco e infilammo uno di quei petardi dentro la cassetta delle lettere, che salt in aria. Un boato, e and in milioni di pezzi. La stessa notte, gi che eravamo in pista, telefonammo a Keki.
Vuoi divertirti un po'? gli chiesi, e lui probabilmente non l'avrebbe affatto voluto, ma andammo a casa della sua ragazza, dove stavano tutti dormendo, e lanciammo altri due petardi in giardino. Ci fu un botto pazzesco anche l, e un sacco di fumo e zolle di prato che volavano. Ovviamente la ragazza fece un balzo: Cosa diavolo  stato? e Keki fece il finto tonto: Cristo santo, cosa pu essere successo? Che cosa strana! Che paura.
Dunque, lo capite, quelle erano ragazzate, il genere di cose di cui avevo sempre avuto bisogno e che a volte succedono tutt'ora, ma  chiaro, l'epoca dell'Ajax fu il mio periodo peggiore. Era prima che Mino Raiola e Fabio Capello mi dessero un po' una regolata.
Ricordo quando comprai i mobili per mio fratello maggiore all'Ikea. Poteva scegliere quello che voleva, gi allora avevo cominciato ad aiutare la mia famiglia. Col tempo comprai a mia madre una casa a schiera a Svgertorp e a mio padre un'automobile, anche se lui naturalmente  terribilmente orgoglioso e non voleva accettare niente. Quella volta all'Ikea avevo con me un amico e avevamo tutti gli acquisti su quei grossi carrelli. Casualmente, uno di quei carrelli and un po' troppo in l oltrepassando la cassa, e il mio amico colse al volo l'occasione, era un ragazzo sveglio, e io lo incitai: Su, vai, vai! e cos ci portammo via un bel po' di cose gratis, e ovviamente ci piacque.
Ma non crediate che fosse una questione di soldi, lo ripeto. Era il brivido. Era l'adrenalina, era come ai grandi magazzini da bambino, anche se  chiaro, a volte sorgeva qualche problema. Come la volta della Lexus, per esempio. Fu vista nei pressi delle esplosioni e per Helena fu imbarazzante, fin in cattiva luce per colpa mia, e poi ci fu anche la volta della Porsche Cayenne.
Helena ce l'aveva procurata allo stesso modo, ma tornando a casa da Bstad finimmo in un fosso e l'ammaccammo un po'. Lei si incazz di brutto, e come se non bastasse sub anche un furto in casa. Helena aveva lavorato duro, non soltanto come promoter ma anche nei ristoranti, per potersi comprare la tenuta in campagna, e un altro bel po' di belle cose, mobili, una moto e uno stereo. Aveva faticato tanto per metterle insieme, perci non dev'essere stato piacevole per lei quando qualcuno un giorno entr e si port via il suo Bang&Olufsen e un sacco di altri oggetti. Lo posso capire. Ma credeva che io sapessi chi era stato, lo crede tutt'ora. Per io non ne ho idea, lo giuro. Le chiacchiere girano in fretta nella mia vecchia cerchia, What goes around, comes around, tipo. Sapete, una notte, mentre era parcheggiata fuori casa di mamma, ci fu un tizio che freg gli pneumatici della mia Mercedes SL. Io me ne accorsi di mattina prestissimo: a quell'ora la voce aveva gi cominciato a girare e sul posto erano arrivati fotografi della polizia e giornalisti, perci non mi feci vedere. Ma cominciai a indagare, e non pass molto tempo prima che venissi a sapere chi era stato: dopo una settimana mi avevano gi restituito le gomme. Ma chi si fosse introdotto in casa di Helena, questo non l'ho mai saputo.
Detto in tutta onest, certe volte non capisco come abbia potuto avere cos tanta pazienza con me. Era come se all'improvviso si fosse ritrovata nella propria vita un matto. Ma ce la fece, fu eccezionale, e credo che poi abbia potuto vedere qualche risultato.
Prima ero stato molto solo e non avevo avuto nessuno con cui confrontarmi, n sulle cose quotidiane n su quello che mi pesava. Ma adesso iniziavo ad avere anche io delle abitudini e qualcosa di cui avere nostalgia, e Helena cominci a venire gi sempre pi spesso e diventammo un po' una famiglia, in particolare quando prese quel ciccione di Hoffa, il nostro carlino, che avremmo nutrito a pizza e mozzarella in Italia.
Ma prima di allora dovevano succederne di cose. La mia carriera prese velocit, e io ebbi delle nuove rivincite.
10
Avvertivo molto spesso il fantasma di Marco Van Basten alle mie spalle. Avevo ereditato la sua maglia e certo, era un confronto lusinghiero, ma cominciavo a stancarmene. Non volevo essere un nuovo Van Basten. Io ero Zlatan, e basta. Perci no, volevo gridare, non tiratelo in ballo di nuovo, l'ho gi sentito nominare abbastanza! Anche se era fantastico quando lui compariva l di persona, era... wow, davvero Marco Van Basten sta parlando con me?
Van Basten  una leggenda, uno dei migliori attaccanti di sempre, non al livello di Ronaldo forse, ma in ogni caso ha segnato trecento gol in carriera e fatto la storia nel Milan. Era un modello per il suo stile di gioco, per i suoi spettacolari tiri al volo e per la sua grinta davanti alla porta.
All'epoca erano passati sette o otto anni da quando aveva smesso di giocare, e circa dieci da quando era stato eletto Fifa World Player, nel 1992. Aveva appena finito il corso di allenatore presso la Federazione olandese e sarebbe diventato assistente nella squadra giovanile dell'Ajax, il primo passo nella sua nuova carriera, perci era sempre nei paraggi ai nostri allenamenti.
Di fronte a lui io mi sentivo come un ragazzino, almeno i primi tempi. Poi mi abituai, ci parlavamo quasi ogni giorno e avevamo tutta una serie di gag divertenti insieme. Prima di ogni partita mi punzecchiava, si facevano un sacco di scommesse e cose del genere. 
Allora, quanti gol pensi di fare stavolta? Io scommetto su uno.
Uno? Ma sei matto. Saranno almeno due.
Stronzate. Scommettiamo?
Tu quanto punti?
Andavamo avanti cos tutto il tempo, lui mi dava un sacco di consigli ed era davvero un figo. Andava avanti dritto con le sue idee e se ne fregava di quello che pensavano i capi. C'era qualcosa di assolutamente libero nel suo modo di pensare. A quei tempi avevo ricevuto delle critiche perch non tornavo abbastanza indietro ad aiutare e ci avevo pensato su parecchio, domandandomi che cosa avrei potuto fare per rimediare. Lo chiesi a Van Basten.
Non ascoltare mai gli allenatori! mi disse.
Eh? Come?
Non devi sprecare le tue energie a difendere mi disse. Devi usarle per attaccare. Tu la squadra la servi al meglio attaccando e segnando reti, non sfiancandoti per tornare indietro e quello fu un consiglio che feci mio. Bisogna risparmiare la propria energia per fare gol.
Durante le vacanze di Natale di quell'anno partimmo per il Portogallo per il ritiro di met stagione. A quell'epoca Beenhakker aveva lasciato il suo posto di direttore sportivo e gli era subentrato Louis Van Gaal. Era un tipo burbero e severo, un po' del genere Co Adriaanse. Voleva fare il dittatore senza per avere il minimo guizzo negli occhi. Come giocatore non era mai stato niente di speciale, ma in Olanda godeva di grande considerazione perch, da allenatore, aveva vinto la Champions con l'Ajax e ricevuto una qualche onorificenza per quell'impresa. 
A Van Gaal piaceva parlare di sistema di gioco. Era uno di quelli, nel club, che parlava dei giocatori come numeri: il cinque viene qui e il sei va l e io ero felice quando non avevo a che fare con lui. Ma in Portogallo non potei evitarlo. Un giorno andai a rapporto da Van Gaal e Koeman per ascoltare come giudicavano il mio contributo nella prima met della stagione. Era uno di quegli incontri di valutazione con tanto di voto che amavano tanto all'Ajax. Entrai dunque in una stanza e mi sedetti davanti a Van Gaal e al mister. Koeman sorrideva. Van Gaal aveva la sua aria truce.
Zlatan esord Koeman, tu hai giocato in modo fantastico, ma avrai soltanto un otto. Non hai lavorato abbastanza per la squadra in fase difensiva.
Ok, va bene dissi, e per me era finita l. 
Koeman mi piaceva, ma non ce la facevo a sopportare Van Gaal, e pensai: Ottimo, un otto pu anche andare. Posso farmi la mia pausa adesso?.
Lo sai come si gioca in difesa?
Era stato Van Gaal a intromettersi, io guardai Koeman e anche lui sembrava irritato.
Spero di s risposi.
Dopo di che Van Gaal attacc a spiegarmelo, e credetemi, erano tutte cose che avevo gi sentito mille volte. La stessa vecchia storia su come il numero nove, vale a dire il sottoscritto, difende sulla destra quando il dieci va a sinistra e viceversa. Nel discorso tir un sacco di frecciate e concluse un po' duramente: Hai afferrato? Le capisci queste cose? e io lo presi come un attacco.
Tu puoi anche buttar gi dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci l. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario.
Prego?
Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e, detto sinceramente, ora io non so pi a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che  una leggenda, o a Van Gaal? dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante. Voi cosa pensate? Che lui ne fu felice? 
Bolliva letteralmente di rabbia. A chi devo dare ascolto, a una leggenda o a un Van Gaal?
Ora devo proprio andare conclusi, e uscii.
Si torn a vociferare che la Roma fosse interessata a me. La Roma era allenata da Fabio Capello, un tipo veramente tosto, si diceva, che non aveva problemi a mettere in panchina o strigliare chiunque dei suoi, anche i migliori. Era stato proprio Capello ad allenare Van Basten al Milan durante il suo periodo di gloria, facendolo diventare pi grande che mai, e ovviamente ne parlai con Marco: Tu cosa ne pensi? La Roma non sarebbe fantastica? Pensi che potrei farcela?.
Resta all'Ajax disse lui. Devi migliorare ancora prima di poter andare in Italia.
Perch?
Laggi  molto pi dura. Qui avrai forse cinque, sei occasioni da gol a partita, ma in Italia sono solo una o due e devi essere in grado di sfruttarle. In una certa misura ero d'accordo.
Non ero ancora al top delle mie potenzialit. Facevo ancora pochi gol, e avevo un sacco di cose da imparare. Dovevo diventare pi decisivo in area di rigore. Ma comunque l'Italia era stato un mio sogno fin da bambino e credevo che il mio stile di gioco sarebbe andato bene laggi. Perci andai dal mio agente, Anders Carlsson: Allora? Cosa bolle in pentola? e Anders cerc di mostrarsi scrupoloso. Controll la situazione e dopo qualche giorno si rifece vivo. Ma che cosa aveva da riferirmi?
Al Southampton sarebbero interessati disse.
Ma che cazzo dici? Al Southampton? Southampton! Ti sembra forse il mio livello?
Il Southampton! 
A quell'epoca avevo comprato una Porsche Turbo. Un'auto stupenda ma pericolosa come poche, detto francamente. Sembrava quasi di stare su un go-kart. Ci impazzivo, su quel giocattolo. Io e un mio amico l'avevamo guidata nello Smland, dalle parti di Vxj, e io ci avevo dato dentro. Avevo toccato i duecentocinquanta, nulla che non avessi gi fatto, ma il problema fu che quando rallentammo sentimmo le sirene della polizia.
Gli sbirri ci stavano inseguendo, e io pensai: Ok, situazione spinosa, che faccio? Posso fermarmi e dire mi dispiace, ecco qui la mia patente. Ma poi, i titoli dei giornali?. Li volevo davvero? E un dibattito su Zlatan che guida come un pazzo nel traffico avrebbe aiutato la mia carriera? Difficilmente. Guardai nello specchietto. Eravamo su una strada a doppio senso, con traffico intenso sull'altra corsia, e la polizia era tipo quattro macchine dietro di noi. Non potevano andare da nessuna parte, erano bloccati, e io avevo una targa olandese, quindi non avrebbero potuto rintracciarmi. Pensai: Fanculo, non hanno nessuna possibilit, e quando arrivammo su una strada pi larga ingranai la seconda e accelerai. Ci diedi dentro come un dannato, arrivai a toccare i trecento, e quelle famose sirene si continuavano a sentire, uiii, uiii, ma sempre pi debolmente. La macchina della polizia scomparve in lontananza, e alla fine, quando non la vedemmo pi nello specchietto, svoltammo sotto un tunnel e ci fermammo l ad aspettare come in un film, e ce la cavammo.
Ci furono diversi episodi del genere con quella macchina, e mi ricordo che una volta ci portai anche Anders Carlsson. Doveva passare dal suo albergo e poi proseguire per l'aeroporto, arrivammo a una curva e c'era il semaforo rosso. Ma non ce la facevo a fermarmi, non con quella macchina. Cos passai, vroouum tipo, e lui disse senza scomporsi: Credo che il semaforo fosse rosso.
Davvero? risposi. Mi sa che non l'ho visto. E poi gi a manetta, destra, sinistra, verso il centro citt.
Andavo come un matto e vedevo che lui stava sudando. Poi finalmente arrivammo all'albergo, Anders apr la portiera e scese senza dire una parola. Il giorno dopo mi telefon, ancora fuori di s:  stata l'esperienza pi spaventosa della mia vita.
Di cosa stai parlando? gli chiesi. Fingevo di non capire.
Del viaggio in macchina di ieri!
Anders Carlsson non era il tipo giusto per me, era sempre pi evidente. Avevo bisogno di un agente che non fosse cos rigido con le regole e con i semafori rossi. Fortuna volle che Anders allora avesse lasciato l'IMG per mettersi in proprio, perci mi aveva dato nuovi contratti da sottoscrivere, ma siccome io non avevo ancora firmato, ero libero. Ma cosa avrei fatto della mia libert? Non ne avevo la pi pallida idea, e a quei tempi non avevo molte persone con cui parlare seriamente di calcio.
Avevo Maxwell, lui s, e qualche altro della squadra, ma non molti; c'era una tale concorrenza che non sapevo di chi potevo fidarmi, soprattutto quando si trattava di agenti e di passaggi di procura. Ogni giocatore dell'Ajax voleva passare a qualche grande club, e avevo la sensazione che avrei avuto bisogno di una persona esterna all'ambiente. Cos pensai a Thijs.
Thijs Slegers era giornalista. Mi aveva intervistato per Voetbal International e mi era piaciuto subito. Dopo l'intervista ci eravamo sentiti spesso al telefono, era diventato un po' uno con cui confrontarmi, e credo che lui gi allora avesse le idee chiare. Sapeva com'ero, e quali tipi mi andavano a genio, perci un giorno feci il suo numero per spiegargli la situazione.
Devo cambiare agente. Chi sarebbe il pi adatto per me? domandai, e Thijs  proprio un tipo gentile.
Fammici pensare! disse. Gli lasciai il suo tempo, non volevo fare le cose di fretta.
Ascolta disse poi. Ci sono due nomi che mi vengono in mente. Uno  quello della societ che lavora per Beckham. Gente tosta. E poi c' un altro tizio. Ma, ecco...
Cosa?
 un mafioso.
Mafioso mi suona bene! dissi.
Sospettavo che l'avresti detto.
Magnifico. Organizza un incontro!
Il tizio in questione non era affatto un mafioso. Semplicemente, gli piaceva seguire quello stile. Si chiamava Mino Raiola, e si d il caso che avessi gi sentito parlare di lui. Era l'agente di Maxwell e, proprio attraverso di lui, Mino stesso aveva cercato di mettersi in contatto con me qualche mese prima. Perch sapete,  cos che lavora Mino, passa sempre attraverso degli intermediari. Gli piace ripetere: Se approcci di persona, ti metti in posizione di svantaggio. Eccoti l, con in mano il berretto e l'espressione di chi  venuto a chiedere. Ma con me non gli era andata granch bene, perch io avevo fatto il figo e detto a Maxwell: Se ha qualcosa di concreto da proporre, che si faccia vivo lui. Altrimenti non mi interessa. Ma Mino mi aveva solo fatto sapere: Di' a questo Zlatan di andare a fare in culo, e anche se al momento me l'ero presa, ovviamente, adesso che ero venuto a sapere un po' di cose su di lui la cosa mi pungolava. Sono cresciuto con quello stile, va' a farti fottere e via dicendo. Mi trovo a mio agio con questo modo di parlare da duro, e intuivo che Mino e io dovevamo avere un po' lo stesso background. Nessuno dei due aveva avuto niente gratis.
Mino  nato a Nocera Inferiore nel salernitano. Quando lui aveva un anno la sua famiglia si era trasferita in Olanda e aveva aperto un ristorante-pizzeria a Haarlem, dove lui da bambino faceva le pulizie, lavava i piatti e faceva il cameriere all'occorrenza. Ma le cose erano migliorate con il tempo, e crescendo Mino aveva cominciato a prendere in mano la gestione economica del locale. Era come se a un certo punto avesse deciso di farsi strada nella vita. Gi da adolescente faceva mille cose, studiava giurisprudenza, aveva affari ovunque e imparava le lingue. Era un combattente. E poi gli piaceva il calcio, ma non era un gran giocatore. Cos aveva deciso di diventare un agente.
In Olanda, ai tempi, esisteva un sistema demenziale per il quale i giocatori dovevano essere venduti secondo una tariffa prefissata che si basava sull'et e su una sfilza di statistiche. Mino vi si oppose. Aveva poco pi di vent'anni quando sfid la Federazione, e non cominci certo la sua nuova carriera con dei pesci piccoli: nel 1993 vendette Bergkamp all'Inter e nel 2001 aveva fatto in modo che Nedved andasse alla Juventus per quarantuno milioni di euro.
Mino non era eccessivamente noto, non ancora, ma si diceva che fosse in ascesa e senza paura e pronto a mettere in campo qualsiasi astuzia per ottenere buone condizioni per i suoi assistiti: la cosa mi suonava bene. Era esattamente il mio stile. Non volevo certo avere intorno qualche ragazzino gentile: volevo andare via dall'Ajax e ottenere un buon contratto, perci decisi di fare veramente colpo su questo famoso Mino. 
Quando Thijs combin un incontro per noi all'Hotel Okura di Amsterdam, indossai la mia bella giacca di pelle di Gucci. Non avevo nessuna intenzione di fare di nuovo il buzzurro in tuta da ginnastica e di farmi fregare un'altra volta. Mi misi anche l'orologio d'oro e presi la Porsche. Per sicurezza parcheggiai proprio davanti all'albergo, eccomi qui, tipo, e poi feci il mio ingresso all'Okura. Che albergo, Ges! Si trova proprio sull'Amstel Kanal, ed  incredibilmente elegante e lussuoso. Pensai subito: Questo  il momento, adesso devo mostrarmi cool. Proseguii verso il ristorante giapponese che c'era all'interno. Avevamo un tavolo prenotato l, ma non sapevo che tipo di persona cercare, immaginavo un tizio in completo gessato con un orologio d'oro ancora pi grosso del mio. Ma che razza di individuo era quello che entr dopo di me? In jeans e T-shirt Nike e con quella pancia enorme, sembrava davvero uno dei Soprano.
Chi diavolo  questo qui? Dovrebbe essere un agente, quella specie di gnomo ciccione? E quando ordinammo, che cosa credete? Che arriv un piattino di sushi con avocado e gamberetti? No, arriv una valanga di roba, cibo per cinque, e lui divor tutto come un dannato. Ma poi cominci a parlare, e sentii proprio quel linguaggio grintoso, diretto, senza giri di parole, e allora capii subito: questo s che quadra, questo va dritto al sodo. Dissi a me stesso: con questo tipo ci voglio lavorare, la pensiamo allo stesso modo, e mi preparai alla stretta di mano che avrebbe siglato l'inizio della nostra collaborazione. 
Ma sapete cosa fece, quel bastardo sfacciato? Tir fuori quattro fogli formato A4 che aveva stampato da Internet, e sopra c'era una sfilza di nomi e di cifre, tipo: Christian Vieri ventisette partite, ventiquattro gol; Filippo Inzaghi venticinque partite, venti gol; David Trezeguet ventiquattro partite, venti gol. Per ultimo c'era il mio, Zlatan Ibrahimovic venticinque partite, cinque gol.
Credi che possa venderti, con una statistica del genere? disse, e io pensai: Che razza di aggressione  questa?. Ma non mi scomposi.
Se avessi fatto venti gol, anche mia madre sarebbe riuscita a vendermi replicai, e allora lui tacque, e oggi so che avrebbe voluto scoppiare a ridere. Ma quella volta port avanti il suo gioco. Non voleva perdere la sua posizione di vantaggio. 
Hai ragione. Ma tu...
Che cavolo c' adesso? pensai. Sembrava in arrivo un altro attacco.
Tu ti credi tanto figo, eh? mi domand Mino.
Di cosa stai parlando?
Credi di potermi impressionare con il tuo orologio, la tua giacca e la tua Porsche. Ma non  cos. Proprio per niente. Io trovo che siano tutte cazzate.
Ok!
Vuoi diventare il migliore del mondo? Oppure quello che guadagna di pi, per poter andare in giro con tutto questo genere di gingilli?
S, il migliore del mondo!
Bene! Perch se diventi il migliore del mondo, arriver anche il resto. Ma se insegui solo il denaro, allora non otterrai niente, capisci?
Capisco.
Allora pensaci su e poi fammi sapere disse, e cos concludemmo l'incontro. 
Ci salutammo e io mi dissi ok, allora ci penser su. Posso anche fare un po' il figo e farlo aspettare. Ma non mi ero nemmeno seduto in macchina e gi cominciai ad agitarmi. Lo chiamai subito: Ascolta, io non ce la faccio ad aspettare, voglio cominciare a lavorare con te adesso, subito.
Lui rimase in silenzio.
Ok disse poi. Ma se vuoi lavorare con me, dovrai fare come dico io.
Certo, assolutamente.
Dovrai vendere le tue macchine. Dovrai vendere i tuoi orologi e cominciare ad allenarti tre volte pi duramente. Perch la tua statistica fa schifo.
La tua statistica fa schifo! Riflettei su questa cosa, ed  chiaro, avrei potuto dirgli che se ne andasse affanculo. Vendere le mie macchine? Che cosa c'entrava lui? Per, sotto sotto, sentivo che aveva ragione, e, dopo qualche giorno, passai a lui la mia Porsche Turbo. Meglio cos, detto francamente. Mi sarei solo ammazzato, con quella macchina. Ma non fin l.
Cominciai ad andare in giro con la noiosissima Fiat Stilo del club e misi da parte il mio orologio d'oro: al suo posto usavo uno squallido Nikeur. Ricominciai ad andare in giro in tuta. Iniziai ad allenarmi come un pazzo, mi sfinivo letteralmente. Fino a quel momento ero stato poco esigente con me stesso, credevo di essere il pi figo di tutti, ma avevo avuto un atteggiamento completamente sbagliato. In realt avevo segnato troppo pochi gol ed ero stato troppo indolente. Van Basten aveva ragione. Mino aveva ragione. Non ero sufficientemente motivato.
Cominciai a dare tutto quello che avevo negli allenamenti e nelle partite. Ma  vero, non  facile cambiare nell'arco di una notte. Si comincia con il massimo rigore e poi non se ne ha pi la forza. Per fortuna non avevo nessuna possibilit di sgarrare, Mino mi stava addosso come una sanguisuga. 
A te piace quando ti dicono che sei il migliore, eh?
S, forse.
Ma non  vero. Tu non sei il migliore. Tu sei una merda. Non sei niente. Devi lavorare pi duro.
La merda sei tu. Non fai altro che lamentarti. Vieni tu, ad allenarti.
Vai a farti fottere!
Vai a farti fottere tu!
Il nostro rapporto si fece un po' teso, o per meglio dire, sembrava teso. Ma eravamo cresciuti allo stesso modo: con tutti quei Tu non sei niente eccetera cercava di spingermi a cambiare atteggiamento, e credo veramente che ci riusc. Cominciai a dire quelle cose a me stesso: Tu sei uno zero, Zlatan. Tu sei una merda. Non vali nemmeno la met di quello che credi! Devi fare di pi.
Questa nuova sfida mi stimolava, rafforz la mia mentalit da vincente. Non se ne parlava pi di essere mandato a casa dal mister. Davo tutto in ogni singola situazione e volevo vincere anche l'incontro o la gara pi insignificante, anche la partitella di allenamento. Avevo male agli adduttori della coscia sinistra, ma me ne fottevo. Non avevo intenzione di arrendermi. Non mi curavo nemmeno del fatto che continuasse a peggiorare, stringevo i denti, ero un uomo! Diversi miei compagni erano gi infortunati e non volevo dare nuovi problemi all'allenatore, cos spesso giocavo imbottito di antidolorifici. Cercavo di ignorare quel dannato dolore. Ma Mino vide, e cap subito. Voleva che lavorassi duro, non che andassi in pezzi.
Non puoi pi andare avanti cos disse. Non puoi giocare in queste condizioni. E allora alla fine presi la cosa sul serio e mi feci visitare da uno specialista, e venne deciso che sarei stato operato.
Fu un intervento non da poco, e dopo cominci la fase di riabilitazione nella piscina del club. Non fu uno scherzo. Mino disse al fisioterapista che mi seguiva che avevo avuto la vita troppo facile: Il ragazzo ha solo corso un po' in giro e giocato. Adesso deve lottare e sbattersi per davvero!.
Mi misero addosso un cardiofrequenzimetro, e una qualche specie di giubbetto salvagente che mi teneva a galla, e poi dovevo correre nell'acqua come un matto, e alla fine avevo letteralmente la nausea. Crollavo sul bordo della piscina. Non riuscivo neanche a muovermi. Ricordo che una volta mi scappava da pisciare, e non ce la facevo pi a trattenermi, ma di arrivare fino al bagno non se ne parlava proprio. Non ce l'avrei mai fatta. C'era un buco accanto al bordo della piscina e la feci l in quel buco, non avevo altra scelta. Ero completamente distrutto. 
All'Ajax avevamo una regola: in mensa non potevamo andare a servirci del cibo prima che ci dicessero Prego, e di solito io scattavo non appena sentivo la prima sillaba. Ero sempre affamato come un lupo. Adesso non ce la facevo neppure a sollevare la testa, e mentre di l mangiavano, restavo steso sul bordo della piscina come un rottame.
Andai avanti cos per due settimane, e la cosa strana  che non era soltanto una tortura. C'era qualcosa di piacevole in quel dolore. Godevo nello svuotarmi completamente, e cominciavo a capire cosa volesse dire lavorare duro. Entrai in una nuova fase, mi sentivo forte come non mi succedeva da tempo, e quando tornai dalla riabilitazione davo tutto sia sul campo sia in allenamento, e i risultati finalmente arrivarono. Dominavo.
La fiducia in me stesso aument, e gli striscioni allo stadio diventavano sempre di pi, Zlatan, the Son of God, e questo genere di cose. I tifosi cantavano per me. Diventai pi forte che mai ed era meraviglioso,  ovvio, ma... certe cose non cambiano. Quando qualcuno brilla altri diventano invidiosi, e nella squadra c'erano gi non poche tensioni, soprattutto fra i giocatori pi giovani che volevano mettersi in mostra per essere venduti ai grandi club.
Immagino per esempio che Rafael Van Der Vaart non fosse felice dei nuovi sviluppi. Rafael era diventato anche lui una delle star della squadra ed era probabilmente uno dei giocatori pi popolari del Paese. In ogni caso era l'idolo di quei tifosi che non amavano vedere la squadra zeppa di stranieri, e Koeman lo nomin capitano nonostante Rafael avesse solo ventun anni. Con quella fascia al braccio faceva la ruota come un pavone, inoltre era diventato la preda pi ambita dalla stampa scandalistica da quando si era messo con una ragazza famosa e forse non era del tutto facile per lui accettare i miei successi sul campo in quella situazione. Di sicuro Rafael vedeva se stesso come la grande star e non voleva avere concorrenza. E poi desiderava ardentemente di essere venduto, come tutti noialtri. Era disposto a tutto per emergere. D'altro canto,  pur vero che lo conoscevo poco, e nemmeno me ne curavo. 
Era l'inizio estate del 2004 e le tensioni fra noi non sarebbero esplose che in agosto. Allora, in maggio e giugno, la situazione era ancora abbastanza tranquilla. Avevamo vinto di nuovo il campionato e Maxwell era stato nominato miglior giocatore, ero felice per lui. Se c' qualcuno a cui auguro qualsiasi bene,  lui. Andammo a Haarlem per festeggiare al ristorante-pizzeria dov'era cresciuto Mino, e l parlai con sua sorella. Voleva chiedermi una cosa, mi disse, una cosa che riguardava suo fratello.
Mino ha cominciato ad andare in giro su una Porsche Turbo spieg.  un po' strano. Non  esattamente il tipo di macchina che ha sempre avuto prima. Questa cosa ha per caso a che fare con te?
La Porsche mi mancava, ma speravo che adesso fosse in mani pi sicure. Quell'estate volevo davvero tenermi lontano dalle pazzie e concentrarmi solo sul calcio. Ci sarebbero stati gli Europei in Portogallo. Era il primo grande torneo che avrei giocato da titolare. Ricordo quando mi chiam Henke Larsson. Henke per me era un modello. Giocava nel Celtic, allora, e dopo l'estate sarebbe passato al Barcellona. Dopo la sconfitta con il Senegal ai Mondiali 2002 aveva dichiarato: Non giocher pi in Nazionale. Voglio dedicarmi alla famiglia e ovviamente cose cos bisognava accettarle, soprattutto da uno come lui.
Ma la sua mancanza si sentiva. Agli Europei eravamo inseriti nello stesso gruppo dell'Italia, avevamo bisogno di tutti i giocatori pi forti... Scommetto che la maggior parte di noi avesse perduto la speranza di avere in squadra Henke. Ma appunto, un giorno mi chiam per dirmi che aveva cambiato idea, e che voleva esserci, e la cosa mi illumin.
Avremmo giocato io e lui titolari in attacco. Era una grande notizia per me, e ricordo che ogni giorno che passava l'attesa cresceva e si parlava sempre pi del fatto che questo poteva essere il mio grande balzo in avanti sulla scena internazionale. Capii che avrei avuto addosso gli occhi di molti osservatori e allenatori stranieri. Nei giorni precedenti la nostra partenza, tifosi e giornalisti mi stavano addosso come impazziti e gi in situazioni del genere era un conforto avere Henke. Lui stesso era stato al centro di questi assedi mediatici, ma il casino cominciava a passare tutti i ragionevoli limiti e non dimenticher mai quando gli chiesi: Diavolo, Henke, che cosa devo fare? Se c' qualcuno che dovrebbe sapermelo dire, questo sei tu. Come devo gestire tutto questo casino?.
Mi spiace, Zlatan. A partire da adesso sei solo. Un tale circo non l'ha mai vissuto nessun altro giocatore prima, qui in Svezia. Ed era vero.
Comparve per esempio un norvegese con una maledettissima arancia. Di arance si parlava fin da quando John Carew, del Valencia, aveva criticato pubblicamente il mio stile di gioco e io avevo risposto: Quello che John Carew fa con un pallone da calcio, io posso farlo con un'arancia. Adesso quel giornalista norvegese era l e voleva che gli facessi vedere che cosa sapevo fare. Ma andiamo, perch avrei dovuto rendere famoso anche quel tizio? Perch avrei dovuto prestarmi alla sua buffonata?
Puoi prendere la tua arancia, sbucciarla e mangiartela. Le vitamine ti faranno bene gli suggerii, e ovviamente, si scrissero mille cose anche su questo, tipo quant' presuntuoso e arrogante... e si sentiva ripetere sempre pi spesso che la mia relazione con i media era tesa.
Ma, onestamente, era poi cos strano?
11
Nessuno sapeva di Helena e di me, nemmeno sua madre. Avevamo giurato di mantenere il segreto. La minima voce su di me diventava un titolone, e non volevamo che i giornalisti cominciassero a frugare e scavare nella nostra relazione prima ancora che noi stessi sapessimo in che cosa ci eravamo imbarcati. Facevamo di tutto per tenere nascosta la nostra storia. 
All'inizio traemmo forse vantaggio dalle nostre diversit. Nessuno avrebbe mai potuto capacitarsi che io stessi con una come lei, una donna in carriera di undici anni pi grande. Se venivamo visti nello stesso posto, un albergo o qualcosa del genere, nella testa della gente l'associazione non scattava, ed era una fortuna. Ma tutto questo giocare a rimpiattino aveva un prezzo.
Helena perdeva amici e si sentiva sola e isolata, mentre io ero sempre pi arrabbiato con i media. L'anno prima era successa una cosa: mi trovavo a Gteborg per giocare con la Nazionale contro San Marino. Nell'Ajax le cose avevano cominciato a girare e io ero di buon umore, cos parlai in lungo e in largo come ai vecchi tempi, anche con un giornalista dell'Aftonbladet. Non avevo affatto dimenticato cosa si era inventato il giornale con quella faccenda dello Spy Bar, ma non volevo essere vendicativo e perci chiacchierai a ruota libera, anche sulla possibilit di metter su famiglia in futuro: niente di straordinario, soltanto discorsi vaghi, tipo: Sarebbe bello avere dei figli un giorno o l'altro, in futuro. Ma sapete che cosa fece quel giornalista? Costru l'articolo come un annuncio personale: Vuoi vincere la Champions League con me? Ragazzo atletico di 21 anni, capelli scuri e occhi scuri, cerca donna di pari et per relazione seria scrisse, e voi che cosa credete? Mi incazzai maledettamente. Ma dov'era il rispetto? Un annuncio personale! Volevo farlo a pezzi, quel bastardo, e perci non fu un bene che gi il giorno seguente ci incontrassimo nella mixed zone dello stadio.
Al giornale avevano gi saputo che ero furibondo, credo che qualcuno della Nazionale fosse andato a informarli, perci adesso lui voleva chiedere scusa in modo da ricucire i rapporti tra me e il giornale, gi allora giravano un sacco di soldi intorno al mio nome. Ma credetemi, non era proprio il momento pi adatto. Riuscii comunque a mantenermi relativamente tranquillo e mi accontentai di sibilargli: Che razza di pagliaccio sei? E cosa vorresti insinuare? Che ho problemi con le ragazze, o cosa?.
Mi dispiace, volevo soltanto... balbett. Non riusc a spiccicare neanche una parola sensata.
Con te non parlo mai pi urlai, e me ne andai, e credevo di averlo terrorizzato, o di aver almeno convinto quelli del giornale a comportarsi con pi rispetto in futuro. Invece fu anche peggio. Vincemmo la partita per cinque a zero, io segnai due reti e cosa credete che scrisse l'Aftonbladet il giorno seguente? Forza Svezia? Ora ce ne andiamo agli Europei? Nemmeno per idea. C'era scritto: Vergogna Zlatan! quando non avevo fatto nessuna figuraccia n urlato contro l'arbitro.
Avevo calciato un rigore, invece, e fatto gol. Eravamo gi sul quattro a zero, ero stato atterrato in area e certo, ok, Lars Lagerbck aveva il suo elenco di rigoristi, e in testa c'era Kim Kllstrm, ma lui aveva appena segnato... Cos pensai: Questa  una cosa mia, sono carico, cos quando Kim si avvicin gli nascosi la palla dietro la schiena, tipo: Non toccare il mio giocattolo!. Lui tese le mano.
Dammela!
Invece io gli diedi un cinque. Poi lui usc dall'area, io sistemai il pallone sul dischetto e tirai, altro non ci fu, non era la cosa pi bella che avessi mai fatto e dopo me ne scusai anche, andiamo, ma dopo: non era mica la guerra dei Balcani! Non erano mica gli scontri con la polizia nei sobborghi. Era un gol. Eppure l'Aftonbladet ci scrisse sopra sei pagine e io non ci capivo niente. Perch tirare fuori annunci personali e Vergognati Zlatan quando andiamo avanti a colpi di cinque a zero?
Se qualcuno deve vergognarsi, quello  l'Aftonbladet, dissi alla conferenza stampa del giorno dopo.
Dopo quell'episodio boicottai il giornale, e quando iniziarono gli Europei in Portogallo non c'era la situazione ideale per ricucire. Continuai la guerra, ma senza correre rischi.
L'ultima cosa che volevo era che la mia relazione con Helena saltasse fuori. Dovevo stare attento, ma cosa potevo fare? Sentivo la sua mancanza. Non puoi venire qui? le chiesi. Non era possibile. Aveva troppo da fare. Alcuni suoi capi, per, avevano acquistato dei biglietti per gli Europei e poi avevano avuto degli impegni all'ultimo momento: C' qualcun altro che vuole andare al nostro posto? domandarono, e allora lei pens: Questo  un segno, ci vado, e si ferm qualche giorno.
Come al solito facemmo tutto di nascosto, anche in Nazionale nessuno sapeva di lei; l'unico che sembrava aver intuito qualcosa era quel discografico, Skara-Bert, che l'aveva incontrata per caso all'aeroporto e si era chiesto cosa ci facesse una come lei in mezzo a tutti quei tifosi con le loro maglie della Nazionale e i loro stupidi cappellini. Ma riuscimmo a tenere segreta la cosa e io potei concentrarmi sulle partite.
Eravamo un bel gruppo, con una primadonna. La primadonna continuava a tirar fuori le sue cazzate: All'Arsenal, capite, facciamo cos. E in effetti  cos che si deve fare. All'Arsenal queste cose le sanno, e io in quella squadra ci gioco. Roba del genere.
Io non lo sopportavo. Mi fa tanto male la schiena diceva. Ohi, ohi. Non posso viaggiare sul pullman normale. Devo averne uno mio. Ho bisogno di questo e quest'altro. Voglio dire, ma chi diavolo era per fare il damerino con noi? Lars Lagerbck venne a parlarmi della faccenda: Per favore, Zlatan, cerca di gestire questa cosa in maniera professionale. Non possiamo permetterci dei conflitti in squadra.
Senti risposi, se lui rispetta me, io rispetto lui. Punto e basta.
Ma per il resto c'era un'atmosfera incredibile. Quando facemmo il nostro ingresso in campo a Lisbona per l'esordio contro la Bulgaria, lo stadio sembrava letteralmente vestito di giallo, e tutti cantavano la canzone degli Europei di Markoolios. C'era una tale carica... In campo schiacciammo letteralmente la Bulgaria, cinque a zero, e le aspettative su di noi cominciarono a crescere. Eppure era come se gli Europei non fossero ancora cominciati sul serio.
Il grande match che tutti aspettavano era naturalmente quello del 18 giugno contro l'Italia a Oporto, nell'Estdio do Drago, e non era un segreto che gli italiani fossero desiderosi di rivincita. Avevano solo pareggiato nella prima partita contro la Danimarca, inoltre nessuno di loro aveva dimenticato la sconfitta in finale contro la Francia nei precedenti Europei. Con noi erano gi quasi obbligati a vincere e avevano una squadra fortissima, con Nesta, Cannavaro e Zambrotta dietro, Buffon in porta e Christian Vieri punta; ed era pur vero che Totti, la grande star, era stato squalificato per lo sputo a Poulsen nella partita contro la Danimarca ma, in ogni caso, affrontare l'Italia dava un brivido dentro.
Era la partita pi importante che avessi mai giocato e in tribuna c'era anche mio padre. Tutto era solenne e intenso e me ne accorsi da subito: gli italiani avevano rispetto per me. Era un po' tipo: Occhio, cosa s'inventer adesso questo qui?, e io lottavo contro la loro difesa e certo non era uno scherzo. Verso la fine del primo tempo Cassano, che sostituiva Totti, segn l'uno a zero su cross di Panucci, un vantaggio meritato. Ma nel secondo tempo entrammo meglio in partita e costruimmo diverse occasioni. Ripeto, trovare il varco giusto contro l'Italia non  mai facile, non a caso si dice spesso che l'Italia ha la difesa pi forte del mondo. Ma a cinque minuti dalla fine guadagnammo un calcio d'angolo da sinistra. 
Lo batt Kim Kllstrm, e in area di rigore si cre confusione. Markus Allbck and sulla palla, e pure Olof Mellberg, era solo un gran casino. Ma la palla era alta: scattai in avanti e in quell'attimo vidi Buffon uscire e Vieri sulla linea di porta. Saltai, e colpii di tacco. Un po' tipo mossa di kung-fu. Nelle fotografie si vede il mio tacco alla stessa altezza della spalla. Il pallone prese una traiettoria perfetta, pass sopra Christian Vieri che cerc di deviare di testa, appena sotto la traversa, e s'infil esattamente all'incrocio.
Giocavamo contro l'Italia. Eravamo agli Europei. Avevo segnato di tacco a cinque minuti dalla fine. Cominciai a correre come un matto con tutti i miei compagni dietro, altrettanto impazziti, tutti tranne uno,  ovvio, che correva nella direzione opposta. Ma cosa me ne fregava? Mi buttai a terra e tutti si tuffarono sopra, e Henke gridava: Goditela, e basta! come se avesse immediatamente afferrato il punto. Il match fin in pareggio, ma ci sembrava di aver vinto.
Riuscimmo ad arrivare fino ai quarti di finale, dove ci aspettava l'Olanda, e l'atmosfera era bella elettrica anche quel giorno.
I sostenitori dell'Olanda, nei loro vestiti e cappelli arancioni, fischiavano e mi facevano buuu! come se fossi nella squadra sbagliata, e la partita fu incredibilmente intensa, con un sacco di occasioni da una parte e dall'altra. Eppure al novantesimo eravamo ancora sullo zero a zero, perci si and ai supplementari. Noi colpimmo sia la traversa sia un palo, avremmo potuto tranquillamente andare in vantaggio. Ma fummo costretti ai rigori.
Tutto lo stadio era come in preghiera, la tensione si tagliava con il coltello, e come al solito molti non avevano nemmeno il coraggio di guardare. I tifosi olandesi fischiavano e cercavano di fare guerra psicologica. Una pressione spaventosa. Ma cominci bene. Kim Kllstrm mise dentro e anche Henke. Eravamo sul due a due quando venne il mio turno. Avevo in testa un elastico per capelli nero - li portavo piuttosto lunghi - e sorridevo, non so bene perch. Mi sentivo molto figo, nonostante tutto: ero nervoso, ma non nel panico. In porta c'era Edwin Van Der Sar. Potevo farcela.
Oggi, quando batto un rigore, so esattamente dove andr a finire, cio in rete. Ma allora ebbi una strana sensazione, e quella strana sensazione arriv proprio nell'attimo in cui mi avvicinavo alla palla. Colpii come se dovesse essere una sorpresa anche per me dove l'avrei messa, e sbagliai completamente. La mandai chiss dove. Fu una disfatta, uscimmo dal torneo - anche Olof Mellberg manc il suo rigore - e credetemi: non  un bel ricordo. Fu un disastro. Avevamo una bella squadra e saremmo potuti andare anche pi lontano. Ma, in ogni caso, quegli Europei misero in moto un sacco di nuovi eventi.
Agosto  un periodo inquieto. Il mercato si chiude il 31 e le voci sui trasferimenti arrivano da ogni dove. Si parla spesso di Silly Season, la stagione pazza. Non ci sono partite e i giornali non hanno molto altro di cui scrivere: tizio andr l? O rester qui? Quanto lo vogliono pagare? L'aria  piena di fermento, e molti giocatori vanno sotto stress: la cosa era particolarmente evidente da noi all'Ajax.
In ogni angolo ci si lanciava sguardi nervosi: quello avr in ballo qualcosa? E quell'altro? E perch il mio agente non chiama? C'era molta tensione e molta invidia e anch'io ero un po' sulle spine, ma cercavo comunque di concentrarmi sul calcio giocato. Ricordo una partita contro l'Utrecht, dove l'ultima cosa che mi aspettavo era di essere sostituito. Quando Koeman mi fece cenno di uscire, mi arrabbiai a tal punto che tirai un calcio a un cartellone pubblicitario a bordo campo.
Gi a quei tempi avevo preso l'abitudine di telefonare a Mino dopo le partite. Era bello potermi sfogare con lui e lamentarmi in termini un po' generici, ma quella volta alzai veramente i toni: Che razza di idiota  stato a sostituirmi? Come si fa a essere cos dementi?. Anche se con Mino ci punzecchiavamo spesso, in quella situazione mi aspettavo il suo sostegno, qualcosa tipo: Sono d'accordo con te, Koeman dev'essersi fumato il cervello, povero Zlatan.
Invece Mino disse: Chiaro che ti ha sostituito. Eri il peggiore in campo. Facevi schifo.
Che cazzo stai dicendo?
Non hai combinato nulla. Avrebbe dovuto tirarti fuori prima.
Senti... dissi.
Che c'?
Potete andare all'inferno, sia tu che l'allenatore.
Misi gi, feci la doccia e me ne tornai a casa a Diemen, il mio umore non era certo migliorato. Ma quando arrivai vidi che c'era qualcuno davanti alla porta. Era Mino. Che faccia tosta aveva, quell'idiota, e quasi non ero ancora sceso dalla macchina che cominciammo di nuovo a urlarci addosso.
Quante volte devo dirtelo? sbrait lui. Facevi schifo, e non devi prendere a calci i cartelloni pubblicitari, cazzo! Devi cercare di crescere!
Vaffanculo.
Fottiti!
Fottiti tu!
Io voglio andarmene da qui urlai.
Puoi trasferirti a Torino, allora.
Che cazzo stai dicendo?
Forse ho qualcosa in ballo con la Juventus.
Come?
Hai sentito, e, s, avevo sentito. Semplicemente non riuscivo ad afferrare, non nella mia agitazione.
Mi hai procurato un ingaggio alla Juventus?
Forse.
Sei cos meraviglioso, dannatissimo idiota?
Non c' ancora niente di definito, ma ci sto lavorando disse, e io pensai: Cavolo, la Juventus... altro che Southampton!.
All'epoca la Juventus era forse il club migliore d'Europa. Ci giocavano stelle del calibro di Thuram, Trezeguet, Del Piero, Buffon e Nedved, ed  vero che l'anno precedente avevano perso la finale di Champions contro il Milan, ma sulla carta non esisteva nessuna squadra al loro livello. I giocatori erano tutti delle superstar, e il club aveva appena ingaggiato Fabio Capello, l'allenatore-demonio ex Roma che mi voleva da diversi anni. Cominciavo veramente a sperarci. Avanti, Mino, portami a Torino!
Il direttore generale della Juventus di quegli anni era Luciano Moggi. Moggi era un tipo col pelo sullo stomaco che conosceva i giochi di potere e che era venuto su dal nulla, diventando uno degli uomini pi potenti del calcio italiano. Era il re del mercato dei trasferimenti, ed era riuscito a trasformare la Juventus: sotto la sua direzione il club aveva vinto pi volte il campionato. Ma non era esattamente la trasparenza fatta persona. Veniva soprannominato Lucky Luciano. Intorno a lui c'erano stati parecchi scandali con bustarelle e doping e processi e porcherie varie e voci secondo cui aveva legami con la camorra. Erano stronzate, ovviamente. Ma l'aria del mafioso ce l'aveva davvero. Gli piacevano i sigari e i completi eleganti e come negoziatore non si tirava indietro di fronte a nulla, cos si diceva. Era un maestro della trattativa, un osso durissimo. Ma Mino lo conosceva.
Erano vecchi nemici, per cos dire, che alla fine erano diventati amici. Mino aveva chiesto un incontro a Moggi gi ai tempi in cui stava cercando di avviare la sua attivit come procuratore, ma non era stato un buon inizio. Il giorno dell'appuntamento l'anticamera dell'ufficio di Moggi era zeppa di gente. C'erano tipo venti persone l dentro, tutte erano impazienti e speravano di poter parlare con Moggi, e invece non succedeva niente. Il tempo passava e passava e alla fine Mino si stuf e and via incazzato nero. Che razza di rispetto era, trascurare un appuntamento a quel modo? La maggior parte degli altri presenti aveva di sicuro accettato la situazione, non ci si scontra inutilmente con Moggi, era un pezzo grosso! Ma Mino non ha nessun rispetto per questi atteggiamenti. Se lo trattano male, lo trattano male e basta. Perci cerc Moggi in citt, e lo trov al ristorante frequentato dal club, l'Urbani.
Tu non hai avuto rispetto gli disse.
E chi sarebbe lei? disse Moggi.
Questo lo vedrai il giorno che vorrai acquistare un giocatore da me rugg Mino, e per molto tempo continu a detestare Moggi.
Addirittura si presentava ad altri boss del calcio italiano dicendo: Mi chiamo Mino, e sono contro Moggi, e siccome Moggi era una persona che si faceva facilmente dei nemici, era una battuta che spesso faceva effetto.
Il problema era che Mino prima o poi sarebbe stato costretto a fare affari con Moggi. Nel 2001 la Juventus voleva prendere Nedved, uno dei big di Mino. Mino aveva in ballo anche il Real Madrid, e lui e Nedved dovevano incontrare Moggi a Torino per discutere dell'eventuale accordo. Ma Moggi decise di puntare forte e convoc all'incontro anche giornalisti, fotografi e tifosi. Mise in piedi un intero comitato di benvenuto prima ancora che le trattative fossero iniziate, e n Nedved n Mino riuscirono a smarcarsi. Anche Mino voleva vedere Nedved alla Juventus, e paradossalmente quel colpo di mano gli offriva la possibilit di concludere il contratto al rialzo, ma per la prima volta rimase anche impressionato da Moggi. La prima volta si era forse comportato da bastardo, ma sapeva il fatto suo. Cos fecero la pace e diventarono amici. Mi chiamo Mino. E sono per Moggi, tipo. Un bel cambiamento. Non che si facessero tanti complimenti, ma c'era del rispetto. 
Quanto a me, molti club avevano raffreddato il loro interesse, solo Moggi si era entusiasmato sul serio. Portarmi a Torino, per, non sarebbe stato semplice. Moggi non aveva molto tempo per noi. Riuscimmo a incontrarlo in segreto una mezz'ora a Montecarlo, durante il Gran Premio di Monaco di Formula Uno, suppongo fosse l per affari. Dovevamo vederci in una saletta vip dell'aeroporto, ma c'era un traffico pazzesco e non riuscivamo ad avanzare con la macchina. Fummo costretti a scendere e a correre, e Mino non  certo un grande atleta.  un ciccione. Ansimava ed era fradicio di sudore. Non si era certo fatto bello per l'incontro: indossava degli shorts hawaiani, una maglietta Nike e scarpe da jogging senza calze, e ormai era completamente zuppo. Arrivammo nella famosa saletta vip dell'aeroporto e l dentro c'era fumo dappertutto. Luciano Moggi, in completo elegantissimo, era alle prese con un grosso sigaro; si capiva subito che era un individuo di potere. Era abituato che la gente facesse come diceva lui. Fiss Mino: Ma come ti sei combinato?.
Sei qui per controllare il mio look o per parlare di affari? sibil Mino di rimando, e fu l che tutto cominci.
In quello stesso periodo giocammo una partita con la Nazionale a Stoccolma contro l'Olanda. Era soltanto un'amichevole, ma nessuno di noi aveva dimenticato la sconfitta agli Europei, e volevamo ovviamente dimostrare di poterli battere. Tutta la squadra desiderava quella rivincita ed entrammo in campo per fare la partita, belli aggressivi, e gi nelle prime fasi di gioco ricevetti un pallone fuori dall'area di rigore. Subito ebbi addosso quattro olandesi - uno di loro era Van Der Vaart - e tutti mi strattonavano. Io mi feci largo con prepotenza e riuscii a passare la palla a Mattias Jonson che era libero. Lui segn l'uno a zero, e un attimo dopo Van Der Vaart era l a terra dolorante. Dovettero portarlo fuori in barella ma non era niente di grave, avrebbe forse saltato una o due partite. Per and a dire ai giornali che gli avevo fatto male intenzionalmente. Nel leggere le sue dichiarazioni sobbalzai. Che razza di stronzate erano? Non c'era stato nemmeno un calcio di punizione, come poteva parlare di fallo intenzionale? E quello dovrebbe essere il capitano della mia squadra! 
Gli telefonai: Ascolta, mi dispiace per il tuo infortunio. Ti chiedo scusa, ma non l'ho fatto apposta, capito?. Ai giornalisti ripetei la stessa cosa. Lo dissi cento volte. Ma Rafael andava avanti con quella solfa, e io non riuscivo a capire. Perch va in giro a gettare fango su un suo compagno di squadra? Non aveva nessun senso. Oppure s? 
Cominciarono a frullarmi in testa dei dubbi, perch non dimentichiamo che era agosto, ed era in corso il mercato. Forse voleva lasciare il club col pretesto di un contrasto? Non sarebbe stata la prima volta che veniva usato quel trucco, e in pi il ragazzo aveva dalla sua parte anche i giornalisti.
Lui era olandese. Era il cocco dei giornali scandalistici mentre io ero il bad boy e via dicendo, lo straniero. Stai facendo sul serio? gli chiesi quando lo incontrai all'allenamento, e chiaramente s, faceva sul serio.
Ok, ok dissi io. Allora te lo dico un'ultima volta. Non l'ho fatto apposta. Mi hai sentito?
Ti ho sentito!
Eppure non arretr di un millimetro, e l'atmosfera era sempre pi tesa. La squadra si divise in due fazioni. Gli olandesi stavano dalla parte di Rafael, e gli stranieri dalla mia. Alla fine Koeman convoc una riunione; ormai ero fuori di me per quella storia. Come si poteva accusarmi di una cosa del genere? Ribollivo letteralmente di rabbia, e l alla riunione, al terzo piano del nostro ristorante, ci sedemmo tutti in cerchio e si cap subito che la faccenda era seria. La dirigenza pretendeva che ci riconciliassimo. Eravamo due giocatori chiave e dovevamo per forza firmare la pace. Ma non sembravano esserci esattamente delle aperture. Rafael and gi pi pesante che mai: Zlatan l'ha fatto apposta disse, e io vidi rosso.
Ma perch non la piantava?
Io non ti ho fatto male intenzionalmente, e lo sai. Ma se provi ad accusarmi ancora ti spezzo tutt'e due le gambe, e questa volta di proposito dissi, e chiaro, tutti quelli dalla parte di Van Der Vaart attaccarono subito: Vedete? Vedete?  aggressivo.  pazzo. Koeman cerc di calmare un po' gli animi: Ora cerchiamo di non esagerare, sistemeremo tutto.
Ma l'impresa era difficile. Un giorno fummo convocati anche da Van Gaal. Ci eravamo gi scontrati in passato e non era un gran vantaggio dovermi presentare da lui in compagnia di Van Der Vaart. Non mi sentivo certo circondato da amici, e Van Gaal attacc subito con il suo linguaggio autoritario.
Qui comando io disse.
Grazie del chiarimento pensai.
E io vi dico continu, deponete le armi. Quando Rafael sar guarito, dovrete giocare insieme!
Assolutamente no replicai. Fin quando ci sar lui in campo, io non gioco.
Ma che stai dicendo? rispose Van Gaal. Lui  il mio capitano, e tu giochi per lui! Dovrai sacrificarti per la squadra!
Il tuo capitano? chiesi. Che stronzate sarebbero? Rafael dichiara ai giornali che io gli ho fatto male intenzionalmente, che razza di capitano ? Attacca i suoi compagni di squadra? Io con lui non ci gioco, punto e basta. Mai pi. Potete dire quello che volete.
E poi me ne andai. Era un azzardo, ma traevo forza dal fatto di avere in ballo la Juventus. Non c'era ancora niente di scritto ma ci speravo veramente, e ne parlai con Mino: Come sta andando? Che cosa dicono?.
Intanto c'erano partite in continuazione, e il 22 agosto dovevamo incontrare il NAC Breda in campionato. I giornali scrivevano ancora del mio scontro con Van Der Vaart ed erano schierati pi che mai dalla sua parte. Lui era il favorito. Io il teppista che l'aveva azzoppato. 
Preparati a essere fischiato mi disse Mino. Il pubblico ti odier.
Bene risposi. 
Bene?
 il genere di cose che mi stimola, lo sai. Gliela far vedere.
Ero carico. A mille. Ma la situazione non era facile, e prima della partita decisi di raccontare a Koeman della Juventus. Volevo prepararlo e questo genere di discorsi  sempre delicato, per Koeman mi piaceva. Lui e Beenhakker erano stati i primi a intuire realmente le mie capacit nell'Ajax, e non dubitavo che mi avrebbe capito. Chi non sarebbe voluto andare alla Juve? Ma Koeman difficilmente mi avrebbe lasciato andare senza combattere, in tempi recenti aveva anche dichiarato che certi giocatori parevano credere di essere pi importanti del club. Era chiaro che si riferisse a me. Perci si trattava di pesare le parole, e gi dall'inizio avevo deciso di utilizzare delle frasi che mi aveva rivolto Van Gaal.
Vorrei davvero evitare che vengano fuori casini anche su questa cosa dissi a Koeman, ma la Juventus mi vuole e io spero che possiate trovare l'accordo. Un'occasione del genere capita solo una volta nella vita. Naturalmente, proprio come pensavo, Koeman cap, era pur sempre stato un calciatore professionista.
Ma io non voglio che tu ci lasci disse. Voglio averti ancora qui. E lotter per questo!
Lo sai cos'ha detto Van Gaal?
Cosa?
Ha detto che non ha bisogno di me in campionato. L ve la cavate comunque. Ha bisogno di me in Champions.
Ha detto davvero una cosa del genere?
Koeman and fuori di testa. Si incazz con Van Gaal. Riteneva che quelle parole lo legassero mani e piedi e gli dessero meno possibilit di lottare per tenermi, e ovviamente era proprio ci che avevo sperato.
Ricordo comunque che scesi in campo contro il NAC Breda e pensai: O la va o la spacca. Era diventato un match importante per me. Quelli della Juventus mi avrebbero di sicuro tenuto gli occhi addosso. Ma fu veramente folle. Manc poco che i nostri tifosi mi sputassero addosso. Fischiavano e urlavano, e in tribuna era seduto il beniamino di tutti, Rafael Van Der Vaart, a ricevere applausi: una situazione ridicola. Io ero lo stronzo, lui la vittima innocente. Ma presto tutto sarebbe cambiato.
A venti minuti dal termine vincevamo per tre a uno. Come momentaneo sostituto di Rafael Van Der Vaart era arrivato dal vivaio il giovanissimo Wesley Sneijder, che era un tipo in gamba. Giocava in un modo intelligente. Fu lui a segnare il quattro a uno. Solo cinque minuti dopo il suo gol io ricevetti la palla circa venti metri fuori dall'area di rigore. Avevo un difensore addosso, mi scontrai letteralmente con lui e riuscii a liberarmi di forza, quindi dribblai un altro giocatore. Ma era solo l'inizio. L'introduzione.
Continuai con una finta, e mi avvicinai all'area di rigore, poi ne feci un'altra mentre cercavo il varco per calciare. Ma con la coda dell'occhio scorgevo solo maglie avversarie. Forse avrei dovuto passare la palla, ma non ne vedevo la possibilit. Allora mi liberai con un paio di finte di corpo, misi a sedere in un colpo solo l'ultimo difensore e il portiere e appoggiai la palla di sinistro nella porta ormai vuota.
Quel gol  diventato un classico del mio repertorio. Fu definito un gol alla Maradona perch in qualche modo ricordava quello contro l'Inghilterra nei quarti dei Mondiali '86. Avevo saltato praticamente tutta la squadra avversaria e lo stadio esplose. I tifosi erano impazziti. Perfino Koeman correva saltando come un matto, per quanto gli avessi appena confessato di voler andar via. Era come se tutto l'odio nei miei confronti si fosse trasformato improvvisamente in amore, e in un trionfo.
Tutti esultavano e urlavano, tutti erano in piedi e saltavano, tutti tranne uno, ovviamente. La telecamera fece una carrellata sugli spalti in delirio fino ad arrivare su Rafael Van Der Vaart. Stava seduto l in tribuna, rigido. Era rimasto completamente impassibile, nonostante il gol, come se il mio show fosse stato la cosa peggiore che potesse succedere. Forse era effettivamente cos. Quel gol era il mio grazie e arrivederci e andatevene pure all'inferno, perch non dimentichiamolo, prima del calcio d'inizio mi avevano fischiato tutti!
Adesso invece si sentiva gridare un solo nome ed era il mio. Nessuno si curava pi di Van Der Vaart, e per tutta la sera e il giorno seguente i canali sportivi riproposero quasi ininterrottamente il mio gol. Pi avanti sarebbe stato votato come il pi bello dell'anno dagli spettatori di Eurosport. Ma io, per ovvie ragioni, ero concentrato su altro. Il tempo stringeva. Il mercato non sarebbe rimasto aperto ancora a lungo e Moggi faceva il difficile. O fingeva di farlo, era impossibile dirlo. Moggi spieg all'improvviso che io e Trezeguet, il grande cannoniere della Juventus, non potevamo giocare insieme.
Ma di che stai parlando? disse Mino.
Non sono adatti per giocare insieme. Non potr funzionare rispose lui, e la cosa non suonava bene, proprio per niente. 
Quando Moggi si metteva in testa qualcosa, non era facile fargli cambiare idea. Ma Mino vide una scappatoia. Cap che Capello non la pensava allo stesso modo. Capello mi stava dietro da anni, e certo, Moggi era il direttore sportivo ma Capello non era un tipo con cui scherzare. Quell'uomo  capace di far abbassare la cresta a qualsiasi star con un'occhiata.  duro come la roccia, nel mondo del calcio  quasi un unicum. Cos Mino li invit a cena tutti e due, ed esord andandoci gi pesante:  vero che Trezeguet e Zlatan non possono giocare insieme?.
Che razza di discorsi sono? Che c'entra questo con la nostra cena? rispose Capello.
Moggi ha detto che i loro stili di gioco sono incompatibili, o no, Luciano?
Moggi annu.
Perci ora vorrei sapere da Fabio se questo  vero continu Mino.
Me ne frego se  vero oppure no, e dovreste farlo anche voi. Quello che succede in campo  un problema mio. Fate soltanto in modo che Zlatan venga qui e io penser al resto rispose.
A quel punto che cosa poteva fare Moggi? Non poteva mica strigliare l'allenatore, come se ne sapesse pi di lui. Fu costretto a piegarsi, e Mino vinse quel round. Li aveva portati esattamente dove voleva. Ma non era ancora detta l'ultima parola...
Intanto ad Amsterdam si tenne il gran gal del calcio olandese. Mino e io eravamo l per festeggiare Maxwell, che doveva ricevere il premio come miglior giocatore del campionato, ed eravamo entrambi felici per lui. Ma non ci furono grandi feste. Mino era completamente assorbito dalla mia trattativa, andava avanti e indietro e parlava ora con i dirigenti della Juventus ora con quelli dell'Ajax, e sorgevano di continuo nuovi problemi e interrogativi, vuoi che si trattasse di intoppi veri, vuoi che venissero creati ad arte per migliorare le rispettive posizioni. La situazione sembrava bloccata: la sera dopo il gal il mercato si sarebbe chiuso, e io ero nell'incertezza totale.
Me ne stavo seduto a casa a Diemen a giocare con l'Xbox, a Pro Evolution, mi pare, o a Call of Duty, due giochi spietati. Mi aiutavano quasi a dimenticare tutto. Ma Mino mi chiamava ogni due minuti, era nervosissimo. La mia valigia era pronta e la Juventus aveva un aereo privato che mi aspettava all'aeroporto. Perci non c'erano dubbi, a Torino mi volevano. Solo che non si arrivava a un accordo sulla cifra. C'era questo e quest'altro problema, e i vertici dell'Ajax sembravano non credere che si trattasse di un affare serio. Gli italiani non avevano nemmeno un avvocato sul posto ad Amsterdam, e io cercai per conto mio di fare pressione sull'Ajax: Da come la vedo io, per voi non gioco pi. Ho chiuso per sempre! dissi a Van Gaal e ai suoi scagnozzi.
Ma non succedeva nulla e il tempo passava, e io ero sempre sprofondato nel mio gioco dell'Xbox e dovreste vedermi, in questo genere di situazioni. Sono concentrato al cento per cento. Le mie dita danzano sul controller.  come una febbre. Tutta la mia frustrazione si riversa sul gioco. Cos continuavo a smanettare mentre Mino si faceva in quattro per concludere l'affare. Era fuori di testa anche lui. Perch Moggi non poteva nemmeno mandare un maledetto avvocato ad Amsterdam? Che razza di modo di fare era?
Poteva far parte della loro strategia, certo, chi lo sapeva? Niente sembrava sicuro, finch Mino decise di passare al contrattacco. Telefon al suo avvocato: Vai subito ad Amsterdam disse, e fa' finta che rappresenti la Juventus. Il tipo vol ad Amsterdam, recit la sua parte e il trucco serv, perch le trattative ripartirono. Ma non si arrivava mai in porto, e alla fine Mino and in bestia. Telefon di nuovo.
Ce ne fottiamo disse. Prendi con te l'avvocato e vieni subito. Dovremo cercare di sistemare le cose da qui. Cos mollai il videogioco e mi misi in moto. Quasi non chiusi neanche la porta, a essere sinceri.
Raggiunsi l'Amsterdam Arena, dove la dirigenza dell'Ajax era in riunione con l'avvocato, e su una cosa non c'erano dubbi: tutti erano stravolti, l'avvocato andava avanti e indietro nella stanza e ripeteva ossessivamente: Manca soltanto una carta, un'unica carta! Poi  tutto sistemato!.
Non facciamo in tempo. Dobbiamo andare in Italia. Mino dice che dobbiamo fregarcene risposi, e cos raggiungemmo l'aeroporto e l'aereo privato della Juventus. 
Prima di partire avevo fatto in tempo a telefonare a pap: Pronto, pronto, ho una fretta incredibile, sto per firmare con la Juventus. Ti andrebbe di venire in Italia? e ovvio, gli andava, e io ne fui felice. Se fosse andata in porto si sarebbe realizzato il mio sogno di ragazzo, e allora sarebbe stato bello che ci fosse, ne avevamo passate cos tante insieme... So che lui part senza indugi per Milano, dove un collaboratore di Mino lo aspettava per portare anche lui negli uffici della Federazione.  l che vengono registrati tutti i contratti durante il mercato.
Arriv prima di me, e quando io stesso entrai con l'avvocato rimasi senza parole. Era proprio lui? Non era il pap cui ero abituato, non quello che stava seduto in casa in tuta da lavoro ad ascoltare musica jugoslava con gli auricolari. Questo era un signore distinto in completo elegante, un uomo che sarebbe potuto passare benissimo per un pezzo grosso italiano, e io mi sentii orgoglioso e sorpreso. Non l'avevo mai visto in giacca e cravatta.
Pap!
Zlatan! 
Era bello, e dappertutto l fuori c'erano giornalisti e fotografi. La notizia del mio probabile trasferimento si era diffusa, ma non c'era ancora niente di ufficiale. L'orologio ticchettava. Non c'era pi molto tempo per i giochetti, e Moggi continuava a confondere le acque e a fare delle finte, purtroppo con dei buoni risultati. Il prezzo del cartellino era sceso da trentacinque milioni di euro, come aveva chiesto Mino, prima a venticinque, poi a venti e infine a sedici: centocinquanta milioni di corone. Certo, erano ancora un sacco di soldi, quasi il doppio di quanto mi aveva pagato l'Ajax. Eppure non doveva essere questa gran cifra per la Juventus, che aveva venduto Zidane al Real Madrid per settanta milioni di euro. Chiaro che avevano possibilit economiche, quelli dell'Ajax non avrebbero dovuto preoccuparsi. Ma erano nervosi comunque, o sostenevano di esserlo: la Juventus non era nemmeno riuscita a presentare una fideiussione bancaria! Naturalmente, poteva esserci una spiegazione per questo. Nonostante tutti i successi, la Juventus l'anno prima aveva chiuso il bilancio in perdita per venti milioni di euro, ma non era nulla d'insolito per un grande club, al contrario: per quanto consistenti possano essere gli introiti, le spese sembrano sempre pi grandi. Mi chiedo ancora se quella storia che non ci fosse garanzia bancaria non fosse un trucco, l'ennesima finta. La Juventus era uno dei club pi importanti del mondo, senz'altro quei soldi li aveva. Ma senza garanzia bancaria l'Ajax rifiutava di dare il via libera, e il tempo continuava a scorrere. La situazione era disperata. Moggi stava l sulla sua poltrona e lanciava sbuffi dal suo sigaro enorme con l'aria di avere tutto sotto controllo, tipo si sistemer tutto, io so quello che faccio. Ma Mino se ne stava in piedi poco lontano da lui con i suoi auricolari e strillava ai dirigenti dell'Ajax: Se non firmate, niente sedici milioni. Non avrete i soldi, non avrete Zlatan! Cio non avrete niente! L'avete capito? Niente di niente! Ma cosa credete, che la Juventus potrebbe cercare di fregarvi? La Juventus! Voi siete matti. Per prego, fate come volete, mandate pure tutto all'aria. Accomodatevi!.
Erano parole dure, eppure non succedeva nulla, ma proprio nulla di nulla, e l'atmosfera si faceva sempre pi nervosa. Immagino che Mino avesse bisogno di sfogare la sua tensione. Oppure era soltanto imbestialito. C'erano un sacco di palloni e trofei l dentro, cos Mino prese un pallone e cominci a palleggiare. Era assolutamente folle. Che diavolo stava combinando? Non capivo. Quel pallone volava intorno e rimbalzava, e colp anche Moggi sulla testa e sulla spalla, e tutti si chiedevano soltanto: cosa sta facendo? Deve proprio mettersi a far cazzate adesso, in questa situazione? Nel momento peggiore di una trattativa? Non era esattamente il momento giusto per i giochetti.
Piantala. Non vedi che fai male?
No, no, datevi una mossa voi, invece ribatt lui. Ce la giochiamo a palla, cercate di prenderla, su. Luciano, in piedi, spiegaci lo schema. Adesso arriva un angolo, Zlatan. Avanti! Di testa!
And avanti per un po' a questo modo, e onestamente non ho idea di cosa pensassero il notaio e tutti gli altri l dentro. Ma una cosa  chiara, Mino si guadagn un nuovo sostenitore quel giorno: pap. Pap rideva come un matto. Che pazzo scatenato  mai quello? Quanto  fuori? Mettersi a palleggiare davanti a pezzi da novanta come Moggi. Era lo stile di mio padre. Era come mettersi a cantare e a ballare nella situazione sbagliata. Era decidere di fare di testa propria a prescindere, e da quel giorno pap non colleziona solo ritagli su di me, raccoglie anche tutto quello che si scrive su Mino. Mino  il suo matto preferito, perch ovviamente cap subito che non era soltanto un folle.
Infatti, alla fine, Mino port a casa anche l'accordo. L'Ajax non voleva perdere sia me sia i soldi, e la dirigenza firm all'ultimo secondo. Erano le dieci passate, credo, e l'ufficio della Federazione in realt avrebbe dovuto chiudere alle sette. Ma finalmente era fatta, e mi ci volle un momento prima di realizzare la cosa: avrei finalmente giocato in Italia?
Pi tardi andammo a Torino, e lungo l'autostrada Mino telefon al ristorante abituale della Juventus, Urbani, e chiese che tenessero aperto! Il personale non fu difficile da convincere, ovviamente. Quando arrivammo, poco prima di mezzanotte, fummo ricevuti come dei re, e ci sedemmo a tavola a mangiare ripercorrendo tutta l'operazione. Io ero contento soprattutto che pap fosse l a vedere tutto questo.
Sono orgoglioso di te, Zlatan disse.
Io e Fabio Cannavaro arrivammo contemporaneamente alla Juventus e tenemmo una conferenza stampa congiunta allo stadio Delle Alpi. Cannavaro  forte.  un tipo che scherza e ride tutto il tempo. Mi piacque subito. Qualche anno dopo fu eletto Fifa World Player, e nei primi tempi a Torino mi aiut moltissimo. Ma quella volta, dopo la conferenza stampa, io e pap volammo direttamente ad Amsterdam e lasciammo l Mino prima di proseguire per Gteborg, dove era in programma una partita con la Nazionale. 
Fu un periodo pazzo, e non ritornai mai alla mia casa di Diemen. Me la lasciai alle spalle, molto semplicemente, e a lungo abitai all'Hotel Le Mridien di via Nizza, a Torino. Restai l finch non mi trasferii nell'appartamento di Filippo Inzaghi, in piazza Castello. Perci fu Mino ad andare a Diemen per mettere insieme le mie cose. Ma quando entr in casa sent dei rumori dal piano di sopra, e trasal. C'erano dei ladri? Si sentivano chiaramente delle voci, e Mino sal in silenzio, pronto alla rissa.
Ma non trov nessun ladro. Era l'Xbox che era rimasta accesa e che aveva continuato a funzionare per tre settimane, da quando ero uscito di corsa per raggiungere l'aereo privato della Juventus e volare verso Milano e gli uffici della Federazione.
12
Ibra, vieni qui!
Fabio Capello, forse l'allenatore di maggior successo degli ultimi dieci anni, mi chiam ad alta voce e io pensai: Che ho fatto adesso?. Tutta l'angoscia della mia infanzia per le convocazioni ufficiali torn a galla, in pi Capello poteva rendere nervoso chiunque. Wayne Rooney ha detto che quando Capello ti passa accanto ti sembra come di essere morto, pi o meno, ed  vero. Con il suo caff in mano ti sfiorava impassibile, quasi lugubre. Certe volte borbottava uno stringatissimo Ciao, ma di solito filava via e basta, e ti sembrava di essere un fantasma.
Ho detto che in Italia le stelle del calcio non saltano a comando solo perch lo dice l'allenatore. Ma questo non vale con Capello. Chiunque si mette in riga quando compare lui. Di fronte a Capello ci si comporta a dovere, e so di un giornalista che una volta gli fece una domanda a proposito: Come fa a ottenere un tale rispetto da tutti?.
Il rispetto uno non lo ottiene. Se lo prende rispose lui, ed  una cosa che mi era rimasta impressa.
Quando Capello si arrabbia sono pochi quelli che osano guardarlo negli occhi, e se ti offre una possibilit e tu non la sfrutti puoi anche andare a vendere salsicce fuori dello stadio. Nessuno va da lui a parlargli dei suoi problemi. Capello non  tuo amico. Non chiacchiera con i giocatori, non a quel modo. Lui  il sergente di ferro, e quando ti chiama in genere non  un buon segno. D'altro canto non puoi mai sapere. Lui distrugge e costruisce. Ricordo un allenamento, avevamo appena iniziato a provare un po' di schemi su palla inattiva. Capello soffi nel fischietto e grid: Via tutti. Sparite da questo campo! e nessuno ci capiva niente.
Che cosa abbiamo fatto? Di che cosa si tratta?
Siete mollissimi. Siete stati un disastro! e fummo costretti a tornare negli spogliatoi.
Non ci fu altro allenamento per quel giorno, ed eravamo un po' confusi, ma ovviamente lui aveva un'idea precisa. Voleva che il giorno dopo arrivassimo carichi come guerrieri, e a me quello stile piaceva, perch, come ho gi detto, non sono cresciuto a smancerie. Mi piacciono gli uomini che hanno potere e carattere, e Capello credeva in me.
Tu non hai niente da dimostrare, so chi sei e cosa sai fare mi aveva detto uno dei primi giorni, e questo mi dava sicurezza.
Potevo rilassarmi un po'. C'era stata una pressione tremenda in quelle settimane: diversi giornali avevano criticato il mio acquisto e scritto che facevo pochi gol, che non ero il giocatore giusto per la Juventus. Molti credevano che avrei fatto panchina: come pu Zlatan inserirsi in un gruppo del genere? Si faceva un gran discutere. 
Zlatan  davvero pronto per l'Italia? scrissero.
E l'Italia  pronta per Zlatan? ribatt Mino, e fece benissimo.
 cos che bisogna rispondere. Bisogna reagire con altrettanta forza, e certe volte mi domando: ce l'avrei mai fatta senza Mino? Se avessi iniziato alla Juventus come avevo fatto all'Ajax, la stampa mi avrebbe mangiato in un boccone. In Italia sono pazzi per il calcio. Il calcio  una questione di vita o di morte, e se noi in Svezia scriviamo delle partite il giorno prima e quello dopo, in Italia ci tirano avanti per tutta la settimana.  un processo ininterrotto, e vieni valutato di continuo. Ti esaminano dalla testa ai piedi, ed  piuttosto dura finch non ci fai l'abitudine.
Ma adesso avevo Mino. Lui era la mia barriera di protezione, e gli telefonavo di continuo. Voglio dire: l'Ajax era l'asilo infantile, al confronto, e se adesso in allenamento volevo andare in rete non avevo da superare solo Cannavaro e Thuram, c'era anche Buffon in porta, e nessuno mi trattava gentilmente solo perch ero nuovo, al contrario.
Capello aveva un assistente, Italo Galbiati. Galbiati  un uomo di una certa et, io lo chiamavo il vecchio.  una brava persona. Lui e Capello fanno un po' il gioco del poliziotto buono e il poliziotto cattivo. Capello dice le cose dure, grintose mentre Galbiati si occupa del resto, e gi dopo il primo allenamento il mister mi aveva mandato da lui.
Italo, vacci gi duro con il ragazzo! si raccomand.
I miei compagni se n'erano andati a fare la doccia, e io ero sfinito. Sarei crollato anch'io volentieri. Ma dall'altro lato stava arrivando un portiere della Primavera, e io cominciai a capire. Italo mi avrebbe tirato un pallone via l'altro, bam, bam. Arrivavano verso di me da tutte le posizioni possibili, lui mi passava la palla e io dovevo tirare in porta, colpo su colpo, senza mai lasciare l'area di rigore. Quella era la mia zona, diceva. Era l che avrei dovuto stare e sparare, sparare, e non se ne parlava di fare pause o di prendersela comoda. C'era un ritmo altissimo.
Sui palloni, con pi forza, con pi decisione, non esitare gridava Italo, e quella divent la mia routine, un'abitudine. Certe volte arrivavano anche Del Piero e Trezeguet, ma pi spesso ero da solo. Io e Italo. Facevamo cinquanta, sessanta, cento tiri in porta. Di tanto in tanto compariva Capello, e lui  quello che .
Ti tirer fuori l'Ajax dal corpo a legnate diceva. 
Ok, certamente.
Non ho bisogno di quello stile olandese. Tic-tac, tic-tac, cercare sempre il numero, dribblare tutta la squadra. Non me ne frega niente di questa roba. Ho bisogno di gol. Lo capisci? Devo farti entrare in testa il modo di pensare italiano. Devi acquisire il killer instinct.
Era un processo che dentro di me era gi iniziato. Avevo avuto i miei scambi di opinione con Van Basten, e con Mino, ma non mi vedevo comunque come una vera e propria macchina da gol, anche se giocavo punta. Ero piuttosto un jolly d'attacco, e c'era ancora molto del campetto di casa e di voglia di spettacolo nella mia testa. Per sotto la guida di Capello mi trasformai. La sua durezza era contagiosa e diventai meno artista e pi concreto, un giocatore efficace che voleva vincere a qualsiasi costo.
Non  che prima non avessi voluto vincere, ero nato con una mentalit vincente. Ma non bisogna dimenticare che il calcio era stato il mio modo per mettermi in mostra. Era con i numeri in campo che ero diventato qualcosa di diverso da un semplice ragazzo di Rosengrd. Erano stati tutti gli Incredibile! e Wow, guarda quello! a darmi la carica. Erano gli applausi per le mie acrobazie che mi avevano fatto crescere, e avrei dato del pazzo a chi avesse sostenuto che un brutto gol valeva quanto uno bello!
Ma adesso capivo sempre di pi che nessuno ti ringrazia per i tuoi numeri e i tuoi colpi di tacco, se poi la squadra perde. Nessuno si cura nemmeno del fatto che hai segnato una rete da sogno se poi non si vince, cos piano piano diventai pi grintoso, sempre pi un guerriero in campo. Ovviamente non rinunciai del tutto a quel mio famoso ascolta/non ascoltare. Per quanto duro fosse Capello, continuavo a tenermi le mie idee.
Ricordo che mi mandarono anche a lezione d'italiano. Non era sempre facile con la lingua: in campo non c'erano mai problemi, il calcio ha il suo, di linguaggio, ma fuori a volte mi sentivo perso, e cos il club mi procur un'insegnante. Dovevo incontrarla due volte la settimana per imparare la grammatica. La grammatica? Ero tornato a scuola, o cosa? Nemmeno per sogno. Quasi subito le dissi: Si tenga i soldi e non dica niente a nessuno, n al suo capo n a nessun altro. Ma se ne resti a casa. Finga solo di essere venuta qui, e non lo prenda come un fatto personale. Lei fece esattamente come le avevo detto. Se ne and e finse. Arrivederci e tante grazie. 
Per non crediate che me ne fregassi dell'italiano. Volevo davvero impararlo, ma lo apprendevo in un altro modo: cogliendolo al volo negli spogliatoi, in albergo, avevo una certa facilit ad afferrare. Imparavo in fretta, ed ero abbastanza sicuro di me da arrischiarmi a parlare anche se la grammatica era sbagliata. Perfino con i giornalisti attaccavo con l'italiano prima di passare all'inglese, e credo che la cosa fosse apprezzata. Ecco qui un ragazzo che forse non sa, tipo, ma ci prova. Facevo un po' lo stesso con tutto, a grandi linee: ascoltavo/non ascoltavo.
Ma  vero, sotto Capello diventai pi disciplinato che mai, e in breve tempo mi trasformai sia nella testa sia nel corpo. Ricordo la prima partita con la Juventus. Era il 12 settembre e incontravamo il Brescia, io partii in panchina. Su in tribuna d'onore c'era la famiglia Agnelli, i proprietari, ed era chiaro, tenevano d'occhio soprattutto me: li vale i soldi che  costato, tipo? Nel secondo tempo entrai al posto di Trezeguet. A poco pi di venti minuti dal mio ingresso in campo ricevetti una palla sul lato sinistro dell'area e mi trovai addosso due difensori. Riuscii a liberarmi di forza, calciai in porta e feci gol. I tifosi gridavano dagli spalti: Ibrahimovic, Ibrahimovic!. Era fantastico, e avevo appena iniziato.
Cominciai allora a essere chiamato Ibra - fu Moggi a inventarlo - o perfino il Fenicottero, per un certo periodo. In effetti non ero ancora abbastanza grosso. Ero alto un metro e novantasei ma pesavo solo ottantaquattro chili, e anche Capello trovava che fosse troppo poco.
Hai mai fatto body-building? mi chiese.
Mai risposi. Non avevo neanche mai preso in mano un bilanciere, e lui lo consider un piccolo scandalo. Mi fece mettere sotto torchio dal preparatore atletico in palestra e per la prima volta in vita mia cominciai a badare a che cosa mangiavo, e ok, forse c'era ancora un po' troppa pasta e pi avanti l'avrei pagata. Ma alla Juve si presero seriamente cura di me, cos aumentai di peso e diventai un giocatore pi potente e forte fisicamente. All'Ajax lasciavano i ragazzi un po' in balia di se stessi. Strano, a ben vedere, con tutti i giovani talenti che avevano in casa!
Arrivai a pesare novantotto chili, e a quel punto era un po' troppo, ero quasi goffo, e cos dovetti ridurre il body-building e fare pi corsa. Con Capello non cambi solo la mia struttura fisica: diventai pi grintoso, pi veloce e meno egoista in campo, e imparai a essere un po' sfrontato verso le grandi star. Chinare la testa non paga, me lo fece capire proprio Capello.
Tu devi farti spazio. I campioni che giocano con te non devono inibirti, al contrario. Devi essere stimolato dalla loro presenza mi spieg. E io crebbi. Ottenni rispetto, o piuttosto me lo presi.
Passo dopo passo, diventai quello che sono oggi, quello che esce da un incontro perso cos incazzato che nessuno osa avvicinarsi, e ok, questa pu anche essere una cosa negativa. Terrorizzo molti giovani compagni. Urlo e li mando affanculo, sono una bomba pronta a esplodere.
Ma  un atteggiamento che mi porto dietro dalla Juventus, e proprio come Capello smisi di preoccuparmi di chi fosse il compagno che avevo di fianco. Poteva chiamarsi Zambrotta oppure Nedved, se non davano tutto in allenamento non glielo mandavo a dire. Capello non mi lev solo l'Ajax dal corpo a legnate. Fece anche di me il giocatore che arriva in un club e pretende che si vinca il campionato, a prescindere: questa mentalit mi ha aiutato molto, non c' alcun dubbio. Mi ha trasformato come calciatore.
Ma non riusc a rendermi pi tranquillo, questo no. In squadra, per esempio, c'era il francese Jonathan Zebina. Prima di arrivare nella Juve aveva giocato nella Roma sotto Capello e vinto lo scudetto nel 2001. Non credo che stesse granch bene, aveva dei problemi personali: in allenamento giocava in modo aggressivo e poi faceva come se niente fosse. Un giorno entr su di me particolarmente duro, io mi piazzai davanti a lui e gli dissi in faccia: Se vuoi giocare pesante dillo subito, cos lo faccio anch'io!.
Allora lui mi diede una testata, cos d'impeto, e dopo la situazione precipit molto in fretta. Non ebbi nemmeno il tempo di pensare, fu un riflesso automatico. Lo colpii cos, all'istante. Non aveva nemmeno concluso la sua, di testata. Evidentemente lo colpii duro, perch and gi secco. Non avevo idea di che cosa aspettarmi a quel punto, forse Capello fuori di s che corre a cazziarmi? Invece lui rimase fermo poco lontano, l'aria glaciale, come se la cosa non lo toccasse. Tutti gli altri ovviamente parlottavano tra loro: cos' successo? Cos' stato? Era tutto un borbottio, e mi ricordo Cannavaro, con il quale ci si aiutava sempre.
Ibra disse, che hai combinato? e per un attimo mi sembr turbato.
Ma poi ammicc, come a dire che Zebina se lo meritava. Nemmeno a Cannavaro piaceva, non gli piaceva come si comportava in quel periodo, mentre Lilian Thuram reag in modo molto diverso: Ibra attacc, tu sei giovane e stupido. Non si fa cos. Sei un imbecille.
Ma pi in l non and. Un urlo echeggi sopra il campo e c'era solo una persona che poteva gridare a quel modo: Thuuuraaam url Capello, chiudi il becco e allontanati e ovviamente lui ubbid, facendosi piccolo piccolo; me ne andai anch'io, avevo bisogno di calmarmi.
Due ore pi tardi vidi in sala massaggi un tipo che si teneva del ghiaccio premuto contro la faccia. Era Zebina. Dovevo averlo preso proprio bene, era ancora dolorante e avrebbe avuto un occhio nero per un pezzo. Moggi ci mult tutt'e due mentre Capello non prese mai alcun provvedimento. Non ci convoc nemmeno per parlare. Disse solo:  stata una buona cosa per la squadra.
Tutto qui. Lui era fatto cos. Era un duro. Voleva avere adrenalina. Ci si doveva poter scornare. Una cosa non si poteva fare per nessun motivo: mettere in discussione la sua autorit o comportarsi da presuntuosi. Allora andava fuori di testa. Ricordo quando giocammo i quarti di finale di Champions fuori casa contro il Liverpool. Perdemmo per due a uno, e prima del match Capello aveva messo a punto la tattica e deciso le marcature da tenere sugli angoli del Liverpool. Ma Lilian Thuram a un certo punto aveva deciso di fare di testa sua e si era occupato di un altro giocatore del Liverpool: in quell'occasione ci fecero gol. Pi tardi, negli spogliatoi, Capello fece la sua solita ronda, avanti e indietro, mentre noi stavamo seduti sulle panche intorno a lui, a domandarci che cosa sarebbe successo.
Chi ti ha detto di cambiare marcatura? chiese a Thuram.
Nessuno, ma ho pensato che fosse meglio cos rispose lui.
Capello prese respiro per un paio di secondi.
Chi ti ha detto di cambiare giocatore? ripet.
Ho pensato che fosse meglio cos.
Capello fece la domanda per la terza volta e ottenne la stessa risposta. Allora arriv l'esplosione, quella che aveva covato dentro come una bomba: Ti ho forse detto di cambiare giocatore? Sono io o qualcun altro che decide? Sono io, hai sentito? Sono io che dico a te cosa fare. L'hai capito?.
Poi tir un calcio al lettino dei massaggi, e in simili situazioni nessuno osava alzare lo sguardo. Tutti restavano seduti l intorno a fissare il pavimento, tutti quanti: Trezeguet, Cannavaro, Buffon, ogni singolo giocatore. Nessuno osava muoversi, e a nessuno venne mai pi in mente di prendere un'iniziativa alla Thuram. Chi avrebbe voluto trovarsi ancora davanti quello sguardo furioso?
C'erano spesso scene di questo genere. Era tosta, le aspettative su di noi erano alte. Ma io continuavo a giocare bene.
Capello aveva lasciato fuori Alessandro Del Piero per fare posto a me, e nessuno in dieci anni aveva mai messo Del Piero in panchina. Accantonarlo significava mettere in discussione il simbolo stesso del club, e questo faceva incazzare i tifosi. Fischiavano Capello e inneggiavano a Del Piero-Pinturicchio, Il capitano.
Del Piero aveva vinto cinque volte il campionato con la Juventus, e ogni anno era stato decisivo. Aveva portato a casa la Coppa dei Campioni con il club ed era amatissimo dagli Agnelli. Era la grande stella ed era anche prezioso per la sua duttilit tattica: lui e Zidane avevano giocato dietro Trezeguet, ma Del Piero era stato anche seconda punta e all'occorrenza aveva persino giocato a centrocampo insieme a Nedved.
Nessun mister normale mette in panchina Del Piero. Ma Capello non era normale. Non gli importava niente della storia o dello status, sceglieva solo la sua squadra, e io gliene ero grato. Ma mi metteva anche sotto pressione: dovevo giocare bene il doppio quando Del Piero era in panchina. Eppure, lentamente, cominciai a sentir gridare sempre meno il suo nome dagli spalti: sentivo invece Ibra, Ibra e in dicembre i tifosi scelsero me come giocatore del mese, e fu grandioso.
Stavo per sfondare sul serio in Italia eppure sapevo che nel calcio basta molto poco: un momento sei l'eroe, l'attimo dopo un fallito.
Gli allenamenti speciali con Galbiati avevano dato i loro risultati, nessun dubbio. Ricevendo palloni su palloni davanti alla porta ero diventato pi efficace e pi grintoso. Avevo assimilato mentalmente un'intera sfilza di nuove situazioni di gioco e avevo meno bisogno di pensare: succedeva tutto cos, bam, bam.
Eppure, e questo non bisogna dimenticarlo, il fiuto del gol  un feeling, un istinto. O ce l'hai o non ce l'hai. Lo puoi conquistare, certo, ma poi perderlo nuovamente quando la sensibilit e la fiducia nelle tue capacit scompaiono, e io, l'ho gi detto, non mi ero mai visto come un bomber. Io ero un giocatore che voleva fare la differenza su tutti i piani. Ero quello che voleva saper fare di tutto, ma a un certo punto, durante il mese di gennaio, la scioltezza svan.
Per cinque partite di fila non segnai. In tre mesi feci soltanto un gol, il perch non lo so. Successe e basta, e Capello cominci ad attaccarmi. Tanto quanto mi aveva innalzato prima, mi schiacciava adesso. 
Non hai fatto un cazzo. Hai giocato da schifo mi diceva, ma al tempo stesso mi lasciava giocare. Teneva ancora Del Piero in panchina e immaginavo che mi facesse nero per motivarmi, o almeno cos speravo.  vero che Capello vuole che i giocatori abbiano fiducia in se stessi, ma non devono diventare troppo sicuri di s e arroganti. Lui detesta la presunzione, perci applica questo metodo: ti innalza e poi ti schiaccia, e io non avevo idea di che cosa avrei dovuto subire adesso.
Ibra, vieni qui!
L'angoscia di essere convocato non mi passer mai, e cominciai a chiedermi: Ho rubato di nuovo una bicicletta? Oppure tirato una testata al tipo sbagliato?. Andando verso gli spogliatoi dove mi stava aspettando, cercai di mettere insieme qualche bella scusa per discolparmi. Ma  difficile quando non sai di che cosa sei accusato. Che andasse pure come doveva andare. Quando entrai, trovai Capello con addosso solo un asciugamano.
Aveva fatto la doccia. Gli occhiali erano appannati, e gli spogliatoi erano malandati come al solito. Luciano Moggi amava le belle cose, ma gli spogliatoi dovevano essere spartani. Faceva parte della sua filosofia.  pi importante vincere che avere intorno tutto bello usava dire, e ok, certo, su questo si pu anche essere d'accordo. Ma se eravamo in quattro contemporaneamente sotto le docce l'acqua sul pavimento saliva fino ai polpacci. Ma tanto tutti sapevano che non serviva a nulla lamentarsi: Moggi l'avrebbe vista solo come una conferma della sua teoria: Vedete, vedete, non  mica necessario che sia tutto fantastico per vincere. Perci era com'era.
Capello mi venne incontro mezzo nudo e io mi domandai di nuovo: Cosa c'? Cosa gli ho fatto?. Capello ha un certo qualcosa, specialmente quando ti trovi da solo faccia a faccia con lui, che ti fa sentire piccolo. Lui cresce, tu ti abbassi.
Siediti disse, e ok, certo, naturalmente, mi sedetti. Di fronte a me c'era un vecchio televisore con un videoregistratore ancora pi vecchio, e Capello v'infil dentro una cassetta VHS.
Tu mi ricordi un giocatore che allenavo nel Milan disse.
Credo di sapere a chi ti riferisci.
Davvero?
L'ho sentito molte volte.
Ottimo, ma non lasciarti stressare dal paragone. Tu non sei un nuovo Van Basten. Tu hai il tuo stile totalmente personale, e io ti vedo come un giocatore migliore. Ma Marco Van Basten si muoveva meglio di te nell'area di rigore. Qui c' un filmato dove ho raccolto le sue reti. Studia i suoi movimenti. Assimilali. Impara da quelli.
Poi Capello usc, e io, rimasto solo negli spogliatoi, cominciai a guardare. S, erano veramente tutti i gol di Van Basten, e nel filmato lo si vedeva andare in rete da ogni angolo e direzione. Il pallone entrava e lui ricompariva e ricompariva di nuovo ogni volta, e dopo dieci minuti o un quarto d'ora che ero seduto l iniziai a chiedermi quando sarei potuto andare via.
Capello aveva qualcuno che controllava fuori della porta? Non era impossibile. Decisi di guardare la cassetta fino in fondo. Durava venticinque o trenta minuti, e poi ok, pensai, adesso dovrebbe pur bastare. Me ne andai, scivolando fuori come un ninja. Se devo essere onesto non so se imparai davvero qualcosa. Ma afferrai il messaggio, che era quello solito: Capello voleva che facessi dei gol. Dovevo farmelo entrare nella testa, nei movimenti, in tutto il mio sistema nervoso, e sapevo che l si giocava una questione seria.
Eravamo in vetta alla classifica in campionato, testa a testa con il Milan: continuavamo a superarci a vicenda e perch potessimo vincere era necessario che io ricominciassi a timbrare il cartellino. Questa era la verit, nessun'altra, e ricordo che ci davo dentro in area di rigore. Ma i difensori avversari mi toglievano il respiro, e cominciava pure a vedersi che avevo un caratteraccio. I giocatori e il pubblico cercavano di provocarmi tutto il tempo: zingaro, vagabondo, cose su mia madre e sulla mia famiglia, dagli spalti gridavano di tutto, e succedeva che mi infiammassi. Ci furono delle testate - o piuttosto alcuni accenni - ma lo sapete, io do il meglio quando sono incazzato. La situazione si sblocc il 17 aprile, quando segnai una tripletta contro il Lecce. I tifosi non stavano pi nella pelle e i giornalisti scrissero: Dicevano che faceva troppo pochi gol. Ne ha gi fatti quindici.
Salii al terzo posto della classifica dei marcatori della Serie A. Si diceva che fossi il giocatore pi importante della Juventus, venivo osannato da tutte le parti, era tutto un Ibra! Ibra!. Ma c'era anche altro, nell'aria.
Dietro l'angolo erano in agguato delle catastrofi.
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FINE Parte 1.